Sindrome da depressione autunnale: sintomi, cura e rimedi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma SONNOLENZA STANCHEZZA CRONICA RIMEDI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneI sintomi sono abbastanza tipici: insonnia, inappetenza o al contrario di troppa fame, risveglio difficile al mattino, senso di stanchezza, difficoltà di concentrazione e brusca riduzione del desiderio sessuale. Sono sintomi tipici che molte persone sperimentano in questo periodo dell’anno, quando, dopo l’equinozio del 21 settembre, è cominciato ufficialmente l’autunno. Questa condizione ha un nome preciso nell’ambito della psicologia: Sindrome da depressione autunnale (SAD) che tende a manifestarsi maggiormente in individui che già si trovano in una situazione di equilibrio dell’umore precario o che soffrono di depressione.

Che cos’è la SAD?

La SAD, acronimo che curiosamente in lingua inglese significa “triste”, è un disordine affettivo stagionale di interesse psichiatrico, che si manifesta in modo ricorrente, ma con sintomi di tono assai minore rispetto alla depressione vera e propria.

Quali sono i sintomi della Sindrome da depressione autunnale?

I sintomi della SAD sono molto vari, e comprendono:

  • insonnia,
  • inappetenza/troppa fame,
  • sonnolenza;
  • risveglio difficile al mattino,
  • astenia (senso di stanchezza),
  • tendenza all’isolamento,
  • difficoltà di concentrazione,
  • riduzione del desiderio sessuale.

Inoltre il soggetto tende a chiudersi in sé stesso, ricerca momenti in cui appartarsi e resta in silenzio per lunghi periodi. Egli prova una diminuzione del desiderio di lasciarsi andare ad esperienze di piacere, di convivialità, di svago ed invece tende a ritirarsi nella propria intimità.
La SAD, al pari di altre patologie psichiatriche, non è una malattia, almeno finché non impedisce lo svolgere delle normali attività della vita quotidiana, creando scompensi più o meno significativi al lavoro, nella sfera delle relazioni, e in quella affettiva. In ogni caso determina però una riduzione progressiva della performance generali, una sorta di rallentamento delle proprie emozioni, della propria carica vitale e delle espressioni della personalità stessa che si fanno man mano sempre più povere, scarne, quasi aride.

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Quali sono le cause?

La SAD non ha una causa unica, bensì è generata da più fattori che agiscono sulla psiche in modo sinergico. Sicuramente il cambio di stagione incide e non poco, dal momento che crea uno squilibrio a livello percettivo e sensoriale (il clima più freddo, l’imbrunire repentino, l’aumento delle piogge). Ma agiscono anche altre cause, come l’inizio dell’attività lavorativa a pieno regime dopo le vacanze estive, il doversi ritagliare un maggiore spazio “intimo” tra le mura domestiche rispetto all’elevato grado di libertà sperimentato in estate. In concomitanza con l’abbassarsi della temperatura si riduce anche, in moto transitorio, l’attività del sistema immunitario, che concorre ad abbassare l’umore in modo lieve-moderato.

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Quali sono i soggetti maggiormente colpiti da questo problema?

Come già prima accennato, le persone maggiormente a rischio sono quelle che già soffrono di disturbi psichiatrici, come ad esempio la depressione. Hanno elevato rischio i soggetti che manifestano una ansia latente, cosiddetta “libera e fluttuante” e cioè quasi costante e, seppur lieve, in grado di limitare la libera espressione della personalità. Le persone insicure per natura, che hanno bisogno di conferme e di consensi, che sono abituate ad accontentarsi a piccole certezze piuttosto che affrontare grandi cambiamenti, che si riconoscono facilmente suscettibili ed estremamente sensibili di fronte agli eventi della vita quotidiana. Anche chi conduce una vita relativamente povera in termini di stimoli ed esperienze, piuttosto monotona nella gestione del quotidiano. Tutti questi soggetti sono in genere colpite in modo lieve da fenomeni ipocondriaci, dalla paura cioè di avere qualcosa che non va nel proprio corpo e che potrebbe essere una malattia da scoprire in tempo utile pena la morte per mancanza di cure adeguate.

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Perché compare soprattutto in autunno?

La SAD compare più frequentemente in autunno perché a livello climatico e psicologico assistiamo ad un forte cambiamento, che molti sentono come in peggio: ad un senso di libertà, di spensieratezza, di distacco quasi dal mondo e dalle responsabilità – tipico dell’idea della vacanza estiva – si passa rapidamente ad un inesorabile movimento di ritorno alle responsabilità lavorative o, nei giovani, di ritorno allo studio. La libertà rappresentata dai leggeri vestiti estivi deve far posto ad indumenti più pesanti, che danno una idea di “blocco”. Tutto questo può diventare pesante, per certi aspetti, difficile da gestire, e se la persona presenta dei fattori di rischio come quelli su elencati, potrebbe risentirne in qualche modo, fino a soffrirne in modo clinicamente significativo.

Può presentarsi anche in altre stagioni?

La SAD può presentarsi in qualsiasi altra stagione (specie nel cambio di stagione) anche se in frequenza assai minore, e persino in estate, nel passaggio cioè tra la primavera e l’estate. Quando compare in questo particolare periodo può assumere connotazioni abbastanza serie, tanto da portare alcuni dei soggetti colpiti a rischio suicidio. Non sono infrequenti in letteratura psichiatrica i suicidi nel mese di maggio/giugno, a dimostrazione di quanto forte possa essere il calo dell’umore in questo periodo.

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Come poter fronteggiare questo problema?

Esistono molti “trucchi” psicologici per provare a gestire questa sindrome:

  • impara a prendere la vita così com’è, senza risentire a livello emozionale dei suoi alti e bassi;
  • riempi la giornata di cose belle, di momenti interessanti ed evolutivi, cioè capaci di farci migliorare, di esperienze piacevoli sia per il corpo che per la mente, può sicuramente essere uno strumento per impedire all’umore di scivolare giù”;
  • riconosci una positiva immagine di te, un buon tessuto di relazioni, esperienze in grado di gratificarci facendoci sentire importanti. L’umore si nutre di feed back positivi che giungono dalle relazioni, quelle significative: dunque è importante distaccarsi dalle persone cosiddette negative e coltivare relazioni in grado di stimolare in modo positivo la nostra creatività, il nostro entusiasmo, facendoci nascere passioni e idee;
  • impara a ritagliarti nell’arco di ogni giornata cinque minuti per te, da dedicare a te ed al tuo benessere, cinque minuti per “stare bene”, significa far crescere il picco di benessere dell’umore, mantenendolo ben oltre il livello soglia che può risentire degli agenti destabilizzanti ambientali, garantendogli stabilità;
  • prenditi cura del tuo corpo: è molto importante aver cura del proprio corpo con una attività fisica moderata e momenti di profondo benessere (come le sedute in una spa), e della propria mente, con interessi da coltivare a livello personale, ad esempio la lettura, o passioni da far nascere e grazie alle quali stimolare la fantasia creativa.

Ovviamente questi sono consigli che possono anche non risolvere il problema: in questi casi è importante il supporto di uno psicoterapeuta e di uno psichiatra.

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Influenza 2017/2018: sintomi, virus, vaccino, quanto dura e rimedi

MEDICINA ONLINE FEBBRE INFLUENZA TEMPERATURA MISURARE TERMOMETRO MERCURIO DIGITALE BAMBINI NEONATO RAFFREDDORE TOSSE 2018 FARMACI TERAPIA CURA SUFFUMIGI ASMA RESPIRO DISPNEA POLMONI NOTTE GIORNO CORTISOLO ASPIRINA TACHIPIRIAnche questo autunno/inverno non tarderà ad arrivare, ma la sua virulenza dipenderà in buona misura dalle condizioni meteorologiche. La stagione scorsa, secondo i dati dell’Osservatorio InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità, erano stati 5.441.000 i casi accertati, con un picco di contagi registrato nell’ultima settimana del 2016. Quest’anno si parla nuovamente di 4-5 milioni di casi di influenza, ai quali vanno sommati gli 8-10 milioni di sindromi parainfluenzali. Quindi saranno dai 12 ai 15 milioni gli italiani costretti a letto dai virus influenzali.

Il nuovo virus

Se l’inverno dovesse essere lungo e freddo, sicuramente si avranno molti più pazienti influenzati. Se al contrario dovesse essere più mite, si può prevedere che ad avvantaggiarsene saranno i virus parainfluenzali, con sintomi meno marcati. A livello di ceppi, l’unica novità prevista per questa stagione sarà l’H1N1 A/Michigan, variante che sostituirà l’H1N1 California. Gli altri saranno gli stessi del 2016/17, cioè l’H3N2 A/Hong Kong e i due virus B/Brisbane e B/Phuket. Quindi il totale dei virus circolanti sarà di quattro.

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Vaccino trivalente e quadrivalente

La raccomandazione dell’OMS di realizzare un vaccino quadrivalente non pare aver avuto un grande seguito: lo scorso anno solo un’azienda l’ha messo sul mercato e quest’anno se ne è aggiunta solo una seconda. Ma per il virologo anche i vaccini trivalenti, soprattutto se adiuvati, sono efficaci, pur non assicurando una copertura totale. Il quadrivalente è raccomandato per bambini e adulti, mentre il trivalente può essere sufficiente per gli anziani, che hanno già incontrato più volte i virus, e hanno quindi in genere sintomi più attenuati. Gli anziani comunque sono quelli che più di altri dovrebbero vaccinarsi, soprattutto se hanno problemi cardiacirespiratori(BPCO), se sono immunodepressi o dializzati. Certo, il vaccino non protegge dalle 262 varianti di virus parainfluenzali, quindi l’iniezione fatta a inizio stagione non garantisce di passare l’intero inverno lontani da termometri e fazzoletti. Evita però le forme più toste e quindi più pericolose per chi ha già qualche problema di salute. La vaccinazione antinfluenzale gratuita è stata pensata dalle autorità sanitarie con lo scopo di coprire almeno il 75% della popolazione over 65. Ma in seguito al ‘flop’ della prevista pandemia, e a qualche allarme rivelatosi poi ingiustificato degli anni passati, c’è stato un crollo delle vaccinazioni. Un’indagine di Assosalute (Associazione nazionale farmaci di automedicazione), ha appurato che in media si vaccina tutti gli anni solo il 14% della popolazioneitaliana. Restringendo il campo ai soli anziani, il dato sale ma non quanto dovrebbe, ed è fermo al 45%.
A tenere lontani gli italiani dal vaccino antinfleunzale non è la diffidenza, quella che, per intenderci, caratterizza molti genitori che non vaccinano i propri figli contro malattie come il morbillo o la meningite (problema ora bypassato dal decreto Lorenzin). Meno del 5% degli italiani ritiene il vaccino antinfluenzale pericoloso, ma più di 2 su 3 dichiarano di non avervi mai fatto ricorso, e il 32,8% lo ritiene non necessario. Purtroppo però si tratta in genere di virus particolarmente contagiosi, dai quali quindi serve più che mai proteggersi: “Un solo starnuto”, ricorda Pregliasco, “può contenere circa 40.000 micro goccioline, che possono viaggiare a oltre 300 km all’ora”.

Sintomi

Mentre le sindromi parainfluenzali possono presentarsi a vari livelli di intensità, la vera influenza si presenta con i classici sintomi, principalmente: febbre alta (oltre 38), dolori muscolari/articolari e sintomi respiratori come tosse, naso che cola, congestione nasale o mal di gola.

Quanto dura l’influenza?

Nella maggioranza degli individui adulti (escludendo bambini ed anziani), l’influenza tende a scomparire entro 6/7 giorni giorni.

Cosa fare se ci si ammala?

Quando si è colpiti, va bene utilizzare farmaci senza obbligo di ricetta (Assosalute fa sapere che lo fanno 57 italiani su 100) per abbassare i sintomi ma espone il paziente a rischi: azzerare la febbre ed andare a lavorare come se nulla fosse, fa il gioco del virus perché si contagiano altri e si rischia di prolungare il periodo di malattia. Utili suffumigi ed aerosol. Quanto all’uso degli antibiotici, che ha senso solo in presenza di un coinvolgimento batterico, assolutamente vietato il fai-da-te, quindi no all’impiego di farmaci vecchi rimasti nell’armadietto delle medicine. Consultare sempre il medico, che normalmente li prescriverà solo se i sintomi persistono per oltre 4/5 giorni.

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Prevenzione del contagio

Alcuni semplici comportamenti possono aiutare a prevenire il passaggio del virus. Oltre a cercare di evitare il contatto con persone malate, è buona norma lavarsi spesso le mani, evitare di toccarsi naso, occhi e bocca (chi si mangia le unghie ha un rischio più elevato di contagio, perché sono le mani il veicolo principale). Anche disinfettare le superfici di casa o dell’ufficio, specialmente se qualche membro della famiglia o qualche collega si è ammalato, non è una cattiva idea, a cominciare dai telefoni. Evitare il fumo, che abbassa le difese immunitarie, e bere molta acqua, che favorisce l’eliminazione delle tossine. Poi come sempre, dieta sana e attività fisica, per mantenere l’organismo nella forma migliore, quindi più pronto ad affrontare gli agenti esterni.

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Differenza tra pressoterapia e cavitazione: quale preferire?

MEDICINA ONLINE DRENAGGIO LINFA LINFODRENAGGIO MASSAGGIO LINFODRENANTE MANUALE MECCANICO PRESSOTERAPIA GAMBALE MACCHINARIO ESTETICA VASI GAMBE CELLULITE GRASSO PEDANA VIBRANTEPressoterapia

La pressoterapia è un trattamento non invasivo che ha il fine di drenare (spostare, semplificando) il liquido linfatico dalla periferia al centro del corpo, con il principale scopo di rimetterla in circolo ed evitare che si accumuli, ciò per ridurre gli edemi periferici, migliorare la circolazione sanguigna/linfatica e migliorare l’ossigenazione dei tessuti. Tale drenaggio viene effettuato da una serie di gambali (o bracciali, se viene usata sulle braccia) che si gonfiano e si sgonfiano in modo coordinato e ritmico in modo da spingere la linfa in una data direzione, esattamente come fanno le mani dell’operatore durante un drenaggio linfatico manuale, quello che comunemente viene chiamato “massaggio linfodrenante”. Lo scopo principale della pressoterapia è quello di migliorare la circolazione e ridurre gli accumuli di liquidi che si formano tipicamente negli arti inferiori: ciò può favorire un lieve miglioramento della cellulite nelle sue fasi iniziali. Ciascun trattamento dura circa 20/30 minuti (ma il tempo varia in funzione della zona da trattare). Il sollievo determinato dall’azione drenante della pressoterapia sono avvertiti già al termine della prima seduta. I risultati “estetici” diventano macroscopici generalmente dalla quarta/quinta seduta – normalmente un ciclo di pressoterapia varia da 8 a 12. Il prezzo a seduta è generalmente molto più basso rispetto ad una cavitazione. La pressoterapia può essere effettuata sia dai medici che dalle estetiste.

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Cavitazione

La cavitazione è un trattamento completamente diverso dalla pressoterapia, non invasivo (pur essendo però più invasivo rispetto alla pressoterapia) finalizzato a ridurre lo spessore delle adiposità localizzate presenti in qualsiasi parte del corpo (come glutei, fianchi, pancia, braccia) attraverso l’utilizzo di ultrasuoni a bassa frequenza. Mediante tale tecnica, semplificando, gli ultrasuoni fanno “esplodere” gli adipociti, i quali rilasciano i grassi che contengono. Tali grassi vengono poi raccolti dal sistema linfatico che li convoglia al sistema sanguigno e quindi ai reni ed espulsi con l’urina. Ciascun trattamento dura circa 20 minuti (ma il tempo varia in funzione della zona da trattare) ed è importante, una volta finita la seduta, bere molta acqua ed effettuare un massaggio linfodrenante, per favorire l’azione della circolazione linfatica che dovrà trasportare i grassi cavitati, in direzione del circolo sanguigno. I primi risultati sono già visibili dalla prima seduta, ma diventano macroscopici generalmente dalla terza seduta – normalmente un ciclo di cavitazione varia da 8 a 12. Il prezzo a seduta è generalmente molto più alto rispetto ad una pressoterapia, anche perché una seduta di cavitazione solitamente comprende anche un massaggio linfodrenante. La cavitazione estetica (con frequenze al di sopra degli 80 kHz, le meno efficaci) può essere effettuata da una estetista, mentre la cavitazione medica (con frequenze al di sotto degli 80 kHz, le più efficaci) può essere effettuata per legge solo dai medici.

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Quale delle due tecniche fa per me?

La pressoterapia ha tali vantaggi principali rispetto alla cavitazione:

  • minore invasività;
  • meno operatore-dipendente;
  • minore prezzo;
  • maggior senso di sollievo (le gambe appaiono subito meno pesanti);
  • più indicata per stasi ed accumuli di liquido, specie agli arti inferiori.

La pressoterapia ha tali svantaggi principali rispetto alla cavitazione:

  • maggiori sedute richieste;
  • risultati raggiunti più lentamente;
  • minore efficacia su cellulite, specie su quella in stadi avanzati;
  • minore efficacia su accumuli di grasso.

La cavitazione MEDICA ha tali vantaggi principali rispetto alla pressoterapia:

  • minori sedute richieste;
  • risultati raggiunti più rapidamente;
  • maggiore efficacia su cellulite, specie su quella in stadi avanzati;
  • maggiore efficacia su accumuli di grasso.

La cavitazione MEDICA ha tali svantaggi principali rispetto alla pressoterapia:

  • maggior costo;
  • più operatore-dipendente;
  • maggiore invasività (si sente un seppur lieve dolore, con potenze elevate e frequenze al di sotto dei 30 kHz);
  • minore efficacia su stasi ed accumuli di liquido.

Semplificando:

Se avete le gambe gonfie, ritenzione idrica e stasi circolatoria, preferite la pressoterapia.

Se avete invece accumuli adiposi circoscritti e cellulite, preferite la cavitazione MEDICA con massaggio linfodrenante finale (eventualmente in associazione con la mesoterapia).

Nulla vieta di eseguire entrambi i trattamenti.

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Orologio biologico: come funziona e perché è importante

MEDICINA ONLINE STANCHEZZA COSA FARE ASTENIA SONNOLENZA LAVORO DORMIRE MALE REGOLE AIUTO CAUSE CURE MANCANZA DI FORZA DEPRESSIONE MUSCOLI SENZA FORZE MANCANZA DI ENERGIE SPORT MOVIMENTOLe scoperte sul suo funzionamento hanno fruttato quest’anno il premio Nobel per la Medicina a tre ricercatori americani: Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young. Ma che cos’è davvero l’orologio biologico, come funziona e in che modo influisce sulla nostra vita e il nostro benessere? Risponde Roberto Manfredini, cronobiologo e professore di Medicina Interna all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti dell’argomento in Italia.

Il ritmo arcaico che prevede il futuro

Racconta Manfredini che l’essere vivente più antico del mondo, un’ameba che ha 1,8 miliardi di anni, è costituita da un’unica cellula e ha tre ritmi circadiani: uno per la fotosensibilità, uno per la luminescenza e uno per la riproduzione cellulare. “Se una monocellula che ha quasi due miliardi di anni ha tre ritmi circadiani e questa capacità di essere ritmici è arrivata fino a noi, evidentemente comporta un vantaggio selettivo, e questo vantaggio è chiamato anticipazione. Se una funzione è ritmica, ha un massimo e un minimo prevedibili, si sa che si ripeteranno. Se ho questa conoscenza e so prima cosa avverrà in futuro, so per esempio quando aspettarmi il cibo e il mio organismo organizzerà tutto ciò che serve in funzione di quel momento. Solo così si spiega perché questo sistema di segnalazione è rimasto, ed è arrivato fino a noi”.

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Le origini della cronobiologia

“Mike Young e colleghi hanno fatto senz’altro un gran lavoro, ma il papà mondiale della cronobiologia è Franz Halberg”, austriaco, trasferitosi negli Stati Uniti per fuggire alle persecuzioni naziste, a Minneapolis cominciò a studiare i ritmi circadiani negli anni 50. “All’epoca era come parlare di oroscopo, la comunità scientifica non ti prendeva seriamente”, racconta Manfredini, che ancora negli anni ’80, ai suoi esordi, quando parlava di come le patologie hanno punte di frequenza legate al ritmo circadiano ricorda di essere stato deriso da platee di medici che a questo cosa del ritmo biologico proprio non credevano.

Che cos’è il ritmo circadiano?

“Ogni cellula ha una determinata serie di geni, che sintetizzano proteine le quali, quando raggiungono il massimo di produzione si autobloccano, si degradano e quando toccano il valore minimo sbloccano di nuovo il meccanismo facendo ricominciare il ciclo”. Questo è il meccanismo di base. Nella pratica abbiamo il sincronizzatore principale dell’organismo che è l’alternanza luce-buio. “La luce arriva alla retina, e oltre a consentirci di vedere, imbocca anche un’autostrada molto rudimentale, detta fascio retino ipotalamico diretto, che porta solo l’informazione sulla luminosità e fa scattare nell’ipotalamo un interruttore che dice ‘luce, blocco la melatonina, stai sveglio’ oppure ‘buio, aumento la melatonina, riposa’”.

Quindi l’orologio biologico principale, il master clock, si trova all’interno dell’ipotalamo, nel nucleo soprachiasmatico. “Si tratta di un pugno di neuroni, appena 20.000, capaci di fare da pace maker, cioè di dettare il ritmo alle cellule di tutto l’organismo. “Questo orologio biologico è indipendente dal tempo esterno, si tratta di un ritmo endogeno legato al movimento di rotazione terrestre di circa 24 ore. Il termine circadiano deriva proprio da questo: circa diem, all’incirca 24 ore, ma in realtà dura un po’ di più. La giornata per il nostro organismo sarebbe più lunga”, precisa Manfredini, “e questo spiega perché quando prendiamo un volo verso ovest, direzione nella quale allunghiamo la giornata, soffriamo meno di quando andiamo verso est, accorciandola. E lo stesso vale per ora solare e ora legale. I non vedenti totali, mancano della possibilità di sincronizzazione luce-buio e soffrono infatti spesso della cosiddetta ‘sindrome non 24’. Potendo contare solo sull’orologio endogeno, che ha un ciclo un po’ più lungo delle 24 ore, sono perennemente desincronizzati e in 10 giorni possono accumulare anche un giorno di distacco da tutte le altre persone”.

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Non c’è un solo orologio, ma tanti

Circa il 20% dei geni umani, cioè uno su 5, è circadiano-dipendente. Quando cala il buio assistiamo un calo di attività di tutti i geni che lavorano di giorno ed entra in azione la squadra di geni notturni”, semplifica il cronobiologo. A partire dai primi anni 2000 si è cominciato a identificare il meccanismo dell’orologio biologico prima in ogni apparato, poi in ogni cellula. In parte prendono ordini dal master clock, ma gli organi periferici hanno anche altri sincronizzatori. Per il tratto gastrointestinale, per esempio, un orologio importante è costituito dal cibo”. Luce e buio, attività e riposo, ritmo e tipo dei pasti, ogni orologio funzione in base a meccanismi propri. E ci sono fattori destabilizzanti per ciascuno. “L’alcol è un importante desincronizzatore dell’orologio biologico del fegato: in dosi massicce non solo intossica, ma modifica i geni orologio del fegato”.

Fuori sincrono

Ogni organo può perdere il proprio ritmo, il che lo rende più vulnerabile alle malattie. “Il cardiocito, la cellula del cuore, si nutre di acidi grassi e si attiva alle ore dei pasti. Se faccio un carico di lipidi la sera tardi, confondo il suo ritmo normale, l’enzima specifico non è pronto per lavorare i grassi in quel momento. A lungo andare questo può causare una desincronizzazione”.

C’è poi la possibilità di una perdita di ritmo generalizzata di tutto l’organismo. Questo può avvenire in maniera rapida o lenta. “La desincronizzazione rapida avviene con il jet lag”, spiega Manfredini. “Parti da Milano e vai a New York in aereo, otto ore di volo e sei di fuso. Arrivi che per te è sera ma lì è pomeriggio, tu hai fame e tra un po’ avrai sonno, non sei sincronizzato con l’orario di lì. Non tutti patiscono il jet lag allo stesso modo. Un terzo delle persone lo soffre pesantemente, un terzo in maniera media e un terzo non avverte nessun fastidio”. Sono tanti gli elementi che concorrono a far sentire di più o di meno il jet lag: dipende dalla lunghezza del volo, dal cronotipo, dall’età e dalla maggiore o minore abitudinarietà. Per chi ne soffre gli effetti sono disturbi del sonno, disorientamento, poco appetito, deconcentrazione.

Vi è poi una forma di desincronizzazione generale lenta, quella legata al lavoro su turni. “Si calcola che dal 20 al 30% della forza lavoro nei paesi industrializzati lavori di notte. Ci vogliono anni, ma alla lunga il turno desincronizza l’orologio biologico e molti studi hanno suggerito che possa per esempio provocare il cancro. Attenzione però”, mette in guardia il cronobiologo. “Molti dei lavori scientifici sull’argomento fatti sulle infermiere si basano su una coorte che parte molto indietro nel tempo, da un’epoca in cui i turni erano molto peggiori di quelli attuali, molto più nocivi. Uno schema classico di lavoro per le infermiere era: una settimana di mattina, una settimana di pomeriggio, una settimana di notte e una di riposo. Abituarsi a un ritmo e poi cambiarlo è in assoluto la cosa peggiore. La medicina del lavoro ha attinto a piene mani alla cronobiologia e i turni moderni sono molto diversi. Ora si alternano giornalmente pomeriggio, mattino, notte e riposo: più il turno è veloce, meno l’organismo soffre del cambiamento”.

La perdita di ritmo comunque può causare malattie. Tipicamentesindrome metabolica, diabete, ipertensione e anche neoplasie. L’aumento dell’illuminazione notturna della Terra contribuisce a sfasare i ritmi, per non parlare della luce blu, quella emessa da smartphone, tablet e pc, che ha un effetto di blocco della melatonina molto maggiore rispetto a tutta l’altra luce artificiale.

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Ognuno ha il suo ritmo

“Ognuno ha il suo cronotipo”, conferma Manfredini. “C’è chi funziona meglio al mattino, chi meglio alla sera, i famosi gufi e allodole. Prima si pensava che questo dipendesse da una variante veloce o lenta del gene Clock, in realtà oggi sappiamo che i geni coinvolti sono ameno 80”. Ma nel corso della vita si può anche cambiare cronotipo, in funzione dei sincronizzatori ambientali, dell’età, dell’attività lavorativa. Il meccanismo è dinamico e dipende da tante variabili: un chiaro esempio del mix di genetica e ambiente. Esistono su internet dei test, detti MEQ (Morningness-Eveningness Questionnaire), che sono questionari volti a stabilire che cronotipo siete. Cercateli su Google.

A che ora ci ammaliamo?

Ci sono momenti della giornata in cui alcuni organi sono più suscettibili ad avere problemi. “Tutte la variabili biologiche hanno un ritmo”, spiega Manfredini. “Se una serie di variabili sfavorevoli per l’organismo, che singolarmente non sono pericolose né mortali, accadono tutte nella stessa finestra temporale, possono comportare problemi seri. Parliamo del cuore. Al risveglio si verificano un picco della pressione arteriosa, c’è un tono coronarico maggiore quindi il flusso di sangue è ridotto, abbiamo il picco del cortisolo, l’ormone dello stress, una maggiore vasocostrizione, il picco di adrenalina e noradrenalina, la frequenza cardiaca più alta, le piastrine aderiscono maggiormente quindi è più facile che si formino trombi. Il risveglio è un evento stressante, e in chi è già a rischio (classico uomo sopra i 50, cicciottello con la pressione alta) è molto più probabile che nelle prime ore della giornata si verifichino infarto e ictus”.

C’è un momento d’oro per ogni cosa

Cominciamo dal sonno. “L’ora ideale per andare a letto è tra le 23 e le 24. È stata individuata con una serie di studi svolti negli anni ‘80-’90, verificando la qualità della performance dopo il sonno ma anche attraverso questionari soggettivi. Se si dorme da quell’ora per 7-8 ore, alla mattina ci si sente perfettamente riposati perché si sono rispettati i ritmi dell’organismo”. L’uomo è un animale diurno, di notte l’organismo va a scartamento ridotto. Non bisogna fare grandi mangiate la sera, per esempio, perché l’organismo si mette in stand-by e non consuma.

“La mattina è il momento migliore dal punto di vista delle performance psicofisiche, l’apprendimento, la memoria a breve termine, l’attenzione. Quindi l’orario scolastico in fondo è giusto. Dopo un calo nel primo pomeriggio, indipendente da quanto e cosa si mangia, ma che certo è più intenso se si è mangiato pesante, c’è di nuovo un altro momento buono intorno alle 15-16”. Il pomeriggio è il momento migliore per le prestazioni sportive: “la temperatura si alza, i muscoli danno prestazioni migliori”.

Cronoterapia: curarsi in base all’ora

Franz Halberg usava dire che non è solo la dose di un farmaco ma anche l’ora in cui lo assumi può far diventare una sostanza benefica o malefica. Ogni sostanza deve essere lavorata da enzimi, che dipendono da attività cellulari che hanno un massimo e un minimo. Ci sono, insomma, momenti migliori di altri anche per curarsi. “Ora noi sappiamo che alcune patologie hanno momenti di maggior rischio e vogliamo essere efficaci nel proteggerci dal quel rischio. C’è un picco di pressione alta la mattina, ma proprio la mattina è il momento in cui spesso si prende la pillola per la pressione, cioè ad almeno 23 ore di distanza da quando ne avremmo bisogno. Prima di tutto allora dobbiamo essere certi che la pastiglia copra efficacemente le 24 ore. In certi pazienti ipertesi, la cui pressione di notte non si abbassa, potrebbe aver senso dare almeno un farmaco alla sera”.
E poi ci sono i tumori. “Molti oncologi fanno la cronoterapia in diversi centri italiani: cercano di dare la chemio nel momento in cui la cellula tumorale si moltiplica per essere più efficaci sulle cellule malate e meno aggressivi con quelle sane. In Francia ci sono ospedali in cui sono stati modificati i turni di lavoro per fare la chemio ai pazienti di notte dato che in quel momento si uccidono più cellule maligne risparmiando le altre. I tassi di sopravivenza sono simili a quelli della somministrazione classica, ma gli effetti collaterali sono molti meno e la qualità di vita del paziente è perciò assai più alta”.

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Picco di morti per overdose: l’eroina torna a far paura

MEDICINA ONLINE FILM MOVIE Trainspotting is a 1996 British black comedy directed by Danny Boyle, and starring Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd, Robert Carlyle, and Kelly Macdonald

Immagine tratta dal film “Traspotting” che narra le avventure di un gruppo di giovani eroinomani

“Pur rimanendo la sostanza meno utilizzata dagli studenti italiani, l’eroina segna un leggero incremento tra chi riferisce di averla provata almeno una volta nella vita. Tale percentuale, dopo essere diminuita dal 2,5% all’1,3% fra il 2006 e il 2015, torna a risalire nel 2016 (1,5%, pari a quasi 37.000 studenti)”. I dati contenuti nell’ultima relazione presentata al Parlamento dal Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 2017, parlano anche di un aumento tra i giovanissimi (tra i 15 e i 19 anni) del consumo frequente: “dopo la tendenza negativa che ha caratterizzato il periodo 2013-2015 (da 0,7% a 0,4%), nell’ultima rilevazione torna ai livelli del 2013, lo 0,7%”. In soldoni questo vuol dire che quasi 17.000 studenti fanno uso di eroina 10 o più volte al mese.

Nuovi eroinomani

“Si tratta pur sempre delle percentuali più basse tra le sostanze illegali conosciute”, precisa Roberta Pacifici, responsabile del Centro Nazionale Dipendenze e Doping e Direttore del Reparto Farmacodipendenza, Tossicodipendenza e Doping e dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità. Sono circa 90.000 gli studenti che fanno uso di cannabis ogni giorno, tanto per dire. “Il dato sul consumo di eroina è coerente con quello che riguarda i sequestri”, spiega Pacifici: “su 72.000 chili di sostanze sequestrate, solo lo 0,7% erano oppiacei, il 91% erano cannabis e hashish e derivati”. Però tra coloro che cercano aiuto, cioè gli utenti dei Sert, la percentuale di coloro che fanno uso di eroina resta altissima: circa il 68%. “Ma quella in trattamento nei Sert è un’utenza vecchia che rimane in cura per anni. Il Sert è stato etichettato come luogo per la cura da dipendenza da eroina. Negli anni è salita l’utenza da cocaina e comincia a comparire anche quella da cannabis, che è arrivata all’11,1%, ma l’eroina resta prevalente”. Ad essere molto cambiata nel tempo è la percezione che dell’eroina hanno i nuovi consumatori di questa sostanza. “Tanto per cominciare raramente la iniettano, più spesso la sniffano o la fumano insieme ad altre sostanze, compresa la cocaina. Questa tipologia di consumatore è lontana dall’idea di aver bisogno di essere sostenuto in un cammino di disassuefazione”. Il tossico, insomma, ha cambiato volto e non si percepisce come tale.

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Questione di concentrazione

Siccome nelle ultime settimane c’è stato un picco di morti per overdose, la sensazione è che qualcosa sia cambiato anche nella composizione della sostanza. “Dati del 2016 parlano di una concentrazione stabile, senza impennate”, racconta Pacifici, “però è un dato vecchio e poi si tratta di un indicatore, indiretto, parziale, che ci parla solo di quello che è stato intercettato dalle forze dell’ordine, che non è detto sia indicativo di tutta l’eroina che circola. Noi abbiamo la sensazione che sia l’eroina ad alta concentrazione di principio attivo a causare le overdosi”.

Le overdosi degli ultimi tempi sembrerebbero dunque collegate a un uso di eroina molto pura, con concentrazioni importanti. Esiste un sistema di allerta rapido, che il Dipartimento politiche antidroga gestisce insieme a tutti gli altri paesi europei, in un network coordinato a livello centrale da Lisbona: ogni paese ha il suo sistema che comunica con gli altri per intercettare nuove sostanze e diramare le informazioni a tutti i paesi per poi comunicarle ai Sert, ai centri antiveleni, alle forze di polizia. “Per l’Italia il sistema è gestito da noi (dal Centro Nazionale Dipendenze e doping, n.d.r.) che quindi vediamo dove si sono registrati sequestri e intossicazioni legati a eroina molto concentrata”.

Ma perché l’eroina distribuita adesso conterrebbe una percentuale più alta di principio attivo? “I motivi possono essere molti: da un errore del distributore, che ha sbagliato a preparare i tagli, a una maggiore disponibilità della sostanza sul mercato, ma c’è anche la possibilità che sia una questione legata alla concorrenza. Chi oggi vuole immettere l’eroina sul mercato ha molti concorrenti, tra nuove sostanze stimolanti e cocaina a prezzi stracciati. Se io fossi un venditore che deve immettere una partita di una sostanza ormai poco utilizzata, forse penserei di farla diventare più appetibile, vendendola più pura, più forte”, ragiona Roberta Pacifici. “Questo crea importanti problematiche anche perché chi poi la vende al dettaglio è la piccola delinquenza, persone che certo non sono esperte di tossicologia, quindi non sanno mettere in guardia i consumatori”.

Pericolo sintetico

A preoccupare gli esperti però oggi è un altro tipo di oppiodi, quelli sintetici. “Nel mercato delle nuove droghe, quelle che noi monitoriamo attraverso il sistema di allerta rapido, abbiamo visto che di tutte le segnalazioni pervenute nel 2016 dalle 12 nazioni europee che fanno parte del circuito ben il 40% hanno riguardato gli oppioidi sintetici tutti derivati del fentanil, un potente antidolorifico. C’è una diffusa situazione di abuso di questo farmaco a scopo stupefacente e di tutti i suoi derivati: furanilfentali, fluorofentanil, e poi l’ U-47700 che ha fatto un morto anche in Italia”.

“È un fenomeno importante e grave. Questi oppioidi sintetici mimano gli effetti dell’eroina, hanno una percezione di minor rischio, ma in realtà creano una forte dipendenza e casi di intossicazione grave e possono anche essere mortali. Alcuni sono 10-100 volte più potenti della morfina e la loro gestione è rischiosissima: chi li consuma non ha idea della potenza di quello che sta prendendo”.

Queste droghe che non sembrano droghe, vendute in pastiglie soprattutto su internet, stanno conoscendo un’ampia diffusione in tutta Europa. “Il problema di tutte le nuove sostanze psicoattive è che il giovane consumatore fa da cavia, non se ne conoscono con precisione gli effetti. Il successo lo fa il passaparola, soprattutto via internet, che poi dà luogo alle gravi intossicazioni e ai decessi, che insieme ai sequestri sono gli episodi attraverso i quali ne intercettiamo la presenza”.

È un mercato che ha come obiettivo i giovani e i giovanissimi e che non conosce frontiere. “I ragazzi comunicano con i loro pari attraverso la rete, per questo ciò che succede in Svezia, e ci sembra lontano, è importante anche per noi in Italia, perché le droghe che si consumano lì sono a portata di mano per i nostri ragazzi”. Ecco perché il sistema di allerta rapida è importante. “Noi intercettiamo il prodotto, ne diamo subito notizia, e viene immesso nella tabella delle sostanze proibite. Il problema infatti è che spesso queste sostanze sono di fatto legali”, finché non se ne verificano l’abuso diffuso e le sue conseguenze. “In Italia il Dipartimento per le politiche antidroga coordina tutto il sistema”, spiega Pacifici. “La rete funziona, ma siamo sempre in affanno, in emergenza. La polizia scopre un sito in cui si vendono gli oppioidi sintetici, lo fa chiudere ma nel frattempo ne aprono altri tre. Il mondo dei consumi, purtroppo, è sempre un passo avanti”.

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Impennata della Sindrome di astinenza da oppioidi nei neonati

MEDICINA ONLINE FARMACO MEDICINALE PRINCIPIO ATTIVO FARMACIA PILLOLA PASTIGLIA DINITROFENOLO DNP DIMAGRIRE DIETA FARMACI ANORESSIZANTI MORTE EFFETTI COLLATERALI FOGLIO FOGLIETTO ILLUSTRANuovi dati drammatici sull’incidenza della Sindrome di astinenza da oppioidi nei neonati – NAS in sigla – con cui un numero crescente di bimbi viene alla luce negli Stati Uniti. Causata in particolare dai farmaci oppioidi presi dalle madri, ma anche da altre sostanze stupefacenti, la sindrome colpisce ben più dei 6 neonati ogni 1.000 registrati di recente dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta, i Cdc.

Ad esserne convinti sono gli stessi esperti governativi, in quanto non tutte le contee e Stati Usa riportano questi dati. Gravissima specialmente la situazione in Tennessee, dove le madri nelle aree più rurali risultano tra le più colpite da dipendenza da oppioidi. Nello Stato, i neonati venuti alla luce con ‘NAS’ sono addirittura più di 50 ogni 1.000 nascite.

Ben 8 procuratori generali statali di altrettante contee del Tennessee hanno intentato causa a nome dei bimbi venuti alla luce con ‘NAS’ contro le aziende produttrici di oppioidi, ossia le case farmaceutiche. A livello nazionale, in America,negli ultimi 15 anni, il numero di bimbi nati con NAS è quadruplicato.

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Manovra di Petit: come si effettua ed a cosa serve

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIOLa manovra (o tecnica) di Petit (o della palpazione crociatasi usa in semeiotica medica per effettuare la palpazione dei reni.

Come si effettua la manovra di Petit

Il medico si trova dal lato opposto a quello del rene da esaminare, con l’avambraccio che viene introdotto sotto il dorso del paziente, fino a quando la mano non poggia sulla loggia lombare, l’altra mano è posta sull’addome, sotto l’arcata costale.

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Posizione di Trendelenburg inversa: cos’è e quando è consigliata

MEDICINA ONLINE posizione di Trendelenburg INVERSA REVERSE DECUBITO PRONO SUPINO LATERALE SICUREZZA SIGNIFICATO POSIZIONE LETTO STESI TERRA VISITA LETTINO SDRAIATO CHE SIGNIFICA DIFFERENLa posizione di Trendelenburg inversa, anche definita anti Trendelenburg, è una posizione applicata in campo sanitario, che in determinati casi può agevolare le condizioni del paziente o ridurre le complicanze legate a determinate patologie. È opposta alla posizione di Trendelenburg.

Viene praticata nei letti ospedalieri articolati e prevede l’inclinazione a 25-30° del letto in modo tale che la testa e il torace risultino su un piano superiore rispetto a quello dei piedi (paziente supino).

Ha benefici sul cranio per la contro estensione delle lesioni della colonna vertebrale; favorisce il drenaggio chirurgico delle raccolte pleuriche e delle fistole. Viene utilizzata nei pazienti in sala operatoria a seconda delle necessità.

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