“Se tu non mi ami è colpa mia”: i pensieri di una donna che ama un uomo anaffettivo

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-donna-che-ama-uomo-anaffettivo-non-mi-ami-riabilitazione-nutrizionista-infrarossi-accompagno-commissioni-cavitazione-radiofrequenza-e“Vivo da oltre 20 anni con un marito anaffettivo. Ho sempre cercato di migliorare il nostro rapporto ma non ci sono riuscita. Amiche care, scappate finché siete in tempo. Io non ho avuto la forza di separarmi per vari motivi. Ma che vita è la mia? Una nebbia grigia con rari sprazzi di sole.”

Tante mie pazienti donne vengono da me confidandomi di essere innamorate di un uomo che oggettivamente non le ama e che le tratta in malo modo, nell’impossibile circolo vizioso del “sono sicura che riuscirò prima o poi a cambiarlo” e del “se mi tratta male vuol dire che ci tiene a me” che culmina nel “anche se forse non mi ama, io lo amo troppo per riuscire a lasciarlo”.

Passare oltre a qualsiasi situazione

Non esclusivamente (ma più frequentemente) tra le donne, negli amori non corrisposti esiste una componente di ossessività. Spesso una donna, pur di avere l’oggetto del proprio amore (o di quello che pensa essere l’amore), passa sopra a qualsiasi nefandezza perpetrata dal partner: tradimenti ripetuti, offese di fronte ai figli, freddezze, violenza psicologica, eclatanti mancanze di rispetto, fino a sottovalutare e perfino legittimare gli episodi di violenza fisica. Anche se lui si dimostra egoista, anaffettivo e non mostra  alcuna  volontà di costruire qualcosa, lei non prende seriamente in considerazione l’idea di cercarsi un partner più adatto: al contrario, paradossalmente lei si “innamora” ancora di più.
Più lui la tratta male o si dimostra sfuggente e indisponibile, più lei raddoppia gli sforzi per conquistarlo. Il suo sentimento  non viene scalfito dall’interesse debole ed oggettivamente discontinuo di lui: anche se il rapporto si rivela insoddisfacente sin dall’inizio, lei non vuole assolutamente rinunciare a quello che considera un grande amore. Nonostante lui la tratti con freddezza e – peggio ancora – non la rispetti, lei si sente profondamente innamorata e non vuole rinunciare ad un partner che è diventato per lei il senso della vita.

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La vita ha senso solo se lui mi ama: mancanza di autostima

Da dove deriva questa  ostinazione nel cercare di conquistare a tutti i costi (a volte fino ad arrivare al punto di farsi male) un uomo che sfugge e che ci fa sentire sole e poco amate? Perché si desidera  un uomo che non ci ama mentre partner più disponibili e adeguati vengono bollati come poco interessanti e non suscitano nessuna attrattiva?
La questione è molto complessa perché non esiste una motivazione univoca che vada bene per tutte le donne a prescindere dalla loro personalità e dalla loro storia passata.
Una possibile spiegazione è che lei nel tentativo di farsi amare da un uomo sfuggente ed anaffettivo  stia combattendo una battaglia di vitale importanza per la sua autostima, una battaglia che non vuole assolutamente perdere.
In genere, le donne che si aggrappano a rapporti insoddisfacenti sono cresciute in una famiglia che non le ha mai valorizzate, hanno  una scarsa autostima e ripongono nel rapporto di coppia tutte le loro aspettative di realizzazione personale. L’uomo che amano diventa la loro ragione di vita perché – inconsciamente – soltanto nella misura in cui si sentono amate da lui, possono sentire di essere amabili e di valore qualcosa: senza il loro uomo queste donne tornano ad essere le bambine che venivano sempre messe in secondo piano dalle sorelle maggiori o che a scuola erano quelle meno “popolari”.

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Partner assenti come il padre

E’ paradossale il fatto che le donne con queste problematiche – le quali sarebbero le prime a beneficiare di avere accanto un compagno presente ed affettuoso – purtroppo tendono ad essere attratte solo da uomini freddi ed emotivamente indisponibili, simili al loro primo oggetto d’amore: il padre. Le donne che tendono a lasciarsi coinvolgere in relazioni difficili con gli uomini hanno avuto una figura paterna poco presente e affettuosa.
Nel cercare di ottenere l’amore di un uomo egoista e non innamorato  si cerca di vincere la battaglia che si è persa durante gli anni della crescita: quella di farsi amare da un padre sempre altrove perché preso da altro o fisicamente assente. Una battaglia persa che ancora brucia e di cui la donna non ha ancora compreso il risultato o che tenta ancora disperatamente di ribaltarne l’esito.

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Prima è andata male ma ora deve funzionare a tutti i costi

Queste storie “impossibili” capitano con più facilità nei periodi di maggiore fragilità personale, in particolare  dopo un lungo periodo di solitudine affettiva o dopo una separazione o un fallimento sentimentale che fa ancora male. In casi come questi si diventa  ancora più tenaci nel perseguire la meta perché “stavolta deve funzionare  a tutti i costi“. Anche se è oggettivo che non ci siano i presupposti affinché il nuovo partner coroni il sogno d’amore della donna, la nuova storia viene portata avanti camminando su qualsiasi maceria che si presenti: la nuova storia deve compensare l’insuccesso precedente. L’incapacità di vincere ieri, determina la scarsa autostima di oggi e causerà l’ossessiva testardaggine di domani: un circolo vizioso difficile da sciogliere.

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La difficoltà nell’ammettere l’errore

Lo psicologo Robert Cialdrini, col suo “Principio di Coerenza” descritto nel libro “The science of persuasion”, descrive perfettamente la trappola persuasiva in cui cade una donna legata ad un uomo anaffettivo. Lo studioso di psicologia sociale ci dice che quando entriamo in un progetto a lungo termine, più tempo ed energie abbiamo investito e più difficilmente si riuscirà ad “abbandonare la nave in tempo”, questo perché il rimanere coerenti con le proprie scelte passate ci evita di doverci fermare ed ammettere di aver sbagliato tutto fin dall’inizio. Quanto è difficile farlo… specie se sappiamo di aver sbagliato mille volte, la nostra autostima è sotto i piedi e l’ultima cosa che vogliamo è avere un gruppo sterminato di amici e parenti che con aria saccente ci ripete “te lo avevo detto!”. Stessa cosa avviene in amore: tanto più tempo ed energie si sono investite nel vano  tentativo di farsi amare da un uomo incapace di amore profondo, più tornare indietro diventa difficile e doloroso e comporta il pagamento di un prezzo molto elevato in termini di autostima. Questo è catastrofico, specie considerando che diventa il circolo vizioso in cui tante mie pazienti si sono ritrovate:

più passa il tempo, più è difficile ammettere l’errore, più è difficile lasciare, più si sta male, più si abbassa l’autostima, più si ha bisogno di rimanere con la persona sbagliata, più passa il tempo

Continua la lettura con la seconda parte dell’articolo: “Se tu non mi ami è colpa mia”: i pensieri di una donna che ama un uomo anaffettivo (seconda parte)

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Come capire se soffri di disturbo schizoide di personalità? I 20 comportamenti caratteristici

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-capire-se-soffro-disturbo-schizoide-personalita-riabilitazione-nutrizionista-infrarossi-accompagno-commissioni-cavitazione-radiofrequeIn questo articolo ci eravamo occupati del disturbo schizoide di personalità, vi consiglio di leggerlo per comprendere meglio l’argomento trattato in questo articolo. Oggi vediamo come fare a capire – o quantomeno sospettare – la presenza di un disturbo schizoide di personalità. La diagnosi deve ovviamente essere fatta dal medico, ma se vi ritrovate – o ritrovate una persona a voi cara – nei seguenti comportamenti, si potrebbe effettivamente trattare di disturbo schizoide di personalità:

  1. ti consideri un osservatore, anziché partecipe di ciò che accade intorno a te;
  2. quello che ti accade ti appare abbastanza “piatto, insignificante e privo di importanza”;
  3. vivi in un “mondo tutto tuo” fatto più di interessi astratti, come la matematica, l’informatica, la filosofia, che di relazioni;
  4. tendi a preferire gli animali alle persone;
  5. tendi a limitare al minimo il contatto con gli altri;
  6. il contatto con le altre persone è fastidioso ed è più che altro finalizzato ad ottenere uno stile di vita più convenzionale e socialmente accettato, piuttosto che ad ottenere piacere;
  7. hai una carriera scolastica o professionale buona, sei serio e bravo nel profitto, ma ti senti totalmente estraneo alla vita di classe o di ufficio ed abbastanza indifferente alle relazioni sociali coi tuoi compagni di scuola o colleghi;
  8. non hai particolari desideri;
  9. non hai una famiglia (moglie, marito, figli) e preferiresti non averla;
  10. prediligi i lavori solitari, che richiedano un contatto ed uno scambio minimi con i colleghi, meglio ancora se totalmente solitari;
  11. hai un senso di indifferenza o di ansia verso le relazioni;
  12. difficilmente ti senti disinvolto ed a suo agio di fronte agli altri;
  13. vedi le altre persone come soggetti intrusivi e poco gratificanti;
  14. preferisci isolarti e non avere amici stretti e relazioni intime;
  15. preferisci sport singoli a sport di squadra;
  16. preferisci sport in cui l’interazione con gli avversari è minima o assente;
  17. i rapporti sessuali sono poco gratificanti e li vedi più come obbligo sociale che come reale fonte di piacere;
  18. di fronte ad una critica o ad un elogio, la tua reazione è la medesima: indifferenza;
  19. anche se fortemente provocato, tendi a non manifestare una rabbia che nascondi all’interno;
  20. qualsiasi attività preferisci farla da solo, piuttosto che in gruppo.

Se vi ritrovate in questi comportamenti, vi consiglio di interpellare al più presto un medico a riguardo.

Articoli sui disturbi di personalità:

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Sul perché non c’è bisogno di dimostrare la non esistenza di Dio

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERCHE DIMOSTRARE NON ESISTENZA DI DIO  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgVedo che molte persone atee o agnostiche, si impegnano a trovare dei sistemi, dei sillogismi, delle logiche, alcuni addirittura delle formule matematiche, per dimostrare il fatto che non esista alcun dio, per rispondere a tono alla marea di fallacie logiche che il credente elenca ogni volta in ogni discussione sull’esistenza o non di dio. Certamente ne può venir fuori un interessante allenamento intellettuale, tuttavia – essendomi anche io posto il problema e non volendo perdere intere giornate a dimostrare razionalmente e con logica un fatto irrazionale ed illogico – sono arrivato alla seguente, facile conclusione: non c’è da dimostrare niente (letteralmente).

Infatti già i latini sostenevano che:

Affirmanti incumbit probatio

ed anche:

Onus probandi incumbit ei qui dicit, non ei qui negat

Sono principi giuridici tutt’ora attuali ed importantissimi, traducibili rispettivamente con “la prova tocca a chi afferma” e “l’onere della prova è a carico di chi afferma qualche cosa, non di chi lo nega“. La necessità di portare prove dell’esistenza di una divinità invisibile ed extraterrena è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l’esistenza di una o più divinità intangibili e tocca quindi a lui dimostrare tale esistenza.

Il non credente afferma che esiste l’universo, il credente afferma che esiste l’universo e – in aggiunta – Dio: fornire verifica di quell’aggiunta è suo compito.

La situazione è paragonabile ad una causa giudiziaria: è l’accusa che, in un tribunale, deve condurre delle prove a sostegno della propria tesi; la difesa deve al massimo invalidare le suddette prove, non di certo fornire alla giuria una dimostrazione di innocenza nei confronti di un’accusa non prima dimostrata e quindi infondata. Se non fosse così, io potrei dire che tu che stai leggendo hai appena ucciso una persona e tocca a te dimostrare che non sia vero: sarebbe impossibile farlo! È di conseguenza necessario – secondo questo principio – che prima ancora di dimostrare che Dio non esista, siano gli stessi credenti a dimostrare che lui esista, altrimenti paradossalmente chiunque potrebbe dire che esiste qualsiasi cosa che non esiste. Per esempio il mio miglior amico e dio è Dumbo Jumbo, lo vedo qui di fronte a me in questo momento e vuole i miei soldi per salvarmi dall’inferno degli elefanti volanti (se lo pensassi veramente sarei nel reparto di psichiatria: i credenti non lo sono solamente perché sono troppi ed è consuetudine reputarli sani). E non basta dire che Dumbo è presente in un libro scritto da qualcuno migliaia di anni fa, né che milioni di persone credano in Dumbo e nei suoi miracoli, per dire che il grazioso animale esista realmente, altrimenti basterebbe prendere come prova migliaia di fumetti e film su l’Uomo Ragno per poter asserire che l’Uomo Ragno esista realmente.

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Gli atei (e per ovvi motivi ancor di più gli agnostici) non hanno tendenzialmente problemi a riconoscere il fatto che non è possibile dimostrare l’inesistenza di Dio: anche perché, come scrive Richard Dawkins:

Non si può dimostrare in maniera incontrovertibile l’inesistenza di niente

La prossima volta che un credente vi chiederà di dimostrare che Dio non esiste, chiedete voi a lui di dimostrare la non esistenza di Dumbo o di Superman. Oppure ditegli che il vostro dio è Zeus (si, proprio il capo dell’Olimpo degli antichi greci) e, quando lui si metterà a ridere, chiedetegli di dimostrare che Zeus non esista, poi osservate la sua espressione ed i suoi tentativi di arrampicarsi sugli specchi della logica. Non c’è nulla da fare: la fede deve essere per forza irrazionale, perché la razionalità porta a dire che:

Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova – Euclide

Il ragionamento è abbastanza semplice: tutto quello che vedi esiste, tutto quello che non vedi non esiste. Poi se i batteri non si vedono e tu sei però convinto che loro esistano, tocca a te inventare il microscopio e dimostrare che sono davvero lì nel nostro corpo: finché non ci riesci, la tua rimane una idea e non un fatto oggettivo e se qualcuno viene da te – prima della dimostrazione – e ti dice “I batteri non si vedono quindi non esistono”, tu devi semplicemente dargli ragione. L’onere della prova è di chi afferma, non di chi nega.

Inoltre subentra anche il principio dell’incredibilità/plausibiltà dell’affermazione. Ad esempio, se mi dici che in Thailandia piove, posso crederti anche senza il bisogno di prove, perché l’affermazione è di alta possibilità. Se mi dici che lungo la linea dell’Equatore nevica, già dovresti quantomeno iniziare a fornirmi un indizio che mi possa far credere che sia così, visto che la cosa diventa statisticamente molto meno probabile. Ma se mi dici che hai in giardino un drago viola invisibile che si masturba, allora la prova dev’essere schiacciante e ben documentata, altrimenti resta oggettivamente una fantasia, pur se creduta da molte persone.
Se poi mi dici qualcosa di ancora più incredibile, ovvero che esiste una divinità invisibile che ha creato l’intero universo, che ha plasmato l’uomo ed addirittura si è incarnato in quest’ultimo morendo e resuscitando, per poi salire alla destra di sé stesso per controllare quante volte ti masturbi (e si masturba il drago viola invisibile in giardino), allora mi devi fornire il quintuplo delle prove, e devono essere razionali e logiche secondo un carattere prettamente scientifico. Altrimenti non parli di qualcosa di oggettivo, ma stai raccontando solo una storia fantasy creata dall’uomo, al pari de Il Signore degli Anelli.

Dimostrare che qualcosa NON esiste è possibile? No, perché altrimenti certe discipline scientifiche devono cessare di esistere seduta stante. Ad esempio, la Storia. Gli storici possono confermare quello che possono dimostrare, poi possono sollevare ipotesi in base ai rilievi archeologici. Ma non possono passare la loro vita a smentire tutti coloro che parlano di alieni in riferimento alle piramidi, oppure dimostrare che Napoleone non era un lupo mannaro. Per questo l’onere della prova è sempre una responsabilità di chi afferma e non di chi nega.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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I nuovi distributori automatici di frutta biologica a km zero

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DISTRIBUTORI FRUTTA BIOLOGICA A KM ZERO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneSvolta salutista per le macchine automatiche di distribuzione: i gestori stanno ampliando l’offerta per tenere conto delle differenti esigenze nutrizionali e di gusto. Secondo una ricerca svolta da Confida (l’Associazione italiana distribuzione automatica) l’82,6% dei gestori sta introducendo prodotti per intolleranti, mentre il 74,4% prodotti provenienti da agricoltura biologica. Introdotti anche yogurt e frutta, prodotti del territorio o a “chilometro zero” e prodotti equo solidali.

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Atrofia muscolare spinale: sintomi, trasmissione, tipi e cure

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ATROFIA MUSCOLARE SPINALE SINTOMI CURE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneL’Atrofia muscolare spinale (Spinal muscular atrophy  anche detta SMA) è una malattia neuromuscolare ereditaria, caratterizzata dalla progressiva degenerazione dei nuclei motori del tronco encefalico e dei motoneuroni delle corna anteriori del midollo spinale da cui partono i nervi diretti ai muscoli, e che trasmettono i segnali motori (vedi foto). Il risultato di questa degenerazione è un’importante debolezza muscolare da cui conseguono varie complicanze.

Qual è la causa dell’Atrofia muscolare spinale?
Questa patologia è provocata da un’aberrazione genica che colpisce una regione del cromosoma 5 e determina una produzione di livelli insufficienti di una proteina chiamata SMN (survival motor neuron).

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Come viene trasmessa dai genitori ai figli?
Nella sua forma più comune, l’Atrofia muscolare spinale è una malattia autosomica recessiva, ossia si può manifestare solo se il soggetto affetto eredita da entrambi i genitori mutazioni nel gene coinvolto nella patologia. Nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori, la probabilità, per ogni concepimento, che la mutazione venga trasmessa da entrambi al nascituro, rendendolo affetto da SMA, è del 25%, cioè un caso su quattro. Esistono anche alcune forme estremamente rare di SMA che possono manifestarsi come forma mutante o autosomica dominante.

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Qual è il periodo di esordio dell’Atrofia muscolare spinale?
I sintomi dell’atrofia muscolare spinale possono esordire in momenti diversi della vita del paziente, in particolare durante l’infanzia o in età adulta, a seconda del tipo (vedi più avanti nell’articolo).

Quanto è diffusa l’Atrofia muscolare spinale?
Negli USA colpisce secondo vari studi da 1 su 6.000 a 1 su 20.000 neonati all’anno. L’atrofia muscolare spinale rappresenta il secondo disordine neuromuscolare più frequente in età pediatrica. L’incidenza complessiva di tutte le forme di SMA è attualmente stimata essere di 1/10000 nati vivi. La prevalenza delle forme di SMA tipo II e III è stimata essere compresa tra 40 casi/milione di bambini e 12 casi/milione nella popolazione generale. In Italia, tuttavia, esistono regioni dove la diffusione della malattia conosce punte massime e queste medie vengono totalmente stravolte. I pazienti richiedono spesso un approccio multidisciplinare a causa della complessità del quadro clinico.

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Quali sono i sintomi ed i segni dell’Atrofia muscolare spinale?
I sintomi e segni dell’Atrofia muscolare spinale sono molti; alcuni di essi sono tipici, ma non esclusivi, del Atrofia muscolare spinale.

  • Artrogriposi (rigidità articolare presente già alla nascita in diversi distretti anatomici);
  • astenia (mancanza di forza);
  • paralisi muscolare;
  • ipotrofia/atrofia muscolare;
  • crampi muscolari;
  • disfagia (difficoltà a deglutire ed al corretto transito del bolo nelle vie digestive superiori);
  • dispnea;
  • fascicolazione muscolare;
  • ipostenia;
  • ritardo di crescita;
  • scoliosi;
  • spasmi muscolari.

Quanti tipi esistono di Atrofia muscolare spinale?
La malattia può manifestarsi, in particolare, in tre forme principali:

1) Atrofia muscolare spinale di tipo I (malattia di Werdnig-Hoffmann): è la forma più grave; in questo caso, la malattia risulta sintomatica entro i primi 6 mesi di vita. I neonati affetti presentano ipotonia (frequentemente significativa fin dalla nascita), ritardo di sviluppo, iporeflessia, fascicolazioni linguali, marcate difficoltà di suzione e disturbi della deglutizione. La debolezza muscolare è quasi sempre simmetrica ed interessa prima gli arti prossimali, poi le estremità distali (mani e piedi). I pazienti con atrofia muscolare spinale di tipo I non sono in grado di sedere senza supporto e non raggiungono mai la deambulazione. Purtroppo un bambino affetto dal tipo I non è mai in grado neppure di reggere autonomamente la testa. Inoltre, durante il decorso della malattia, sono presenti segni gravi e progressivi di insufficienza respiratoria, la quale provoca il decesso tra il primo e il quarto anno di età. Può manifestarsi altresì una mancanza di movimenti fetali nei mesi finali di gravidanza (SMA zero)

2) Atrofia muscolare spinale di tipo II (forma intermedia): i sintomi si manifestano solitamente tra i 3 e i 15 mesi; alcuni bambini affetti acquisiscono la capacità di stare seduti, ma non riescono a camminare autonomamente. Questi pazienti presentano debolezza muscolare con flaccidità e fascicolazioni, mentre i riflessi osteotendinei sono assenti. Inoltre, possono svilupparsi disfagia e complicanze respiratorie. La progressione della malattia può arrestarsi, lasciando il bambino con una debolezza muscolare permanente e una grave scoliosi.

3) Atrofia muscolare spinale di tipo III (malattia di Wohlfart-Kugelberg-Welander): rappresenta la forma meno grave; si manifesta solitamente tra i 15 mesi e i 19 anni. I segni sono simili a quelli riscontabili nella forma di tipo I, ma la progressione è più lenta e l’aspettativa di vita è più lunga o addirittura normale (quest’ultima dipende dall’eventuale sviluppo di complicanze respiratorie). La perdita di forza simmetrica e l’atrofia progrediscono dalle regioni prossimali a quelle distali e sono più evidenti a livello degli arti inferiori, insorgendo a livello dei muscoli quadricipiti e dei flessori dell’anca. Le braccia vengono colpite più tardivamente.

4) Atrofia muscolare spinale di tipo IV (età adulta): normalmente in questa forma di SMA i sintomi iniziano a manifestarsi dopo i trentacinque anni. Molto raramente l’Atrofia muscolare spinale si manifesta fra i diciotto e i trent’anni. La SMA adulta si caratterizza per un inizio insidioso e una lenta progressione. I muscoli bulbari, che si utilizzano per la deglutizione e per la funzione respiratoria, raramente vengono colpiti nel tipo IV.

Come si fa la diagnosi di Atrofia muscolare spinale?
La diagnosi si basa sulla valutazione clinica e può essere confermata dall’analisi genetica.

Quali cure esistono per l’Atrofia muscolare spinale?
Purtroppo, allo stato attuale della ricerca, non esiste una cura, anche se numerosi sono gli studi clinici che stanno cercando una soluzione definitiva. Sono in corso diversi trials con farmaci atti al potenziamento della forza muscolare che stanno avendo discreti risultati. In passato sono state già provate diverse terapie che prevedano la somministrazione di farmaci, ma studi approfonditi hanno dimostrato la non validità per le forme sia di tipo II che di tipo III. Sono state effettuate promettenti ricerche sull’uomo con l’uso della leuroprelina; inoltre due ricerche sperimentali su modelli in vitro ipotizzano l’uso della tetraciclina.
Il trattamento è di supporto e si basa su un approccio multidisciplinare finalizzato a migliorare la qualità della vita. Questo può prevedere fisioterapia, ventilazione assistita e gastrostomia. Talvolta è necessario ricorrere all’intervento chirurgico per eliminare una grave contrattura di uno o più muscoli.

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Qual è l’aspettativa di vita per i pazienti con Atrofia muscolare spinale?
La prognosi è strettamente correlata al tipo di Atrofia muscolare spinale.

  • La SMA I porta a decesso del paziente tra il primo ed il quarto anno di vita ma in rarissimi casi la malattia regredisce spontaneamente.
  • La SMA II riduce di qualche anno l’aspettativa di vita dei pazienti rispetto agli individui sani.
  • La SMA III e la SMA IV non riducono significativamente l’aspettativa di vita.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Sindrome del piriforme: sintomi, esercizi, cura e recupero

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma SINDROME DEL PIRIFORME SINTOMI ESERCIZI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa Sindrome del muscolo piriforme o più comunemente “Sindrome del piriforme“, è una patologia che provoca un dolore di tipo sciatalgico, tanto che viene anche definita “falsa sciatalgia“. Il primo autore a ipotizzare il ruolo del muscolo piriforme quale causa di dolore di tipo sciatalgico fu W. Yoeman, nel 1928.

Cos’è il muscolo piriforme e dove si trova?
Prima di iniziare a parlare della patologia, facciamo un rapido accenno anatomico. Il muscolo piriforme è appunto un muscolo, piuttosto sottile, inizialmente è appiattito e poi si trasforma in un ventre dalla forma rotondeggiante. È costituito da tre fasci che originano dal secondo e terzo forame sacrale. È posizionato sia all’interno che all’esterno della pelvi (regione anatomica costituita dalle ossa delle anche, dal sacro e dal coccige). La parte intrapelvica è posizionata contro la parete laterale e ha di fronte il plesso sacrale, i vasi ipogastrici e il retto; la parte extrapelvica decorre fra il margine inferiore del piccolo gluteo posizionato superiormente e i muscoli gemelli e il muscolo otturatore interno che sono invece posizionati inferiormente. Le arterie glutee e il nervo ischiatico possono passare al di sopra o al di sotto del muscolo.

A che serve il muscolo piriforme?
Ha funzione extrarotatoria (ruota in fuori la coscia) con lieve componente di abduzione e di estensione. In fase di appoggio, il piriforme stabilizza il femore e ne impedisce la rotazione all’interno.

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Quali sono le cause della Sindrome del piriforme?
Il piriforme è un muscolo che può facilmente essere soggetto a fenomeni ipertrofici e di irrigidimento e sono appunti questi che scatenano la sindrome dolorosa descritta in questo articolo. Se fra le cause di tale dolore si possono escludere con certezza condizioni patologiche quali un’ernia del disco, una stenosi lombare, una massa neoplastica o un ematoma a livello dei muscoli ischio-crurali è sicuramente opportuno effettuare indagini a livello del muscolo piriforme; è possibile infatti che una sofferenza del piriforme (che può essere dovuta ai motivi più svariati) sia il responsabile della dolorabilità sciatalgica.
La sintomatologia causata da questa condizione può derivare dalla compressione del nervo sciatico contro l’arcata ossea del grande forame ischiatico o dalla strozzatura dello stesso nervo nel ventre del muscolo.
Dal punto di vista eziologico la Sindrome del muscolo piriforme è multifattoriale; dai dati presenti in letteratura sembra che la causa più frequente sia di tipo traumatico; altre cause sono:

  • la compressione diretta sulla natica, detta anche “sindrome del portafoglio”, in quanto proprio l’abitudine di tenere oggetti nelle tasche posteriori, specie da seduti, può portare (se protratta nel tempo) alla tumefazione del ventre muscolare, con conseguente tensione e compressione del nervo sciatico a quel livello;
  • le dismetrie/asimmetrie degli arti inferiori: rendono il bacino obliquo con sforzo compensatorio a carico anche del muscolo piriforme, specie se vi è associata una rotazione esterna dell’arto;
  • le miositi (infiammazioni) del piriforme;
  • dismorfismi o disfunzioni a carico del piede: portano ad una eccessiva pronazione del piede;
  • gli interventi chirurgici per problematiche relative all’anca.

Quali sono gli sport più frequentemente associati alla Sindrome del piriforme?
Alcune tipologie di attività, che richiedono un intenso utilizzo delle gambe, possono favorire l’insorgenza del problema; in ambito sportivo, per esempio, la Sindrome del piriforme interessa i ciclisti, i podisti, i ballerini e anche coloro che praticano il canottaggio.

Quali sono i sintomi della Sindrome del piriforme?
La sintomatologia della Sindrome del piriforme è alquanto variegata. Spesso si avverte dolore, talvolta accompagnato da parestesie, al tratto lombare, alla regione dei glutei, nelle zone posteriori della gamba e della coscia e anche alla pianta del piede. Chi soffre della Sindrome del piriforme, sente un dolore intenso al centro del gluteo, che si può irradiare lungo la parte posteriore della coscia, sino a dietro al ginocchio. I movimenti più dolorosi sono proprio le rotazioni, in particolare quando si accavallano le gambe da seduti o ci si gira nel letto. Altri segni e sintomi che possono comparire sono deficit di tipo motorio, riduzioni della sensibilità in alcune zone degli arti inferiori e gonfiore esteso nella zona che va dal sacro al gran trocantere. La sintomatologia è spesso acutizzata se il soggetto è rimasto a lungo seduto (in particolar modo con il femore intraruotato) oppure se si sono svolte attività sportive o lavorative caratterizzate da notevole intensità (corsa, danza ecc.).

Come si fa la diagnosi della Sindrome del piriforme?
La diagnosi della sindrome del muscolo piriforme viene effettuata, di norma, attraverso un esame di tipo clinico con accurata anamnesi (con particolare interesse alle abitudini lavorative e sportive del paziente); talvolta può essere necessario ricorrere a indagini supplementari (elettromiografia, per valutare la conducibilità nervosa del nervo sciatico, TAC e risonanza magnetica). Fra i test clinici maggiormente usati per la diagnosi della patologia in questione ricordiamo il test di Freiberg e il test di Pace e Nagle.

  1. Test di Freiberg: il paziente è in posizione prona, flette in modo passivo il ginocchio a 90° e porta la gamba all’esterno allo scopo di imprimere una rotazione interna al femore; il test viene ritenuto positivo nel caso lo stiramento del muscolo provochi dolore e un sintomo da compressione del nervo sciatico.
  2. Test di Pace e Nagle: il paziente, in posizione seduta, compie un’abduzione-extrarotazione isometrica delle anche contro le mani del medico. L’aumento del diametro del muscolo unito alla tensione causata dalla contrazione scatena, in caso di positività, dolori miofasciali e compressivi. Altri tipi di test usati per la diagnosi sono la palpazione della natica, il test di Saudek e il test di Mirkin.

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Come si cura la Sindrome del piriforme?
Esistono diverse modalità di trattamento della Sindrome del muscolo piriforme, queste sono sia di tipo farmacologico sia di tipo fisico.

  1. Farmaci: il trattamento farmacologico comprende l’assunzione orale di farmaci antinfiammatori non steroidei (per esempio l’ibuprofene o il naprossene; questi farmaci, che oltre ad attenuare il dolore, riducono anche l’infiammazione) e di farmaci miorilassanti, iniezioni locali di farmaci anestetici e di corticosteroidi e, in casi particolari, quando lo spasmo è resistente ai trattamenti prima elencati, inoculazione diretta di tossina botulinica di tipo A che risulta spesso efficace nel rilassamento del muscolo.
  2. Terapie fisiche: quelle consigliate sono:
  • gli ultrasuoni;
  • i massaggi trasversali profondi;
  • lo stretching;
  • la tecarterapia.

Sindrome del piriforme: rimedi casalinghi
Quando compare il dolore, può risultare di una certa utilità l’applicazione di un impacco freddo sulla parte dolorante per alcune volte al giorno per circa un quarto d’ora ogni volta. Per rilassare la parte può essere utile applicare una borsa dell’acqua calda.

Sindrome del piriforme: esercizi di stretching consigliati
Alcuni esercizi di stretching possono aiutare a recuperare il normale allungamento del piriforme durante i movimenti di adduzione-intra-rotazione del femore poiché il muscolo viene gradualmente stirato.

1° esercizio: Distesi su un tappetino in posizione supina (in posizione orizzontale, con la schiena appoggiata a terra) afferrate il ginocchio destro con entrambe le mani appoggiando il piede sinistro sul ginocchio destro. Portatelo verso il petto e mantenere questa posizione 5-6 secondi. Tornate lentamente alla posizione di partenza e poi ripetete con l’altra gamba.

2° esercizio: Sedetevi sul tappetino con le gambe allungate e flettete la gamba destra verso l’interno coscia, mentre la gamba sinistra verso l’esterno. Mantenete questa posizione per 5-6 secondi e rilasciate, poi ripetete con l’altra gamba.

3° esercizio: Seduti su una sedia mettete il piede destro sulla coscia sinistra, facendo una leggera pressione con la mano sul ginocchio della gamba che è coinvolta nell’allungamento. Mantenete questa posizione da 30 secondi ad 1 minuto e poi ripetete lo stesso esercizio con l’altra gamba.

Quali sono i tempi di recupero?
La ripresa dell’attività sportiva (o lavorativa) deve avvenire in modo graduale. Durante il periodo di trattamento può essere utile, nelle ore di sonno, posizionare un cuscino tra le ginocchia allo scopo di favorire il rilassamento del muscolo.

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Le ultime parole e foto di Elvira prima di sdraiarsi sui binari in attesa di morire

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ULTIME PAROLE ELVIRA VERRONE FOTO WHATSAPP  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari P (.jpgAddentrandosi nella vita di Elvira Verrone, diventa sempre più incomprensibile capire cosa abbia spinto una giovane di 25 anni, bella e solare, a sdraiarsi sui binari della linea ferroviaria Napoli-Formia per attendere che un treno la falciasse. L’agonia dell’attesa e il travaglio del tormento interiore che le offuscava la lucidità, sopraffatti da un dolore lancinante. Questa è la tragica fine che Elvira ha scelto di abbracciare: 25 anni, professione commessa, residente a San Cipriano, ma ha cercato la morte alla stazione di Albanova.

Il suo profilo Facebook la ritrae come una ragazza qualunque che, domenica 6 novembre, prima di uscire si è concessa qualche selfie davanti allo specchio, come sono solite fare le giovani donne d’oggi. Un amore smisurato per i trucchi e gli smalti e per i bei vestiti, Elvira era una ragazza che sapeva coccolarsi e volersi bene, senza entrare in quel conflittuale e pericoloso rapporto con la bellezza fisica che limita i peccati di gola. La giovane non disegnava il buon cibo e non se ne vergognava affatto.

Le uscite e le serate con le amiche, trascorse tra una pizza e un pigiama-party o sedute ai tavolini dei bar più frequentati dai giovani della zona, i selfie e i momenti condivisi con loro, ben raccontano il ruolo egemone che l’amicizia ricopriva nella scala dei valori della giovane. Tant’è vero che le ultime parole le ha rivolte alla sua amica Marika. Attraverso una serie di messaggi, inviati su whatsapp, Elvira scrive all’amica: “Non faccio che pensare in negativo della mia vita, non mi aspetto niente di bello”.MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ULTIME PAROLE ELVIRA VERRONE FOTO WHATSAPP  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari P (3).jpg

Dopo la morte di Elvira, l’amica ha pubblicato su Facebook gli screen della loro ultima conversazione. Frasi e pensieri che, in seguito all’estremo gesto, assumono dei connotati ben diversi. Alla base del gesto estremo la delusione d’amore. Probabilmente la fine di una storia col fidanzato. Tantissimi i messaggi che si susseguono sulla sua bacheca di Facebook. Amici, amiche, famigliari e anche qualche ex fidanzato. Tra i tanti post pubblicati da Elvira, l’attenzione cade su una frase condivisa pochi giorni prima di togliersi la vita: “Sorridi, urla, parla, incazzati, divertiti, ma non mollare mai perché la vita è bella”.

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Si rifiuta di consegnare la borsa, i rapinatori le uccidono la figlia di 4 anni

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIANA GOMEZ RAPINATORI UCCIDONO FIGLIA   Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgQuando si è svegliata in un letto d’ospedale di Houston, il suo primo pensiero è stato dove fossero i suoi bambini. L’ultimo ricordo che aveva era quello di un gruppo di uomini che si avvicinavano intimandole di consegnare la borsetta. Poi gli spari, la corsa in ospedale e il buio. Infine la più tragica delle notizie, comunicata dai suoi familiari che non hanno potuto contenere le lacrime mentre le dicevano che la piccola Ava, di soli 4 anni, era rimasta vittima di una violenza folle e inaudita.

Lunedì sera Diana Gomez, 27 anni, era andata a fare la spesa con i suoi figli: Betzida, 10 anni, Isaia, 5, e Ava, 4. Stavano caricando i sacchetti in auto quando un gruppo di uomini si è avvicinato alla famiglia chiedendo alla donna di dare loro la borsetta. Istintivamente Diana si è rifiutata: non avrebbe mai potuto immaginare che quelle persone senza scrupoli potessero aggredire o fare fuoco sulla sua famiglia. Invece così è stato: dopo averla spintonata hanno iniziato a sparare ferendo lei e le sue bambine. Isaia, invece, è rimasto illeso. Mamma e figlie sono state soccorse e portate immediatamente in ospedale. Diana è stata intubata e le sue condizioni rimangono critiche. Betzida è stata sfiorata dal proiettile ed è stata già dimessa.

La piccola Ava, invece, non ce l’ha fatta: martedì il suo cuore ha smesso di battere, mentre in un’altra stanza sua madre riprendeva conoscenza. La donna ha chiesto immediatamente dei suoi figli e sono stati i familiari stessi a doverle dare la triste notizia. «Non può ancora parlare, ma quando le abbiamo detto che Ava era morta, ha iniziato a piangere a dirotto – ha raccontato Julie, la sorella di Diana – Il suo volto si contorceva di dolore. Non possiamo ancora credere che la nostra dolce bambina non ci sia più. Siamo distrutti». La famiglia ha creato una pagina GoFundMe (che potete trovare a questo link) per raccogliere soldi per le spese del funerale. Intanto la polizia ha reso noto che almeno tre persone sono state coinvolte nella rapina a mano armata: martedì una pistola è stata rinvenuta in un motel della zona, ma al momento non è stato effettuato alcun arresto.