Parto cesareo programmato: i rischi ed i vantaggi

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìE MORTA LIQUIDO.jpgNel 2013 il 36,3% delle nascite in Italia è avvenuto con parto cesareo. È quanto emerge dagli studi dell’Istat: un numero molto alto secondo l’Organizzazione mondiale della sanità e che supera di quasi 10 punti percentuali la media dell’Unione europea (del 26,7% nel 2011). Eppure, in alcuni casi, è necessario eseguire un taglio cesareo per evitare complicazioni per la mamma e il neonato

1) Quando è consigliabile fare un parto cesareo?
I casi sono davvero pochi:

  • se il bambino è podalico, e quindi non si è girato;
  • se è una gravidanza gemellare con bambini podalici;
  • se ci sono stati dei pregressi parti cesarei.

Tutte le altre condizioni devono essere discusse con il proprio ginecologo per prendere delle decisioni comuni in funzione di due variabili principali: il desiderio della donna rispetto a come vuole partorire e la sicurezza che la sala parto può fornire.

2) Quali possono essere i vantaggi di questa scelta?
In realtà, non ci sono particolari vantaggi. O meglio, se si tratta di un parto cesareo effettuato nel corso del travaglio, quando ci sono dei rischi per il bambino, ovviamente è necessario farlo. Altrimenti, il cesareo crea solo problemi: il modo migliore di partorire per la mamma e di nascere per il bambino, infatti, è per le vie naturali. E poi, il problema non è tanto del taglio cesareo in sé, quanto dei tagli successivi al primo, che poi possono creare dei problemi anche importanti.

3) Quali sono, invece, gli svantaggi del taglio cesareo per il bambino?
Più che di svantaggi, il bambino non gode degli stessi vantaggi di un bimbo nato in modo naturale. Chi viene al mondo con un parto tradizionale ha un tempo di adattamento più lungo dalla vita dentro l’utero a quella fuori. Qualche ora in più influisce positivamente sul funzionamento del sistema respiratorio, cardiaco e neurologico. Inoltre, durante il travaglio la mamma sviluppa degli ormoni particolari, che sono gli stessi che sviluppa anche il bambino e questo li rende più vicini.
Una volta venuti al mondo, mettiamo i piccoli senza vestiti a contatto con la pancia della mamma per alcuni minuti, in modo da creare un legame non solo psicologico, ma anche fisico tra loro. Così, il bambino acquisisce i primi batteri sani dalla mamma e questo lo proteggerà da allergie, dermatiti e malattie dell’infanzia.

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4) Quali sono le complicazioni che possono insorgere?
Il rischio non riguarda tanto il singolo taglio cesareo, che è una procedura oggi abbastanza semplice, ma le gravidanze successive. Possono capitare casi, anche se rari, in cui la placenta si inserisce male o determina un danno alle pareti dell’utero. Ci sono situazioni in cui la placenta si sviluppa meno o in cui andando a rifare un altro taglio cesareo ci possono essere delle difficoltà chirurgiche importanti. La raccomandazione è quella di evitare di partorire nelle piccole sale parto nelle quali se occorre fare un parto cesareo ci vuole molto tempo per intervenire. Questo perché, a volte, il taglio cesareo deve essere fatto in fretta. E se è possibile farlo in fretta, allora vuol dire che è anche possibile seguire un travaglio anche quando c’è un piccolo rischio e aspettare prima di intervenire chirurgicamente, perché si è sicuri che se succede qualcosa in pochi minuti la paziente può essere assistita.

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Il pene è un muscolo o no? Cos’è il pene?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COME FATTO PENE INTERNO UOMO SESSO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneIl pene è o non è un muscolo? E’ una delle tipiche curiosità a cui, quasi tutti, danno una risposta sbagliata, poiché – potendosi ingrandire ed irrigidire – l’asta del pene sembra apparentemente comportarsi come un muscolo.

Il pene è un muscolo?

No, il pene non è un muscolo. E’ un organo composto da tre parti fondamentali: radice, asta e glande. L’asta, in particolare, è costituita da:

  • due corpi cavernosi;
  • un corpo spongioso (anche detto “corpo cavernoso dell’uretra”).

Il corpo spongioso ed i corpi cavernosi sono le strutture erettili del pene, esse riempiendosi di sangue ne permettono l’erezione. L’inturgidimento del pene ha un meccanismo diverso rispetto a quello di un muscolo. Semplificando: mentre il pene è una “spugna” che aumenta in dimensioni e diventa turgido riempiendosi di sangue, al contrario il muscolo diventa “duro” grazie alla contrazione delle fibre muscolari che lo compongono. Per approfondire: I muscoli: come sono fatti, come funzionano e cosa rischiano quando ti alleni

Il pene è ricco di cellule muscolari

Il pene, pur non essendo un muscolo, è ricco di cellule muscolari lisce: esse sono disposte nelle pareti dei vasi sanguigni del tessuto erettile, corpi cavernosi e tessuto spongioso di uretra e glande e sono necessarie per una normale erezione. Tali cellule muscolari lisce rispondono all’azione dell’ossido nitrico ed hanno l’importante compito di regolare la presenza di sangue all’interno delle cavità del tessuto erettile. In particolare:

  • il rilassamento delle cellule muscolari lisce dei vasi sanguigni penieni determina una vasodilatazione (i vasi sanguigni si dilatano) che facilita l’ingresso di sangue nel pene, caratteristica dello stato di erezione;
  • la loro contrazione determina una vasocostrizione che porta allo svuotamento del sangue presente nelle cavità peniene, situazione propria dello stato flaccido del pene.

Le cellule muscolari lisce si contraggono ad opera di segnali nervosi o mediatori chimici. Questi segnali vengono prodotti in seguito a situazioni di vario genere, come ad esempio: emozioni, eccitazione, caldo, freddo, traumi, ecco il motivo per cui il pene può ritrarsi in alcune condizioni, per esempio con il freddo od in caso di forti emozioni.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Dormire col climatizzatore o il ventilatore fa male? Gli errori da non commettere

MEDICINA ONLINE AIR CONDITIONING ARIA CONDIZIONATA CALDO FREDDO CLIMATIZZATORE CLIMA VENTILATORE FLUSSO ARIA NOTTE GIORNO ESTATE TEMPERATURA SUMMER COLD HOT AIR ROOM BEDROOM BED NIGHT.jpgSe il caldo tormenta il sonno e non ci lascia riposare tranquilli, vogliamo subito trovare una soluzione e riprendere a sognare con la testa poggiata sull’amato cuscino, ma come fare? Dormire col ventilatore o col climatizzatore ad esempio, fa male? Più che giusto porsi questa domanda, non solo per i bambini ma anche per gli adulti, soprattutto se vi è già capitato di risvegliarvi con un leggero torcicollo oppure con il mal di schiena, e vi siete chiesti se non fosse tutta colpa del ventilatore. La questione, comunque, non è tanto se dormire o meno con questo apparecchio, ma il come bisogna farlo: ventilatore e climatizzatore sono in grado di rinfrescare la stanza in cui si dorme, questo è fuori discussione, però bisogna utilizzarli con cautela e con le dovute accortezze.

Nell’opuscolo Estate sicura, Vincere il caldo diffuso dal Ministero della Salute viene spiegato che il getto d’aria non va mai indirizzato sul nostro corpo: occorre fare attenzione a non indirizzare il flusso d’aria direttamente sul corpo delle persone, specialmente se costrette a stare a letto, perché potrebbero andare incontro a disidratazione.

Da queste parole possiamo dedurre che dormire col ventilatore o climatizzatore puntato addosso fa male, ma possiamo ugualmente tenerlo acceso seguendo questi consigli:

  • tenete il ventilatore a distanza di qualche metro dal letto,
  • non tenete il ventilatore a direzione fissa ma fatelo roteare,
  • puntate il ventilatore verso il soffitto.
  • impostate il timer di climatizzatore e ventilatore, in modo da tenerlo acceso per un paio d’ore per potervi addormentare tranquillamente, poi si spegnerà da solo mentre voi starete già dormendo.

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Differenza tra linfociti B e T

MEDICINA ONLINE CELLULA RIPRODUZIONE GAMETI CELL WALLPAPER PICS IMAGE PICTURE PIC HI RESOLITION HI RES TESSUTO LINFOCITI T B MACROFAGI IMMUNITA AUTOIMMUNITARIE.jpgI linfociti T e i linfociti B sono cellule responsabili dell’immunità specifica (acquisita) ed agiscono esclusivamente contro l’antigene con cui sono entrati in contatto.

La risposta immunitaria può essere di due tipi: umorale o cellulo-mediata. Le risposte umorali avvengono mediante la produzione d’immunoglobuline, chiamate anche anticorpi, prodotte dai linfociti B in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo.

La reazione cellulo-mediata avviene mediante il contatto diretto dei linfociti T con l’antigene estraneo, anche senza la produzione d’anticorpi da parte dei linfociti B. Prevede l’attivazione dei macrofagi, delle cellule natural killer, dei linfociti T e la produzione di antigeni specifici a qualcosa di tossico per le cellule (citotossicità), nonché il rilascio di varie citochine in risposta ad un antigene.

La risposta immunitaria umorale è importante soprattutto nella difesa contro le infezioni batteriche; invece quella cellulo-mediata è efficace specie contro parassiti, virus, funghi, tumori e cellule trapiantate non self (non compatibili). Tuttavia, non esiste una separazione così netta, in quanto in genere si ha la cooperazione di entrambi i tipi di linfociti.
L’esistenza di due principali popolazioni di linfociti è confermata da anche numerose malattie, congenite o acquisite, in cui si ha un deficit selettivo di una delle due popolazioni.

I linfociti T, anche detti più semplicemente cellule T, vengono prodotti nel midollo osseo così come i linfociti B, ma a differenza di quelli B migrano nel Timo laddove maturano (linfociti T, T deriva da Timo). Nel timo avviene la selezione dei linfociti T, per cui escono dal timo ed entrano nel circolo sanguigno solo due classi di linfociti T in grado di riconoscere antigeni non self (i.e. estranei all’organismo). Sono denominati anche CD4 o CD8, per lo specifico marcatore di membrana che li caratterizza.
Le due classi di linfociti T sono:
1) T helper (o CD4) hanno la funzione di aiutare le altre cellule del sistema immunitario come i linfociti B mediante la produzione di molecole segnale in grado di stimolarle, come le citochine.
2) T citotossici (o killer, o CD8) sono capaci di uccidere, in determinate condizioni, le cellule da eliminare.
I linfociti T sono responsabili della immunità cellulo-mediata. Quando vi è un’infezione virale, antigeni estranei si presentano sulla superficie cellulare dei linfociti T, a questo punto avviene il riconoscimento dell’antigene estraneo da parte dei recettori dei linfociti T, che possono o produrre citochine (linfociti T helper) o uccidere la cellula infetta (linfociti T citotossici).

I linfociti B dopo essersi legati con l’antigene, si trasformano in plasmacellule che producono anticorpi diretti contro l’antigene o gli antigeni che hanno innescato la risposta stessa (immunità umorale). Esistono nel sangue cinque tipi d’anticorpi o immunoglobuline:

  • IgA,
  • IgG,
  • IgM,
  • IgE,
  • IgD,

differenti fra di loro per struttura e composizione chimica. Le IgM e le IgD sono presenti anche sulla membrana dei linfociti B, dove essi svolgono la funzione di recettore per l’antigene, in altre parole è proprio mediante queste Ig di membrana che avviene il contatto con l’antigene ed il suo riconoscimento.
In un soggetto immune, che ha già avuto il contatto con quell’antigene, intervengono solo e soltanto i linfociti B che durante la precedente risposta immunitaria erano rimasti nell’organismo (i cosiddetti linfociti B memoria). Essi proliferano velocemente, si trasformano in plasmacellule in poco tempo e producono grandi quantità d’anticorpi specifici contro l’antigene che portano alla sua rapida eliminazione.
Questo spiega perché, normalmente, non si contraggono più di una volta certe malattie infettive, tipo il morbillo o la parotite. Gli anticorpi e i linfociti B sono in grado di impedire la replicazione del virus ogni volta che esso entra nel corpo.
In un soggetto non immune, invece occorre all’incirca una settimana prima che il sistema immunitario riesca ad organizzare un’efficiente risposta primaria. Non vi siete mai chiesti perché quasi tutte le malattie infettive dei bambini durano circa sette-dieci giorni? Appunto perché questo è il tempo medio richiesto ad un soggetto non immunizzato per montare un’adeguata risposta immunitaria.

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Come e quanto correre per dimagrire?

MEDICINA ONLINE TREADMILL RUNNER CARDIO CORRERE CORRIDORE CORSA APERTO TAPIS ROULANT MAGNETICO ELETTRICO MECCANICO DIFFERENZE DIETA DIMAGRIRE AEROBICA GRASSO CALORIE SALITA PESI CITTA SMOGSe state pensando di cominciare a correre per dimagrire, siete sulla strada giusta. Ma attenzione: perdere grasso è diverso da bruciare il grasso, e per dimagrire davvero, perdere il grasso in eccesso e aumentare muscoli e massa magra è importante prima di tutto sapere come funziona il nostro corpo.

Fondamentalmente, quando corriamo il nostro corpo usa sia carboidrati che grasso come energia. L’uso di carboidrati o grasso durante la corsa dipende dalla velocità e dall’intensità con cui si corre: per corse ad alta intensità o interval workout (sedute di allenamento con momenti ad alta intensità intervallati a momenti di recupero) il nostro corpo impiega prevalentemente i carboidrati. Questo perché sono più veloci da utilizzare. Se invece corriamo a ritmo blando e per un tempo prolungato, il nostro metabolismo brucerà i grassi.

Quindi basta correre piano e a lungo per dimagrire? No, perché per dimagrire non basta bruciare il grasso di troppo. Bisogna in realtà bruciare più calorie di quante se ne assumono. E più si lavora intensamente, più si bruciano calorie. Correndo o facendo qualsiasi sport o attività fisica.

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Quindi per bruciare molte calorie con la corsa bisogna correre ad alta intensità. No, non uno sprint, ma più o meno all’80% della propria massima frequenza cardiaca. Diciamo un ritmo che impedisce di parlare con il proprio compagno di allenamento, ovvero appena sotto la soglia aerobica. C’è un però: per correre a questo ritmo bisogna essere molto allenati, ma se l’obiettivo è dimagrire molto probabilmente non si è ben allenati. Allora bisogna trovare una strategia diversa.

Per esempio variando il ritmo della corsa, da un giorno all’altro oppure all’interno della stessa seduta di corsa. Dopo qualche mese di allenamento di corsa regolare, si può cominciare a inserire una o due sedute di corsa veloce a settimana: più o meno 20′ all’80% della massima frequenza cardiaca (dopo aver fatto un ottimo riscaldamento). Oppure si può cominciare facendo interval training2′ ad alta intensità sempre all’80% della frequenza cardiaca e 2′ a ritmo blando, per recuperare. Già farne 10 in totale è un buon inizio per cominciare a perdere peso: si può poi aumentare il tempo oppure il numero di ripetizioni.

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Perché col freddo la pressione arteriosa è più alta che col caldo?

MEDICINA ONLINE PRESSIONE ARTERIOSA VENOSA SANGUIGNA CENTRALE PERIFERICA CUORE SANGUE BRACCIO VENE ARTERIE VASI PETTO DESTRO SINISTRO COME QUANDO SFIGMOMANOMETROLa stagionalità è una delle variabili ambientali che maggiormente influenza la pressione arteriosa con importanti ricadute cliniche per il paziente iperteso in trattamento farmacologico che dovrebbe adattare la terapia dal periodo estivo (più caldo) a quelli freddi. Durante i mesi freddi i valori pressori tendono ad essere più elevati che nei mesi caldi: per quali motivi?

L’aumento della pressione arteriosa, oltre dalla gittata cardiaca, dipende soprattutto da due cause legate al freddo:

  1. aumento delle resistenze vascolari periferiche (vasocostrizione);
  2. aumento del volume di sangue circolante (ipervolemia).

Ebbene il freddo determina vasocostrizione, oltre a minore perdita di liquidi con la sudorazione con conseguente alta volemia; ciò determina un aumento della pressione nei mesi freddi.

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Angio RM: a che serve? E’ pericolosa o dolorosa?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ANGIO RM SERVE DOLOROSA PERICOLOSA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Pene.jpgL’angio Risonanza Magnetica (chiamata anche angio RMangio-RM) è una metodica non invasiva che appartiene al campo della diagnostica per immagini.

A che cosa serve l’angio RM?
L’angio-RM consente di studiare i vasi sanguigni, soprattutto quelli arteriosi e meno frequentemente quelli venosi, in un dato distretto corporeo. Può essere utile per identificare e definire un’alterazione vascolare dovuta a stenosi, occlusione, aneurisma o a malformazione.
L’angio-RM può essere effettuata con o senza mezzo di contrasto. Nel primo caso si esegue un’iniezione endovenosa di piccole quantità di MDC cioè “mezzo di contrasto” paramagnetico (tecnica a bolo di contrasto). Nel secondo caso non si esegue la somministrazione del MDC.

Come ci si prepara all’esame?
Non occorrono norme di preparazione specifiche, salvo diversa indicazione del medico.

Quali sono le controindicazioni all’angio RM?
L’angio-risonanza magnetica è innocua, ma in alcuni pazienti è controindicata in pazienti:

  • portatori di pacemaker e stimolatori cardiaci clip o protesi vascolari, valvolari o metalliche;
  • in caso di allergia nota al mezzo di contrasto se esso deve essere usato nell’esame;
  • nei primi due mesi di gravidanza.

L’angio RM è pericolosa o dolorosa?
L’angio-RM è una metodica non invasiva e indolore.

Come si svolge l’angio RM?
Si esegue come un esame di risonanza magnetica: il paziente è sdraiato supino su un lettino che è parte integrante del macchinario. A seconda della parte del corpo da analizzare, il lettino si sposterà verso il campo magnetico; se necessario verrà prima iniettato un mezzo di contrasto. L’esame può durare dai 20 a 45 minuti.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Differenza tra ecocardiografia ed elettrocardiogramma

MEDICINA ONLINE DOPPLER ECO COLOR ECOGRAFIA VASI CUORE ATRIO VENTRICOLO VALVOLE PROLASSO INSUFFICIENZA STENOSI SANGUE FLUSSO FLUSSOMETRIA DIREZIONE CALIBRO MISURA DIAGNOSI CARDIOLOGIA FLL’ecocardiografia è una metodica diagnostica che utilizza alcuni tipi di onde sonore, chiamate ultrasuoni, per la formazione di immagini delle strutture del cuore.
L’insieme di queste immagini che viene fuori utilizzando questa tecnica è appunto l’ecocardiogramma.
L’esame ecocardiografico permette al cardiologo di studiare l’anatomia ma anche la funzione di tutte le parti del cuore, cioè muscolo, camere cardiache, valvole, pareti,di cui consente di misurare anche gli spessori. Esso viene sempre abbinato ad uno studio doppler (ecocolordoppler cardiaco) che permette di studiare il flusso del sangue all’interno del cuore ed eventuali riflussi da insufficienza valvolare, stenosi o prolassi.

Come si svolge l’esame?
Il medico passa una sonda cosparsa di gel sul petto del paziente e visiona le immagini del cuore sullo schermo dell’apparecchio.

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L’elettrocardiogramma è un esame diagnostico che consente la riproduzione grafica, su monitor o su carta, dell’attività elettrica del cuore durante il suo funzionamento, registrata dalla superficie del corpo. Mediante il monitoraggio dell’attività di pompaggio del sangue che il cuore esegue mediante contrazioni e rilasciamenti è possibile individuare l’eventuale presenza di una malattia cardiaca o di un disturbo del ritmo (aritmia).
Questo esame può essere eseguito a riposo, mentre il paziente è supino sul lettino, o sotto sforzo, mentre il paziente cammina su un tapis roulant o pedala su una cyclette.
L’elettrocardiogramma a riposo permette di misurare il ritmo del cuore e l’eventuale aumento della dimensione delle camere cardiache, può essere utile per individuare eventuali aritmie.
L’elettrocardiogramma sotto sforzo invece può essere di aiuto per la diagnosi di patologie cardiache latenti.

Come si svolge l’esame?
Il paziente viene invitato a scoprire il petto togliendo gli indumenti. Al paziente vengono applicati sulla pelle alcuni elettrodi, collegati attraverso fili elettrici a un apparecchio chiamato elettrocardiografo. Gli elettrodi e i fili captano e trasmettono l’attività elettrica del cuore all’elettrocardiografo che la elabora e la stampa su carta sotto forma di un tracciato grafico (elettrocardiogramma). Per approfondire: Elettrocardiogramma (ECG) a riposo e sotto sforzo: cos’è ed a che serve?

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