Sindrome di Prader-Willi: cause, trasmissione, sintomi, diagnosi, cure

MEDICINA ONLINE GENETICA TRASMISSIONE AUTOSOMICA DOMINANTE RECESSIVA GENI CROMOSOMI ALLELE MALATO PADRE FIGLI PERCENTUALI TRASMESSO MALATTIA GENICA MADRE GENITORE XX XYLa sindrome di Prader-Willi (anche chiamata “sindrome di Prader-Labhart-Willi”, in inglese “Prader–Willi syndrome”) è una malattia genetica rara molto eterogenea, sia dal punto di vista clinico sia da quello genetico ed è caratterizzata da anomalie ipotalamico-pituitarie associate a ipotonia grave nel periodo neonatale e nei primi due anni di vita ed alla insorgenza di iperfagia, la quale esita nel rischio di obesità patologica durante l’infanzia e nell’età adulta. La sindrome si associa a difficoltà di apprendimento, disturbi comportamentali e problemi psichiatrici gravi.

Età di esordio

L’età di esordio della sindrome di Prader-willi è quella neonatale (cioè alla nascita).

Diffusione

La malattia colpisce 1/25.000 nati.

Cause

La malattia ha cause genetiche essendo correlata ad anomalie della regione critica del cromosoma 15 (15q11-q13) ereditata dal padre: è infatti sottoposta a un fenomeno genetico chiamato “imprinting parentale”, per cui sono attivi solo i geni presenti nella regione ereditata dal padre e non dalla madre.

Trasmissione

L’anomalia genetica che determina la sindrome di Prader-Willi si trasmette dai genitori ai figli con modalità autosomica dominante, tuttavia la maggior parte dei casi è sporadica e i casi familiari di sindrome di Prader-Willi sono rari. Ad ogni modo ricordiamo al lettore che una malattia è detta a trasmissione autosomica dominante quando basta una singola copia dell’allele difettoso per far sì che la malattia si esprima, a prescindere dal sesso (basta un solo genitore malato). Il figlio di un individuo affetto ha la probabilità del 50% di essere affetto, cioè 1 figlio su 2 è malato e può trasmettere a sua volta la malattia alla metà dei suoi figli (vedi immagine in alto nell’articolo). In questo caso non può esistere un “portatore sano” (cosa che invece si può verificare nella trasmissione autosomica recessiva): chi possiede l’allele alterato, ha la patologia, mentre chi non lo possiede è sano. Di conseguenza da due genitori sani nascono il 100% di figli sani, mentre se entrambi i genitori sono malati allora si avranno il 100% di figli malati. Per approfondire: Differenza tra autosomica dominante e recessiva con esempi

Sintomi e segni

La malattia si manifesta già alla nascita con una grave ipotonia e ritardo nello sviluppo psicomotorio, che comportano problemi alla deglutizione e all’allattamento, ma tende ad attenuarsi parzialmente con l’età. A partire dai due anni di età il bambino mostra invece una costante assenza di sazietà (iperfagia) la quale spinge il bambino a sovralimentarsi: ciò può portare a malnutrizione per eccesso e ad obesità grave. L’obesità è la causa più importante di morbidità e mortalità dei pazienti.

Deficit cognitivi e comportamentali

La malattia è associata a difficoltà di apprendimento e a disturbi comportamentali (comportamento ossessivo-compulsivo oppure manipolativo) e psichiatrici (difficoltà nell’interpretazione e nell’uso appropriato delle informazioni sociali, che comportano disturbi simili a quelli caratteristici dello spettro autistico) di entità variabile. Il deficit cognitivo è estremamente variabile e si associa a difficoltà di apprendimento e a uno sviluppo anomalo del linguaggio, spesso aggravati dai disturbi comportamentali e psicologici.

Caratteristiche facciali e somatiche

Il soggetto ha caratteristiche facciali e somatiche peculiari, come:

  • fronte stretta;
  • occhi a mandorla;
  • labbro superiore sottile;
  • bocca rivolta verso il basso;
  • mani e piedi molto piccoli;
  • scoliosi;
  • bassa statura (dovuta a deficit dell’ormone della crescita);
  • sviluppo puberale incompleto.

Complicanze

Le complicanze più temibili si verificano in età adulta, dove possono essere presenti:

  • obesità molto grave (anche di II o III grado);
  • complicanze cardiorespiratorie;
  • ipertensione arteriosa;
  • maggior rischio di infarto del miocardio ed ictus cerebrale;
  • patologie metaboliche;
  • complicanze osteoarticolari;
  • apnee notturne di tipo ostruttivo, aggravate dalla presenza concomitante di apnee centrali;
  • vasculopatie;
  • diabete mellito di tipo 2;
  • ipercolesterolemia;
  • iperglicemia;
  • patologia psichiatrica grave;
  • idee suicidarie.

Diagnosi

La diagnosi deve basarsi su criteri clinici (criteri di Holm del 1993, rivisti nel 2001) e essere confermata dalle analisi genetiche (tramite test di biologia molecolare utile a verificare le caratteristiche biochimiche della regione 15q11-q13 o tramite indagine citogenetica).

Diagnosi prerenale

Tale sindrome può essere sospettata, in famiglie a rischio, già nell’epoca fetale grazie ad una riduzione dei movimenti fetali, rilevabile all’ecografia. Se una coppia ha già avuto un bambino affetto dalla sindrome, in caso di gravidanze successive è possibile effettuare diagnosi prenatale.

Terapia

Non esiste una terapia specifica risolutiva. La presa in carico deve essere precoce (fin dal periodo neonatale), globale e includere varie figure professionali: ciò può migliorare l’evoluzione della malattia e diminuirne le complicazioni. I trattamenti possibili riguardano in particolare l’ipotonia, i disturbi psichiatrici, i disturbi del comportamento alimentare, i ritardi della  crescita (tramite somministrazione dell’ormone della crescita) ed il ritardo della pubertà. Il trattamento con GH (ormone della crescita) può migliorare il tono muscolare, aumentare la velocità di crescita, diminuire il rapporto peso/altezza, diminuire la massa grassa e migliorare la funzionalità respiratoria.

Prognosi

La diagnosi precoce, la terapia multidisciplinare precoce e la terapia con l’ormone della crescita hanno migliorato sensibilmente la qualità della vita di questi bambini. Al momento non esistono dati sugli effetti a lungo termine della terapia con GH negli adulti, in particolare circa l’effetto sui disturbi comportamentali e sul grado di autonomia raggiunto. Negli adulti, le complicazioni legate all’obesità, ai disturbi psichiatrici e all’autonomia rappresentano i problemi più importanti, ma possono essere ridotti tramite dieta specifica, educazione alimentare, psicoterapia e adeguata attività fisica.

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Questa voce è stata pubblicata in Medicina di laboratorio, chimica, fisica, biologia, genetica e statistica, Pediatria e malattie dell'infanzia e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.