Una ricerca ci farà vivere tutti 500 anni? Per ora gli scienziati del Buck Institute for Research on Aging (un centro di ricerca sull’invecchiamento cellulare) di Novato, in California, si sono accontentati di allungare la vita – e di parecchio – ad un microscopico invertebrato, il Caenorhabditis elegans, il primo essere vivente del quale sia stato mappato l’intero genoma. Lo studio è apparso sulla rivista Cell Reports, a firma del biologo Pankaj Kapahi.
Di solito Caenorhabditis elegans vive qualche settimana, ma grazie a due mutazioni genetiche che inibiscono le molecole-chiave coinvolte nella segnalazione dell’insulina ( IIS) e la proteina responsabile del rilevamento dei nutrienti nota come Bersaglio della Rapamicina (TOR, nell’acronimo inglese), le cose cambiano: la sua longevità si estende di 5/6 volte. L’equivalente – in un essere umano – di circa 500 anni. Ovviamente, non è affatto scontato che quanto vale per un verme valga anche per noi: ce ne vorranno di test di laboratorio prima di poterlo affermare…
I ricercatori hanno scoperto che a determinare l’effetto è l’interazione delle due mutazioni: agendo solo sul TOR si ottiene un aumento del 30 per cento della vita; intervenendo solo sull’IIS, essa raddoppia. Combinandole insieme, gli autori dello studio si aspettavano un allungamento del 130 per cento. E invece, la sorpresa: introdotte in contemporanea nel DNA del C. elegans, hanno moltiplicato per 5 le sue aspettative di vita.
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È partito il conto alla rovescia. Non per i botti e per i brindisi di fine d’anno, ma per un evento di dimensioni epocali: la scoperta della vita extraterrestre. Sarebbe quasi dietro l’angolo: le prospettive più ottimistiche, infatti, considerano questo traguardo possibile entro un decennio. Nella peggiore delle ipotesi, avverrà entro il secolo. È questa l’opinione di uno degli scienziati oggi più quotati, ovvero Sara Seager, astronoma e docente presso il Mit di Boston. “Oggi, per la prima volta nella storia,possediamo le competenzeper trovare la vita su altri pianeti”, ha detto nei giorni scorsi parlando davanti alla Commissione Scienza, Spazio e Tecnologia della Camera a Washington.
Dopo la menopausa le donne vedono aumentare il proprio rischio di cancro al seno quando il loro indice di massa corporea tende ad aumentare (
Scatta il divieto per la vendita dei pacchetti di sigarette “da dieci” all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Sarebbe questa la decisione presa dai rappresentanti permanenti degli Stati membri nel Consiglio Ue (Coreper), che con questo divieto impongono un nuovo giro di vite sul problema del fumo. La ragione che sta alla base di una decisione del genere è molto semplice: i pacchetti contenenti meno di 20 sigarette attraggono inevitabilmente i giovani e i giovanissimi, dal momento che costano sicuramente meno rispetto ai normali pacchetti di sigarette da 20. Proprio rivolta ai giovanissimi è inoltre la norma che vieta l’utilizzo di additivi e di aromi (come quelli alla menta o alla vaniglia) che possano rendere più gradevole il fumo. Tale divieto sarà però applicabile nel 2020, ovvero quattro anni dopo l’entrata in vigore della direttiva.
Vi siete mai chiesti quale sarebbe il vostro più grande rimpianto se oggi fosse il vostro ultimo giorno di vita? Cosa vorreste aver fatto, cosa vi pentireste di non aver mai provato? Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime 12 settimane, ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”. Quando la Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rammarichi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ma il rimorso di non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità. Questi i cinque più comuni rimpianti, secondo la testimonianza dell’infermiera:
Ora è arrivata la prova scientifica: per un uomo svolgere due azioni in contemporanea è davvero una faccenda complicata. D’altra parte di fronte a un problema complesso non c’è partita: il suo intelletto possiede una marcia in più. Come dimostra una ricerca dell’Università della Pennsylvania, è tutta una questione di connessioni cerebrali. Gli scienziati hanno usato la risonanza magnetica per mappare il cervello di 949 individui tra gli 8 e i 22 anni (521 donne e 428 uomini). Lo studio ha messo in evidenza che nell’uomo le connessioni neuronali sono particolarmente marcate tra parte anteriore e posteriore del cervello. In termini pratici, significa che la mente maschile dà il meglio quando bisogna reperire rapidamente delle informazioni e rielaborarle per svolgere un compito difficoltoso. Negli uomini si registra anche un’intensa attività del cervelletto, la porzione del sistema nervoso centrale coinvolta nell’apprendimento e nel controllo motorio: gli uomini in pratica incontrano meno ostacoli quando si tratta di imparare a nuotare, guidare o andare in bicicletta.
L’anno sta per finire e