Batteriemia: cura, segni, sintomi, diagnosi ed antibiotici

MEDICINA ONLINE BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EMOGLOBINA.jpgUna batteriemia può essere transitoria e non provocare alcuna sequela oppure avere delle conseguenze sistemiche e metastatiche. Conseguenze sistemiche comprendono la sindrome infiammatoria sistemica e lo shock settico.

Eziologia
La batteriemia ha molte possibili cause, tra cui:

  • La cateterizzazione di un tratto urinario inferiore infetto
  • La terapia chirurgica di un ascesso o di una ferita infetta
  • La colonizzazione di dispositivi medici invasivi a permanenza, in particolare cateteri EV e intracardiaci, cateteri uretrali, dispositivi e tubi per stomie

Nei pazienti con piaghe da decubito, la batteriemia da Gram-negativi è di solito secondaria a un’infezione che origina dal tratto genito-urinario, gastrointestinale o dalla cute. I pazienti cronici e immunodepressi hanno un rischio aumentato di batteriemia da Gram-negativi. Essi possono anche sviluppare una batteriemia da cocchi Gram-positivi, da anaerobi e da funghi. La batteriemia da stafilococco è frequente tra gli utilizzatori di farmaci iniettabili e nei pazienti portatori di cateterismo EV. La batteriemia da Bacteroides può svilupparsi in pazienti con infezioni addominali e pelviche, in particolare nel tratto genitale femminile. Se un’infezione addominale causa setticemia, il microrganismo implicato è più probabilmente un bacillo Gram-negativo. Una setticemia originata da un’infezione sovradiaframmatica implica di solito un microrganismo Gram-positivo.

Fisiopatologia
La batteriemia transitoria o persistente può causare l’infezione metastatica delle meningi e delle cavità sierose quali il pericardio o delle grandi articolazioni. Ascessi metastatici possono instaurarsi quasi ovunque. Dopo una batteriemia stafilococcica è frequente la formazione di ascessi multipli. La batteriemia può causare un’endocardite ( Endocardite infettiva), nella maggior parte dei casi è dovuta a enterococchi, streptococco, stafilococco; cause meno frequenti di batteriemia sono i Gram-negativi e i funghi. I pazienti con malattia cardiaca strutturale (p.es., malattia valvolare, alcune anomalie congenite), protesi valvolari cardiache, o di altre protesi intravascolari sono predisposti all’endocardite. Gli stafilococchi possono provocare un’endocardite batterica che di solito coinvolge la valvola tricuspide, specie in quei soggetti che utilizzano sostanze per via iniettiva.

Sintomatologia
Alcuni pazienti possono essere asintomatici o presentare solo una leggera febbre. Lo sviluppo di sintomi quali, tachipnea, brividi scuotenti, febbre persistente, alterazione del sensorio, ipotensione, e i sintomi gastrointestinali (dolori addominali, nausea, vomito e diarrea) suggeriscono una sepsi o uno shock settico. Lo shock settico si sviluppa nel 25–40% dei pazienti che presentano una batteriemia significativa. Una batteriemia persistente può causare infezioni focali metastatiche o sepsi.

Diagnosi
Se si sospetta batteriemia, sepsi o shock settico deve essere richiesta l’esecuzione di emocolture di ogni altro campione appropriato ( Coltura).

Trattamento con antibiotici
Nei pazienti con sospetta setticemia, va somministrata una terapia antibiotica empirica dopo l’esecuzione degli esami colturali appropriati. Il trattamento precoce della batteriemia con un’adeguata terapia antibiotica sembra migliorare la sopravvivenza. La terapia successiva implica l’aggiustamento degli antibiotici in base ai risultati delle colture e dell’antibiogramma, il drenaggio chirurgico degli ascessi e la rimozione di ogni dispositivo che costituisca la fonte sospetta della batteriemia.

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Febbre dengue: sintomi, trasmissione, diagnosi, terapia e prevenzione

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MLa febbre dengue, più conosciuta semplicemente come dengue, è una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue. Il virus esiste in quattro sierotipi differenti (DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4) e generalmente l’infezione con un tipo garantisce un’immunità a vita per quel tipo, mentre comporta solamente una breve e non duratura immunità nei confronti degli altri. L’ulteriore infezione con un altro sierotipo comporta un aumento del rischio di complicanze gravi.

Epidemiologia

La maggior parte di chi contrae la dengue si riprende senza problemi, mentre la mortalità è dell’1–5% qualora non venga instaurato alcun regime terapeutico e inferiore all’1% nel caso di trattamento adeguato. Tuttavia le forme più gravi della malattia conducono a morte nel 26% dei casi. La dengue è endemica in 110 paesi e infetta dai 50 ai 100 milioni di individui ogni anno, con circa mezzo milioni di persone che necessitano di ospedalizzazione e 12.500-25.000 decessi.

Cause

Il responsabile della febbre dengue è un virus a RNA appartenente alla famiglia delle Flaviviridae, genere Flavivirus. Di questa famiglia fanno parte numerosi altri virus responsabili di febbre emorragica, tra cui quelli responsabili della febbre gialla, dell’encefalite di Saint-Louis, dell’encefalite giapponese e al virus del Nilo occidentale. Tutte queste malattie sono trasmesse da artropodi, soprattutto zanzare e zecche, e i virus responsabili sono anche conosciuti come Arbovirus, dall’acronimo in lingua inglese arthropod borne virus (virus portato da artropodi). Come molti arbovirus, il virus della dengue permane in natura perché utilizza vettori ematofagi e ospiti vertebrati, mantenendosi soprattutto nelle foreste del Sud-est asiatico e dell’Africa. Nelle zone rurali la trasmissione avviene solitamente tramite puntura da parte di Aedes aegypti e altre del genere Aedes, tra le quali Aedes albopictus (zanzara tigre), mentre nelle città avviene quasi esclusivamente tramite Aedes aegypti, che risulta molto addomesticata. Quando la zanzara infetta punge un essere umano, il virus penetra la cute insieme alla saliva dell’insetto. Una volta all’interno dell’organismo, si lega ai leucociti, vi penetra e si riproduce al loro interno.

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Segni e sintomi

Tipicamente i soggetti infettati con il virus della dengue sono asintomatici (80%) oppure hanno solo manifestazioni cliniche leggere, quale la febbre non complicata. Circa il 5% dei pazienti va incontro a una forma più grave della malattia e solo in una piccola parte di essi la dengue può essere pericolosa per la vita. Il periodo di incubazione dura tra i 3 e i 14 giorni, ma è solitamente compreso tra i 4 e i 7 giorni; per questo motivo è possibile escludere la presenza della malattia in pazienti che manifestino sintomi oltre due settimane dopo il ritorno da un soggiorno in un’area endemica. I bambini presentano sintomi simili a quelli del raffreddore comune e della gastroenterite (vomito e diarrea), generalmente meno importanti rispetto agli adulti, sebbene siano maggiormente suscettibili a complicanze gravi.

Fasi

La presentazione clinica tipica della dengue include febbre a esordio improvviso, cefalea tipicamente retrooculare, mialgia, artralgia e esantema. Il decorso della malattia può essere suddivisto in tre fasi: febbrile, critica e di recupero. La fase febbrile è caratterizzata da febbre elevata, spesso superiore ai 40 °C, associata a dolore generalizzato e cefalea e dura solitamente tra i 2 e i 7 giorni. Durante questa fase, il 50-80% dei pazienti con sintomi presenta un esantema cutaneo, che inizia tipicamente durante il 1º o 2º giorno di sintomi come un eritema, per assumere tra il 4º e il 7º giorno un aspetto morbilliforme. A questo punto possono comparire petecchie e si possono verificare piccoli episodi emorragici alla mucosa del naso e della bocca. La febbre ha classicamente un andamento bifasico, ripresentandosi per un paio di giorni dopo la risoluzione iniziale, anche se il fenomeno ha una durata e delle tempistiche molto variabili.

Esami di laboratorio e strumentali

La prima alterazione visibile agli esami di laboratorio è il ridotto numero di globuli bianchi, condizione spesso seguita da riduzione del numero di piastrine e acidosi metabolica. Nella forma grave la perdita di liquidi porta a emoconcentrazione, con aumento dell’ematocrito, e a riduzione dell’albumina circolante. Versamento pleurico e ascite possono essere rilevati clinicamente solo quando importanti, mentre l’ecografia permette una diagnosi più precoce, anche se il suo utilizzo è limitato dalla scarsa disponibilità delle apparecchiature in alcuni paesi.

La dengue può essere diagnosticata anche mediante esami microbiologici, in particolar modo tramite l’isolamento del virus sul terreni di coltura, rilevamento del RNA virale dopo espansione tramite PCR, esami sierologici per la rilevazione di antigeni virali o anticorpi diretti verso di essi. L’isolamento del virus e del suo genoma sono test più accurati di quelli sierologici, ma non sono diffusamente disponibili per via del loro costo elevato, mentre quest’ultimo e la PCR sono più accurati in particolar modo nella prima settimana di malattia, anche se tutti gli esami possono rivelarsi negativi nelle fasi precoci.

Tutti questi esami di laboratorio hanno una valore diagnostico solamente durante la fase acuta della malattia, eccezion fatta per la sierologia. La ricerca delle IgG e IgM, normalmente prodotto 5-7 giorni dopo l’infezione, può essere utilizzata per confermare la diagnosi di dengue anche nelle fasi tardive. Il titolo più elevato di IgM è rilevato dopo l’infezione primaria, ma esse sono prodotte anche in caso di infezione secondaria o terziaria; diventano non rilevabili 30-90 giorni dopo l’infezione primaria, ma, in caso di infezioni successive, scompaiono più rapidamente. Le IgG invece rimangono rilevabili per più di sessant’anni, anche in assenza di sintomi, è quindi risultano un ottimo indicatore di infezioni pregresse. Dopo l’infezione primaria raggiungono il loro picco dopo 2-3 settimane, mentre in corso di infezioni successive il picco è raggiunto prima e il titolo è solitamente più alto. Sia le IgG, sia le IgM provvedono all’immunità nei confronti di un determinato sierotipo. In laboratorio queste immunoglobuline possono legare altri Flavivirus, come quello della febbre gialla, rendendo difficile l’interpretazione dell’esame. La rilevazione unicamente delle IgG non è considerata diagnostica a meno che il loro titolo non quadruplichi in campioni di sangue raccolti ad almeno due settimane di distanza dalla precedente raccolta. In una persona sintomatica, la rilevazione delle sole IgM è considerata diagnostica.

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Trattamento

Non esistono terapie specifiche per la dengue. Le modalità di trattamento dipendono dalle manifestazioni cliniche, e possono andare dalla semplice idratazione orale a domicilio al ricovero con somministrazione di liquidi per via parenterale o emotrasfusioni. La necessità di ricovero viene normalmente determinata sulla base dei segnali di allarme, soprattutto in presenza di comorbilità.

L’idratazione endovenosa si rende necessaria di solito per un paio di giorni e la quantità di liquido da infondere è calcolato per garantire un’eliminazione renale di 0.5-1 mL/kg/h di urina, segni vitali stabili e una normalizzazione dell’ematocrito. Procedure più invasive quali l’inserimento di un sondino nasogastrico, l’iniezione intramuscolare e le punture arteriose devono essere evitate a causa del rischio di sanguinamento. Il paracetamolo viene utilizzato per il trattamento sintomatico della febbre e del dolore, mentre i FANS come l’aspirina o l’ibuprofene vanno evitati per non peggiorare il rischio di emorragia. La trasfusione di sangue è richiesta precocemente nei pazienti con segni vitali instabili e a fronte di una tendenza dell’ematocrito a calare. Sebbene l’ematocrito non sia un indicatore dell’entità dell’emorragia buono quanto la concentrazione di emoglobina, si preferisce utilizzare questo indicatore piuttosto che attendere che l’emoglobina raggiunga un valore soglia per iniziare la trasfusione. Possono essere somministrati sangue intero o globuli rossi concentrati, mentre non sono normalmente utilizzate trasfusioni di piastrine o di plasma fresco congelato.

Durante la fase di recupero dalla malattia la terapia idratante viene di solito sospesa per evitare una condizione di ipervolemia; in caso si presenti tale condizione il trattamento prevede, in presenza di segni vitali stabili, la sola sospensione della somministrazione di liquidi eventualmente associata a un diuretico dell’ansa quale la furosemide.

Prognosi

La fase di recupero, che dura circa 2-3 giorni, è caratterizzata dal riassorbimento dei liquidi e dal ripristino della volemia. Il miglioramento è spesso sorprendente, ma si possono presentare bradicardia e prurito importante, oltre a un’eruzione cutanea maculo-papulare o di aspetto vasculitico, con successiva desquamazione cutanea. Durante questa fase si può manifestare una condizione di sovraccarico di liquidi che, qualora evolva in edema cerebrale, può comportare alterazioni dello stato di coscienza e convulsioni. Una condizione di affaticamento può permanere anche per settimane dopo la risoluzione clinica della malattia.

Prevenzione

Mutazioni del recettore della vitamina D e del frammento cristallizzabile delle IgG sembrano avere effetti protettivi, in particolar modo nelle forme gravi da infezione secondaria. Non esistono vaccini approvati per il Dengue virus e la prevenzione della malattia si basa quindi sul controllo della popolazione della zanzara vettrice e sulla protezione dal contatto dei residenti delle zone endemiche. L’OMS raccomanda l’adozione di un programma integrato di controllo del vettore basato su cinque punti:

  1. Patrocini, mobilitazioni sociali e legislazione al fine di assicurare il rinforzo degli organismi sanitari pubblici e delle comunità;
  2. Collaborazione tra Sanità e altri ambiti, pubblici e privati;
  3. Approccio integrato al controllo della malattia per ottimizzare l’utilizzo delle risorse;
  4. Decisioni basate sull’evidenza clinica in modo da garantire che gli interventi siano mirati e appropriati;
  5. Rafforzamento delle capacità per garantire una risposta adeguata alla situazione locale.

Il principale metodo di controllo di Aedes aegypti consiste nell’eliminazione del suo habitat. Questa può essere ottenuta nelle aree endemiche mediante lo svuotamento dei contenitori di acqua e l’utilizzo di agenti di controllo, ovvero specie animali la cui presenza riduca quella del vettore, o di insetticidi, anche se la spruzzatura di organofosfati o piretroidi non risulta efficace. La riduzione delle raccolte di acqua all’aria aperta attraverso interventi ambientali è il metodo più utilizzato, date le preoccupazioni per eventuali effetti negativi sulla salute da parte degli insetticidi e le maggiori difficoltà logistiche per l’uso gli agenti di controllo. La popolazione può prevenire le punture da parte del vettore utilizzando abiti che coprano completamente la cute, zanzariere o repellenti per insetti, in particolar modo il dietiltoluamide che si è rivelato essere il più efficace.

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Le 10 cose che gli ospiti odiano di più ai matrimoni

MEDICINA ONLINE KISSING SIDE BACIARE DESTRA SINISTRA LATO AMORE COPPIA DIVORZIO LITIGIO MATRIMONIO FIDANZATO PARTNER UOMO DONNA AMORE SESSO SEX WALLPAPER GIRL MAN BOY WOMAN SAD COUPLE HI RES PICTURE IMAGE PICTURES.jpgIl matrimonio dovrebbe essere un giorno bellissimo e spensierato, un momento per staccare dalla routine e godersi un po’ di amore e relax, in teoria è così ma in pratica è più uno stress che altro, soprattutto se gli sposi non riescono a mettere un freno alle cose più noiose. State pianificando le vostre nozze? Ecco quali sono le 10 cose che gli ospiti odiano di più ai matrimoni.

  1. Quando passa troppo tempo tra la fine della cerimonia e il ricevimento, entro un’ora è accettabile ma non di più… immaginatevi i vestiti scomodi, il caldo, le scarpe con il tacco, la cravatta e poi, ad un certo punto, anche fame e stanchezza.
  2. Le indicazioni poco chiare o complicate per raggiungere il luogo del matrimonio o del ricevimento.
  3. Il bar a pagamento è da abolire… se non volete spendere troppo scegliete voi cosa offrire ad esempio vini, acqua, acqua tonica ecc
  4. discorsi lunghi e infiniti di amici, parenti, genitori e testimoni, considerate che la soglia dell’attenzione precipita dopo tre minuti.
  5. I matrimoni durante i ponti o le festività, sopesso mandano all’aria weekend fuori porta o fughe romantiche
  6. I ricevimenti estremamente lunghi e dilatati e i pranzi o le cene a buffet.
  7. Ricevere l’invito personale che non include il partner, evitate gli inviti senza il +1, mettono a disagio e fanno sentire esclusi.
  8. Quando si è obbligati a ballare o a partecipare a giochi idioti.
  9. I filmini infiniti sulla vita degli sposi, vanno bene solo se rientrano nei soliti tre minuti.
  10. I matrimoni organizzati in piena estate e con 40°C all’ombra.

Nessuno si offenda, ma le cose stanno così… e sono sicura che da invitati anche gli sposi odiano queste cose!

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Differenza tra caffeina e guaranà

MEDICINA ONLINE CAFFE CAFFEINA THE TE TEINA ECCITANTE ASTINENZA GINSENG LUNGO CORTO ORZO MACCHIATO CALDO FREDDO TAZZA GRANDE VETRO DIFFERENZE COFFE ESPRESSO AMERICANO WALLPAPER PIC PICTURE HI RES PHOTO.jpgLa differenza tra il guaranà e caffeina è che il primo è un tipo di pianta, e l’ultimo è un composto chimico. Caffeina è uno dei molti composti chimici presenti naturalmente nelle piante guaranà. Questo ingrediente è prima chiamata guaranina sulle etichette degli ingredienti di prodotti contenenti guaranà. E ‘spesso usato in integratori alimentari per migliorare le energie come alternativa al caffè.

Questa pianta è originaria del Sud America ed è stato utilizzato dagli indigeni brasiliani per molti secoli per scopi medicinali. Si tratta di una pianta rampicante della famiglia acero e produce grappoli di fiori bianchi e frutti scuri di colore variabile dal marrone al rosso intenso. Questi frutti contengono il doppio di caffeina fa naturalmente chicco di caffè.

Guarana e caffeina sono stati originariamente commercializzati come due ingredienti singoli separati e unici. Bevande e gli alimenti che contengono caffeina spesso elencano questo ingrediente chimico in etichetta, come il cioccolato, caffè, tè e bevande analcoliche. Energia e integratori alimentari che conteneva guaranà, tra l’altro, il guaranina sostanza chimica sull’etichetta in luogo dello stesso, ei produttori hanno affermato come un metodo alternativo più naturale e complementare per la caffeina per migliorare le funzioni metaboliche. In seguito gli scienziati hanno scoperto che guaranina è la stessa sostanza come caffeina e guaranà prodotti sono ora contrassegnati come tali.

L’effetto della caffeina e guaranà, stimolare la componente principale del corpo sia del sistema nervoso e sistema cardiovascolare del corpo. Un’ora dopo l’ingestione, i livelli di questa sostanza chimica sembra essere più alta nel sangue, ei loro effetti possono persistere per diverse ore dopo. Gli individui che hanno preso la caffeina tendono a trovare il loro aumento della frequenza cardiaca, aumento della loro circolazione, e migliorato il loro metabolismo. Questo può creare una sensazione generale di risveglio in combinazione con una maggiore umore e più attenzione.

Alcuni alimenti e bevande che contengono caffeina e guaranà sono attribuiti alle abilità di perdita di peso, e si ritiene che essere un effetto collaterale afrodisiaco-like. Queste affermazioni sono generalmente prive di fondamento e hanno poco o nessun fondamento nella ricerca scientifica. L’aumento del metabolismo generale del corpo dopo l’ingestione di caffeina può causare a bruciare più calorie di quanto sarebbe altrimenti, e in grado di creare la sensazione di un miglioramento dello stato d’animo. Questi effetti collaterali, tuttavia, sono di interazione chimica con il cuore e il sistema cardiovascolare e non a seguito di una influenza ormonale sul corpo da caffeina.

  •  Bevande energetiche contengono caffeina e guaranà.
  •  Alcuni tè hanno caffeina in loro.
  •  La caffeina è una sostanza chimica che si trova naturalmente nelle bacche di guaranà.
  •  Il caffè contiene caffeina.
  •  La caffeina e guaranà sono entrambi stimolanti.

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Le 7 fasi della deglutizione (volontarie ed involontarie)

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ESOFAGO ANATOMIA E FUNZIONI SINTESI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa deglutizione (in inglese “swallowing“) è l’atto fisiologico che consente la progressione del bolo alimentare dalla cavità orale allo stomaco, grazie alla coordinazione della muscolatura orofaringea, laringea ed esofagea. In generale, la deglutizione può essere divisa in:

  • volontaria (fase 1);
  • faringea, involontaria (fasi da 2 a 6);
  • esofagea, involontaria (fase 7).

Le sette fasi della deglutizione

Fase 1

Quando il cibo è pronto per essere deglutito, viene volontariamente compresso e mescolato con la saliva, al fine di formare il bolo, nella faringe attraverso la pressione esercitata dalla lingua contro il palato, mediante un movimento con andamento postero-superiore. Questa è l’unica fase volontaria della deglutizione: da qui in poi la deglutizione procede interamente in maniera automatica e normalmente non può essere interrotta.

Fase 2

Il palato molle viene spinto superiormente per chiudere le narici posteriori e quindi prevenire il reflusso di cibo nelle cavità nasali. Questa fase, come tutte quelle che seguono, è involontaria.

Fase 3

Le pliche palatofaringee da ogni lato della faringe vengono portate medialmente e quindi avvicinate le une alle altre. in questo modo, queste pliche formano una doccia sagittale attraverso la quale il cibo è obbligato a passare. Questa doccia svolge un’azione selettiva, permettendo solo al cibo che è stato sufficientemente masticato di passare con facilità. Giacché questa fase della deglutizione dura meno di un secondo, ogni componente del cibo presente in bocca le cui dimensioni siano troppo grandi risentirà di un impedimento al passaggio nell’esofago, quindi verrà masticato nuovamente.

Leggi anche: Quando deglutire è doloroso: sintomi, cause, trattamento e pericoli

Fase 4

Le corde vocali della laringe vengono avvicinate severamente, e la laringe viene spinta in direzione antero-superiore dai muscoli del collo. Queste azioni, combinate con la presenza di legamenti che prevengono il movimento verso l’alto dell’epiglottide, causano in quest’ultima un’oscillazione in senso posteriore sopra l’apertura della laringe. Tutti questi effetti agiscono insieme al fine di prevenire il passaggio di cibo nel naso e nella trachea. La distruzione delle corde vocali o dei muscoli che tendono ad avvicinarle può causare strangolamento e soffocamento da cibo.

Fase 5

Il movimento verso l’alto della laringe inoltre solleva e allarga l’apertura dell’esofago. Allo stesso tempo, i primi tre o quattro centimetri della parete muscolare prossimale dell’esofago, chiamati sfintere esofageo superiore (o sfintere faringoesofageo) si rilassano, Quindi, il bolo si muove facilmente e liberamente dalla faringe posteriore all’esofago prossimale. Tra due atti deglutitori, questo sfintere rimane fortemente contratto, impedendo quindi l’influsso di aria nell’esofago durante la respirazione. Il movimento verso l’alto della laringe inoltre solleva la glottide fuori dal flusso principale di cibo, in modo tale che il bolo passi principalmente ai lati dell’epiglottide piuttosto che sopra di essa; questo è un altro meccanismo protettivo contro l’entrata di cibo nella trachea.

Leggi anche: Sensazione di nodo alla gola in medicina: cause, sintomi, diagnosi, cure

Fase 6

Una volta che la laringe è stata sollevata e lo sfintere faringoesofageo rilassato, l’intera parete muscolare della faringe si contrae, con polarità cranio-caudale, spingendo il cibo mediante peristalsi nell’esofago.

Fase 7

L’esofago normalmente esibisce due tipi di movimenti peristaltici: la peristalsi primaria e la peristalsi secondaria. La peristalsi primaria è la semplice continuazione dell’onda peristaltica che inizia nella faringe e propagatasi nell’esofago durante la fase faringea della deglutizione. Questa onda passa direttamente dalla faringe allo stomaco in circa 8-10 secondi. Il bolo deglutito da una persona in posizione eretta viene normalmente trasmesso alla terminazione distale dell’esofago ancor più rapidamente dell’onda peristaltica stessa, coprendo la distanza in circa 5-8 secondi, a causa dell’effetto addizionale della gravità sul bolo.
Se l’onda peristaltica primaria fallisce nel portare allo stomaco tutto il contenuto esofageo, un’onda peristaltica secondaria viene generata dalla distensione dell’esofago stesso causata dalla ritenzione di cibo; queste onde continuano finché tutto il bolo non si è svuotato nello stomaco. Le onde peristaltiche secondarie vengono iniziate da circuiti neurali intrinseci nel sistema nervoso mienterico e in parte da riflessi che iniziano nella faringe e vengono poi trasmessi attraverso le fibre afferenti vagali al bulbo e da qui all’esofago tramite fibre efferenti vagali e glossofaringee.
Quando l’onda peristaltica esofagea approccia lo stomaco, un’onda di rilassamento, trasmessa attraverso i neuroni inibitori mienterici, precede la peristalsi. Quindi, l’intero stomaco e, in minor misura, il duodeno vengono rilassati appena questa onda raggiunge la terminazione distale dell’esofago e quindi vengono preparati in anticipo a ricevere il cibo propulso nell’esofago durante l’atto deglutitorio.

Disfagia

Con il termine “disfagia” (in inglese “dysphagia“) si intende la difficoltà del corretto transito del cibo nelle vie digestive superiori subito dopo averlo ingerito, quindi anche le difficoltà a deglutire rientrano nel campo delle disfagie. Per approfondire, leggi: Differenza tra disfagia ai liquidi e ai solidi

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra emoglobina, ferro, ferritina e transferrina

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI CLINICHE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI LEUCOCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EPer prima cosa chiariamo che l’emoglobina è una proteina con struttura di quattro subunità, presente nei globuli rossi, responsabile del trasporto dell’ossigeno molecolare da un compartimento ad alta concentrazione di O2 ai tessuti che ne hanno bisogno. Ognuno dei suoi 4 globuli proteici, detto globina, ha al suo interno una molecola di protoporfirina che coordina uno ione ferro Fe2+, posto leggermente al di fuori del piano della molecola, nell’insieme chiamata gruppo Eme. L’emoglobina è inoltre una proteina allosterica.

Il ferro è invece un elemento chimico diffuso sia negli organismi animali sia vegetali, entra nella costituzione dell’emoglobina ed è fondamentale per il processo di formazione della clorofilla. È indispensabile per la vita di tutti gli esseri viventi che inglobano il ferro nel complesso ’eme’, componente essenziale delle proteine. Quando si parla di ferro, si parla anche di ossidoriduzione. Per questo motivo, nel nostro organismo, il ferro è legato ad alcune proteine che regolano il suo stato di ossidazione evitando un aumento dei radicali liberi . È parte integrante dell’emoglobina, una proteina contenuta nei globuli rossi.

La funzione principale del ferro è di legare l’ossigeno e cederlo ai tessuti e agli organi per costruire la loro struttura, ed alle singole cellule per la loro moltiplicazione. Ma, come ogni elemento, presenta i suoi contro. Difatti, se il ferro è in eccesso propende alla tossicità, ragion per cui, il nostro organismo tende ad attirarlo e a depositarlo in forma non dannosa, nel fegato. Il ferro viene assorbito dal duodeno grazie alla proteina transferrina. In seguito viene trasportato fino al midollo, per produrre globuli rossi, oppure fino agli organi di deposito come il fegato. In caso di carenza di ferro nel sangue, il fegato restituisce il ferro alla transferrina, che si occupa del suo trasporto nel sangue. La sideremia esprime la quantità del ‘ferro circolante’ nell’organismo. Tale definizione ci aiuta a stabilire che differenza c’è tra ferro e ferritina. Il ferro è un preziosissimo metallo presente nel nostro organismo, la ferritina è la proteina che deposita il ferro nel fegato. È costituita da un guscio proteico all’interno del quale vengono immagazzinati atomi di ferro. Può essere in grado di stoccare fino a 4500 unità di ferro. Essa è presente in tutti i tessuti, ma in particolare nelle cellule del fegato, della milza e del midollo osseo. La sua concentrazione nel sangue determina le riserve di ferro presenti nell’organismo e stabilisce la presenza di eventuali patologie legate alla carenza o alla sovrabbondanza di ferro. Il dosaggio si calcola con un prelievo venoso e i valori devono essere 20-120 nanogrammi/mL per le donne e 20-200 nanogrammi/mL per gli uomini.

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Primo sole: è meglio abbronzarsi in fretta o fa male?

Lying pretty woman in swimsuit tanning on beach

Un’abbronzatura rapida è nemica della pelle e della sua salute. L’ideale è permettere alla pelle di abituarsi gradualmente al sole e rispondere con efficacia producendo la melanina che determina l’abbronzatura. Nelle prime esposizioni al sole è quindi necessario evitare tempi eccessivi: meglio esporsi per non più di 30 minuti al giorno, specie nelle ore più calde della giornata. L’errore che fanno in molti, potendo prendere il sole magari solo nel week end, è quello di stare diverse ore al sole, pensando di raggiungere velocemente l’abbronzatura, ma ciò è sbagliato: una abbronzatura più graduale è infatti molto più duratura rispetto ad una raggiunta a tempo di record, che rischia solo di ustionare ed esporre la pelle a pericolosi danni cellulare.

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Incontinenza feci e gas intestinali: cause, sintomi, rimedi e dieta

MEDICINA ONLINE INTESTINO COLON TENUE CRASSO APPENDICE TRASVERSO ASCENDENTE DISCENDENTE RETTO ANO COLECISTI STOMACO DUODENO ILEO PARALITICO ADINAMICO MECCANICO OSTRUZIONE OCCLUSIONE SUBOL’incontinenza delle feci o “incontinenza fecale” è un disturbo caratterizzato dalla perdita involontaria di feci e gas intestinali. Chi ne soffre non riesce a controllare, del tutto o in parte, la defecazione e lo sfintere anale, l’anello muscolare. Generalmente è legata alla perdita di elasticità dei muscoli del retto, talvolta a danni del sistema nervoso o a esiti di interventi chirurgici. È più frequente in chi soffre di stipsi o diarrea cronica/acuta. È un disturbo altamente invalidante, che ha un pesante impatto sulla qualità della vita di chi ne è affetto e ne limita i rapporti sociali.

L’incontinenza fecale, la fuoriuscita incontrollata di feci e gas, è un disturbo che colpisce l’1-2% della popolazione. Si manifesta a vari livelli di gravitàcon perdite modeste o con un’incapacità totale di controllare la defecazione. Il disturbo è più frequente nelle donne, per una maggiore lassità dei muscoli pelvici e addominali, complicati da eventuali problemi durante il parto. Un altro fattore di rischio è l’età: dopo i 40 anni il rischio di incontinenza fecale è più alto.

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Quali sono le cause dell’incontinenza fecale?

Le cause dell’incontinenza fecale sono numerose e diverse. Esse includono:

  • Prolasso rettale, caratterizzato dalla lassità dei tessuti del retto che sporgono al di fuori dell’ano o attraverso la vagina (rettocele).
  • Stipsi, diarrea cronica e acuta, condizioni che possono alterare la resistenza dei muscoli del retto oppure creare danni ai nervi coinvolti nel controllo della defecazione. Anche l’abuso di lassativi per la cura della stipsi può incidere sul controllo dello sfintere anale.
  • Incontinenza urinaria, spesso il disturbo precede l’incontinenza fecale.
  • Sindrome dell’intestino irritabile e malattia infiammatoria intestinale
  • Interventi chirurgici
  • Emorroidi gravi
  • Stress
  • Malattie croniche come sclerosi multipla e diabete
  • Traumi del pavimento pelvico durante il parto
  • Infezioni
  • Intolleranze alimentari.

Quali sono i sintomi dell’incontinenza fecale?

I sintomi sono la perdita involontaria di gas intestinali e feci. Gli episodi di perdita di feci devono ripetersi più volte a distanza di poco tempo. Episodi isolati non vanno tenuti in considerazione, perché potrebbero essere legati a disfunzioni isolate. Chi soffre di incontinenza fecale non riesce a controllare o rinviare l’impulso a defecare, talvolta non lo avverte. Generalmente si presentano flatulenza, gonfiore addominale, ulcere anali, prurito anale e genitale.
Ai sintomi diretti del disturbo, bisogna affiancare quelli secondari: irritazione e infezioni della pelle, del retto e delle vie urinarie; stress psicologico, causato dalla pesante ripercussione sulla vita sociale.

Come prevenire l’incontinenza fecale?

La prevenzione dell’incontinenza fecale si ottiene facendo attenzione ad alcune condizioni che possono favorirla: in caso di stipsi, aggiungendo all’alimentazione fibre e un adeguato consumo di acqua, più di due litri al giorno; in caso di diarrea cronica, evitando alimenti come alcolici, caffeina, spezie, cibi piccanti e affumicati che possono favorire l’infiammazione dei visceri. È necessario seguire un’alimentazione varia e fare attività fisica regolare e moderata, curare con attenzione l’igiene intima e ricorrere a cure tempestive in caso di infezioni dell’area pelvica e perineale.

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Cura dell’incontinenza fecale

Non esiste una cura universale per combattere l’incontinenza fecale perché il disturbo presenta un’origine multifattoriale. Infatti, mentre alcuni pazienti necessitano di un intervento chirurgico, per altri è sufficiente modificare le abitudini alimentari e seguire una cura esclusivamente farmacologica.

Cura farmacologica

Anche la cura farmacologica contro l’incontinenza fecale non è uguale per tutti i pazienti. Come abbiamo visto, infatti, questo disturbo della defecazione può dipendere da problematiche del tutto differenti o perfino opposte (es. stipsi cronica o diarrea cronica).

  • incontinenza fecale dipendente da stipsi cronica/fecaloma. Il disagio può essere debellato mediante la specifica assunzione di lassativi. Il farmaco più utilizzato a tale scopo è il lattulosio, un principio attivo lassativo osmotico estremamente delicato, in grado di richiamare acqua nel lume intestinale, ammorbidendo le feci e stimolando la peristalsi intestinale. Anche le supposte di glicerina o di bisacodyl (es. Dulcolax) possono apportare beneficio in presenza d’incontinenza fecale correlata a stipsi.
  • incontinenza fecale dipendente da diarrea cronica. Il disturbo va chiaramente trattato con farmaci antidiarroici: il principio Loperamide (es. Imodium), si rivela particolarmente indicato per alleviare la diarrea, migliorando di riflesso il disturbo dell’incontinenza fecale. La Loperamide aumenta il tono dello sfintere anale, riducendo nel contempo i movimenti dell’intestino (contrazioni peristaltiche) e la frequenza d’evacuazione. Anticolinergici (es. Atropina, Belladonna): indicati per ridurre le secrezioni intestinali e regolare i movimenti dei visceri. Oppioidi (es. codeina): oltre che per il trattamento della tosse, alcuni oppioidi come la codeina vengono utilizzati come inibitori della motilità intestinale. È comunque bene sottolineare che questi farmaci, rispetto ai precedenti, sono molto meno utilizzati per il trattamento dell’incontinenza fecale a causa degli importanti effetti collaterali ad essi correlati. Carbone attivo: principio attivo indicato per ridurre il contenuto di acqua nelle feci.

Interventi alternativi

Per tutti quei casi d’incontinenza fecale parziale (di lieve entità), è stata messa a punto una nuova metodica terapeutico-riabilitativa – nota come biofeedback – utilissima per rilevare l’attività sfinterica del soggetto. Si tratta di una strategia d’intervento indicata per i pazienti che accusano una riduzione della sensibilità rettale, ma che presentano un’attività sfinteriale ancora marcata. Il biofeedback è una speciale tecnica riabilitativa volta a rafforzare i muscoli del pavimento pelvico: in questa sede, il paziente viene “educato” a contrarre e rilasciare i muscoli nella sede anale al fine di resistere allo stimolo della defecazione in momenti inopportuni (per approfondimenti: leggi esercizi di Kegel).
Il trattamento di biofeedback, sempre eseguito in sede ambulatoriale, prevede l’introduzione di una piccola sonda nel canale anale e in una parte dell’ampolla rettale del paziente. Tale sonda, che registra le pressioni esercitate sulle pareti del canale anale, è collegata ad un computer che elabora i dati e li trasforma in impulsi e barre colorate. I differenti colori delle barre indicano il grado di contrazione e di rilasciamento dei muscoli interessati. Dopo aver ottenuto le giuste indicazioni dal medico sulla corretta modalità di esecuzione degli esercizi del pavimento pelvico, sarà lo stesso paziente a valutare come li esegue attraverso l’osservazione e lo studio delle bande colorate registrate dal monitor.
Non è raro che, come supporto al biofeedback, il paziente venga sottoposto anche ad una ginnastica passiva, nota come elettroterapia: questo trattamento consiste nella stimolazione delle fibre dei muscoli anali attraverso l’inserimento di un elettrodo nel canale anale. I benefici derivati dall’elettroterapia sono comunque incerti; pertanto non sempre ne viene giustificata la messa in atto.
Alcuni pazienti affetti da incontinenza fecale possono beneficiare dell’applicazione dei cosiddetti tamponi anali: si tratta di veri e propri tappi che vengono inseriti nell’ano per ostacolare l’involontaria perdita di materiale fecale.

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Interventi chirurgici

Quando né l’azione dei farmaci né le strategie riabilitative sono sufficienti per combattere l’incontinenza fecale, il paziente è costretto a sottoporsi ad un intervento di chirurgia. Molto spesso, gli interventi chirurgici sono necessari quando l’incontinenza fecale è correlata a prolasso rettale o a lesioni da parto. In base alla causa scatenante, tra i trattamenti chirurgici più eseguiti si annoverano:

  • Correzione chirurgica di prolasso rettale, emorroidi, rettocele.
  • Sfinteroplastica: indicata per riparare uno sfintere anale laddove sia presente una lesione traumatica dei muscoli coinvolti nella defecazione.
  • Ripristino del tono muscolare dello sfintere anale (gracileplastica): in alcuni casi, è possibile riparare lo sfintere anale avvolgendo su di esso un muscolo prelevato dalla coscia dello stesso paziente. La metodica, assai delicata, consiste precisamente nella trasposizione con elettrostimolazione del muscolo gracile (muscolo adduttore che occupa la porzione mediale della coscia) all’ano.
  • Sfintere anale artificiale: intervento chirurgico indicato per i gravi casi d’incontinenza fecale correlata a danneggiamenti dello sfintere anale. A livello del canale anale viene impiantata una sorta di anello gonfiabile in grado di controllare la perdita di materiale fecale. Quando è gonfio, il dispositivo impedisce allo sfintere anale di rilasciarsi (dunque non si assiste a perdita di feci); viceversa, quando si desidera defecare, è possibile sgonfiare questo anello speciale mediante una pompetta esterna, attivando così la normale attività intestinale.
  • Colostomia: è indubbiamente una scelta chirurgica drastica, eseguita come ultima spiaggia al paziente affetto da una grave forma d’incontinenza fecale. Durante questo intervento viene creata una nuova comunicazione artificiale che mette in collegamento il colon con la parete addominale attraverso un’apertura nell’addome. Uno speciale sacchettino viene collegato a quest’apertura per raccogliere il materiale fecale.

Dieta per l’incontinenza fecale

I cambiamenti delle abitudini alimentari possono senza dubbio migliorare considerevolmente il disturbo dell’incontinenza fecale (e perfino prevenirne la ricomparsa). Il primo accorgimento è l’eliminazione totale di alcolici e la limitazione di caffeina nella dieta: quando assunte in eccesso, queste due sostanze (alcol e caffeina) possono infatti indurre diarrea ed incontinenza fecale.
Quando il disturbo della defecazione dipende strettamente dalla diarrea, il paziente dovrebbe preferire alimenti in grado di compattare il materiale intestinale. A tale scopo, la raccomandazione è quella di aumentare la quantità di fibra alimentare – proveniente ad esempio da crusca ed alimenti integrali – e di limitare l’assunzione di tutti quegli alimenti in grado di indurre un effetto lassativo. Anche le spezie, gli alimenti piccanti, i cibi affumicati, i dolcificanti artificiali dovrebbero essere evitati o per lo meno limitati nei pazienti soggetti a diarrea (vedi: dieta e diarrea).
Alcune persone intolleranti al lattosio tendono a sviluppare non solo diarrea ma anche incontinenza fecale: per questa ragione, l’eliminazione dalla dieta degli alimenti contenenti questo zucchero si rivela un accorgimento alimentare importante per prevenire diarrea ed incontinenza fecale.
I pazienti affetti da stipsi cronica dovrebbero invece porre particolare attenzione alla corretta assunzione sia di fibre che di liquidi (bere almeno 2 litri di acqua al giorno), due componenti essenziali per ammorbidire il contenuto intestinale, facilitare l’evacuazione, dunque prevenire l’incontinenza fecale.

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