Cosa significa “andare in iperventilazione”?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA APNEA STATICA DINAMICA PROFONDA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari A PeneSi definisce iperventilazione una serie frequente di atti respiratori che portano ad una riduzione notevole dell’anidride carbonica nel sangue. Dal punto di vista della durata dell’apnea, l’irrisorio aumento dell’ossigeno potrebbe sembrare avere effetti positivi; in realtà, la diminuzione della concentrazione di anidride carbonica porta a non avvertire la “fame d’aria”, dato che è proprio la quantità di questo composto che informa il sistema nervoso centrale riguardo alla necessità di respirare; ritardando quindi lo stimolo ventilatorio, l’ossigeno presente può così scendere a valori troppo bassi, provocando una sincope ipossica. In passato, l’iperventilazione era una tecnica molto usata dai grandi dell’apnea; ora invece si preferisce ricorrere a nuove tecniche di ventilazione e rilassamento, come la respirazione pranayama.

Sintomatologia legata all’iperventilazione

Fra i sintomi si riscontrano:

  • Respiro troppo rapido e superficiale, non profondo;
  • Possibile dolore toracico o altri sintomi simili all’attacco cardiaco;
  • Possibile sensazione di formicolio alle estremità superiori e crampi alle dita;
  • Agitazione.
  • Possibile giramento di testa.

Terapia dell’iperventilazione

  • Tentare di calmare e rassicurare il soggetto;
  • Monitorare le funzioni vitali (stato di coscienza, respiro e circolo), se incosciente chiamare o far chiamare il 118 ovvero il 112 (Numero unico di emergenza europeo);
  • Far respirare il soggetto dentro un sacchetto di carta (aumentando così il livello di anidride carbonica nel sangue).

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Isteria: significato e visione moderna

MEDICINA ONLINE tricotillomaniTricofagia tricobezoario CAPELLI VOLTO DONNA TRISTE AIUTO PELO STRAPPARSI SHAMPO CAPELLI SFIBRATIIsteria è un termine che è stato utilizzato nella psichiatria dell’Ottocento per indicare una tipologia di attacchi nevrotici molto intensi, di cui erano generalmente vittime soggetti femminili. Il termine viene dal greco Hystera, utero. Infatti nell’antica Grecia si considerava che la causa di sintomi di questo tipo nelle donne fosse uno spostamento dell’utero.

Origini

Nella versione tipica ottocentesca, l’isteria si manifestava con sintomi molto simili all’epilessia, paralisi degli arti, cecità momentanea, perdita di coscienza e della capacità di parlare. Finito l’attacco, seguiva spesso una fase emozionale molto intensa, in cui il soggetto compiva azioni imprevedibili e esprimeva con poche parole o gesti sentimenti molto profondi, in uno stato semi-allucinatorio. I soggetti tipicamente colpiti da attacchi di questo tipo erano donne di buona società. Sigmund Freud fondò buona parte delle sue teorie sullo studio di questo tipo di situazioni patologiche. Il metodo psicoanalitico si formò nel tentativo di capirne il meccanismo scatenante e cercare una terapia. Freud individuò le cause in un trauma infantile rimosso dalla persona, che grazie alla tecnica delle sedute di psicoanalisi poteva essere riportato alla coscienza e neutralizzato. Freud divenne famoso e cominciò ad avere prestigio e notorietà presso la classe dei neurologi dopo aver curato e pubblicato un suo caso clinico di una donna isterica portata a guarigione. Dopo questo episodio, con la pubblicazione degli “Studi sull’isteria”(1895) – oppure secondo altri, come afferma Roberto Speziale Bagliacca in “S. Freud”, Le Scienze dic. 1999, pag.42, con “la prima opera realmente psicoanalitica, l”Interpretazione dei sogni’, uscita nel 1899, anche se l’editore la dato’ 1900″- inizia la psicoanalisi, con l’ostracismo di tutta l’élite viennese.

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La visione moderna

Dalla seconda metà del Novecento, la sostanziale scomparsa di simili fenomeni e il mutamento dei paradigmi teorici in psicologiae medicina hanno portato a nuovi quadri interpretativi. Si tende a considerare attacchi di questo tipo manifestazioni di stati depressivi o situazioni esistenziali di crisi che la persona esprime in una rappresentazione codificata che conosce. Il soggetto, più o meno inconsapevolmente, utilizza la reazione isterica per comunicare uno stato emotivo estremamente negativo nel quale si trova e dal quale non vede via d’uscita: tali aspetti sono presenti anche nella Sindrome di Ganser. I fenomeni caratteristici dell’isteria sono suscettibili di essere riprodotti mediante autosuggestione. In ogni caso, dietro alla teatralità e alla “simulazione” dell’isterico vi era un dramma autentico. Seguendo questa prospettiva, Ernesto de Martino ha messo in relazione con l’isteria anche il fenomeno del tarantismo, sindrome che con sintomi analoghi si manifestava in donne di estrazione popolare nel sud Italia.

L’isteria si presenta in forme cliniche numerose e polimorfe, potendo “imitare” tutte le malattie. I sintomi dell’isteria si distinguono in:

  • Sintomi somatici che esprimono l’alterata funzionalità del sistema nervoso, quali ad es. gastriti, coliti, paralisi, dispepsia, ecc.
  • Sintomi psichici, che si differenziano in:
    • Transitori
      • Fenomeni amnestici
      • Stati di eccitamento psicomotorio
      • Stati acinetici
      • Stati di depressione
    • Permanenti
      • Suggestionabilità
      • Compromissione della vita sessuale
      • Infantilismo
      • Immaturità emotivo-affettiva

Col DSM-III (1980) il concetto d’isteria o nevrosi isterica è scomparso per presentarne i tre elementi costitutivi documentabili anche in modo isolato:

  1. l’aspetto “corporeo” dell’isteria: disturbo somatoforme e disturbo di conversione;
  2. l’aspetto “mentale”: disturbo dissociativo dell’identità;
  3. la struttura caratteriologica di base dell’isterico: disturbo istrionico di personalità.

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Differenza tra riccio e porcospino

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA RICCIO PORCOSPINO ANIMAL MANDIBOLA CARATTERISTICHE NASO DENTI ANIMALE DIVERSITA SFONDO HD.jpgSpesso, quando si parla di ricci e di porcospini, molte persone usano erroneamente i termini. Porcospino, infatti è un sinonimo di istrice, ma erroneamente spesso con il termine porcospino si fa riferimento a i un riccio. Detto ciò, il riccio e il porcospino o istrice, sono due animali molto diversi che si differenziano per molte caratteristiche, a partire dall’aspetto fisico.

In questo senso, una delle differenze principali sono le spine. Entrambi le hanno, ma hanno una forma e un aspetto molto diversi. Un’altra delle differenze più evidenti sono dimensioni, dato che il porcospino è molto più grande del riccio.

Differenze tassonomiche tra riccio e porcospino

  • I ricci o Erinaceinae chiamandoli con il nome scientifico, appartengono all’ordine Erinaceomorpha, che comprende 16 specie di ricci raggruppati in 5 generi diversi: Atelerix, Erinaceus, Hemiechinus, Mesechinus y Paraechinus.
  • Il termine porcospino, invece, viene usato per descrivere degli animali appartenenti a due famiglie diverse: la famiglia Erethizontidae e la famiglia Hystricidae, che rispettivamente vivono nel continente americano e in Europa. I porcospini americani sono quelli che somigliano di più ai ricci per l’aspetto fisico.

Differenze fisiche tra un riccio e un porcospino

  • I ricci sono animali insettivori che possono raggiungere i 30 cm di lunghezza e pesare più di 1 kg. Fisicamente sono tondeggianti e hanno le zampe corte. La lunghezza della coda varia fra 4 e 5 centimetri.
  • Il porcospino, invece, è molto più grande: può raggiungere i 60 cm di lunghezza e 25 di altezza, raddoppiando le dimensioni del riccio. Un istrice può pesare fino a 15 kg, quindi 15 volte un riccio.

Dove vivono i ricci e i porcospini

  • I ricci si possono trovare in Africa, Asia ed Europa e gli habitat preferiti sono le praterie, i boschi, la savana, i deserti e le zone di coltivazione.
  • Anche i porcospini possono vivere in Africa, in Asia e in Europa, ma oltre a questi continenti esistono alcune specie anche in America, dove invece i ricci non si trovano. Tuttavia l’habitat in cui troviamo gli istrici è molto simile a quello dei ricci: deserti, savana, foreste e zone di coltivazione. Un’altra differenza è che i porcospini vivono anche sugli alberi, mentre i ricci no.

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Differenze nell’alimentazione fra ricci e porcospini

La differenza fra questi animali sta anche in ciò di cui si nutrono.

  • I ricci sono animali insettivori, quindi la loro dieta si basa sul consumo di insetti. mangiano principalmente lombrichi, scarafaggi, formiche e altri insetti. A volte mangiano anche piccoli mammiferi e uova di diversi uccelli.
  • I porcospini seguono una dieta vegetariana, mangiano principalmente frutta, rami e anche ossa di animali dai quali assumono calcio. Vista la differenza fra i due animali, si potrebbe dire che i ricci sono carnivori e i porcospini vegetariani.

Le differenze degli aculei dei ricci e dei porcospini

Gli aculei sono un altro degli aspetti che differenzia queste due specie animali. Ciò che hanno in comune i loro aculei è il materiale di cui sono composti: sono peli ricoperti di cheratina che gli danno l’aspetto rigido che li caratterizza.

  • A occhio nudo, gli aculei dei ricci sono molto più corti rispetto a quelli degli istrici.
  • Gli aculei degli istrici sono appuntiti e si possono staccare, mentre nel caso dei ricci non è così.
  • I ricci hanno gli aculei distribuiti in maniera uniforme sul dorso e sulla testa, mentre per quanto riguarda i porcospini, alcune specie li hanno concentrati in gruppi e altre ne hanno alcuni sparsi in mezzo al pelo.

Quando si sentono minacciati, entrambi gli animali si appallottolano su se stessi, lasciando irte le spine. I porcospini si muovono producendo un suono che funge da avvertimento per eventuali predatori. Come abbiamo accennato, questi animali possono staccare i propri aculei e usarli contro chi li sta attaccando per difendersi.

Come riconoscere ricci e porcospini

Abbiamo visto qual è la differenza fra riccio e porcospino, per cui non dovrebbe più essere molto difficile riconoscere e distinguere i due animali. Facciamo un piccolo riassunto di quanto visto.
Si tratta di animali di dimensioni diverse e i ricci sono i più piccoli. Di conseguenza, gli aculei sono diversi: i porcospini li hanno più lunghi e li possono staccare se vengono attaccati da un predatore. La distribuzione degli aculei nei ricci è più uniforme. Per quanto riguarda l’alimentazione, il riccio si ciba di insetti mentre l’istrice preferisce mangiare frutta.
È probabile che se si vede uno di questi animali in libertà in America quasi sicuramente si tratterà di un istrice. La situazione cambia se si parla di ambienti domestici, dato che è possibile trovare i ricci come animali domestici anche nelle case in America.

Meteorismo intestinale: cos’è, cause, rimedi, dieta, cibi da evitare

MEDICINA ONLINE TUMORE COLON RETTO INTESTINO SINTOMI INIZIALI TARDIVI DIAGNOSICon meteorismo viene indicato un disturbo gastrointestinale associato alla distensione addominale provocata da una eccessiva produzione e accumulo di gas nel tratto digestivo, usualmente nel tratto intestinale (Meteorismus intestinalis) o nello stomaco, più raramente nella cavità addominale. L’accumulo di gas che risale nel tratto gastro-intestinale e che non viene evacuato, ad esempio attraverso la flatulenza, può dar luogo a complicanze, una tra tutte il rigonfiamento dell’addome stesso.

Patogenesi

La quantità di gas all’interno dell’intestino è abbastanza costante, e non rappresenta che una piccola frazione del volume totale realmente prodotto. Il volume totale dei gas è soltanto da 100 a 200 mL. La quantità dei gas è regolata dal transito intestinale e dall’evacuazione del gas in eccesso. I gas entrano nell’organismo con la deglutizione, le reazioni biochimiche, la diffusione a partire dal sangue e dalla fermentazione batterica intestinale. I gas escono invece per assorbimento dalla parete intestinale, per escrezione respiratoria, per sintesi batterica e per evacuazione anale.

Eccessiva produzione

Questa è influenzata dalla ricchezza in fibre alimentari (soprattutto pectina, poco la cellulosa), la cui riduzione causa una netta diminuzione dei gas prodotti. Esso dipende anche dalla durata del transito: più è lento, più la produzione sarà importante (costipazione).

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Alterazione della propulsione

L’intestino, tramite la peristalsi, mette in movimento i gas prodotti in modo da evacuare la parte non riassorbita dall’intestino. In alcuni pazienti vi è un rallentamento della propulsione dei gas e formazione di sacche gassose. Anche lo sfintère anale ha un ruolo; normalmente il gas è evacuato mediante l’associazione di una leggera contrazione dei muscoli addominali con il rilasciamento dell’ano; talvolta non c’è tale coordinazione e lo sfintère non si rilascia. In conclusione, non è tanto l’eccesso dei gas, ma la distribuzione anormale di essi a essere responsabile del meteorismo addominale. È da notare che la ritenzione dei gas nell’intestino tenue dà una sintomatologia più marcata della ritenzione nel colon. Inoltre è stato notato che, per una stessa quantità di gas, certe persone si sentono gonfie e altre no, quindi vi è un fattore personale di sensibilità e di tolleranza a tale sintomo.

Carbone vegetale contro il meteorismo

Il carbone vegetale riveste un ruolo di assoluta rilevanza come rimedio erboristico naturale, seguito da piante carminative come finocchio ed anice.
Si distinguono quattro categorie di carbone:

  • Carbone vegetale: è ottenuto dalla distillazione secca del legno di betulla, salice o pioppo, da cui si ottiene una polvere. Vanta blande proprietà adsorbenti, comportandosi come una spugna.
  • Carbone animale: deriva da scarti della macellazione (ossa, tendini, cartilagini) sottoposti ad una carbonizzazione senza fiamma. Comporta proprietà adsorbenti maggiori rispetto al carbone vegetale: infatti, è considerato anche “anti-tossico” in ambito medico (in seguito alla lavanda gastrica). Il materiale di scarto animale viene posto in stufe ad una temperatura compresa tra i 100 e i 200°C: la carbonizzazione avviene senza fiamma per evitare la produzione di sostanze aromatiche cancerogene.
  • Carbone officinale composto: rappresenta un mix di carbone vegetale ed animale.
  • Carbone medicato: è un carbone arricchito con sostanze antisettiche (es. fenoli).

Il carbone, in generale, ha proprietà adsorbenti che lo rendono capace di trattenere i gas intestinali; inoltre, facilita l’eliminazione batterica che provoca la fermentazione. Per i soggetti che presentano solamente una forma di meteorismo causata da un’alimentazione scorretta, il carbone dev’essere assunto dopo i pasti. Solitamente, per i soggetti che seguono una cura farmacologica, il carbone dovrebbe essere evitato, perché potrebbe diminuire la biodisponibilità dei farmaci. Il carbone, inoltre, non dev’essere assunto dalle persone che presentano carenze vitaminiche e dai soggetti che manifestano problemi di assorbimento in generale: il carbone, infatti, va ad indebolire l’assorbimento dei principali nutrienti. Sarebbe buona regola assumere fermenti lattici in concomitanza al carbone per favorire il ripristino della flora intestinale, di conseguenza per combattere il meteorismo. Il consulto del medico è comunque indispensabile.

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Rimedi naturali per il meteorismo

Tra rimedi naturali contro il meteorismo spiccano anche le tisane con estratti di piante carminative, che agiscono diminuendo il gonfiore a livello addominale: finocchio, anice, cumino, sono i più noti, ma anche melissa, mirto e camomillasono molto efficaci per contrastare il meteorismo.

  • Finocchio (Foeniculum vulgare) e anice (Pimpinella anisum): sono droghe carminative che diminuiscono il gonfiore addominale grazie a molecole capaci di limitare la fermentazione anaerobia (in assenza di ossigeno) operata dalla flora intestinale. Il finocchio, stimolando l’attività biliare, è usato anche contro la dispepsia; inoltre è un diuretico. Il fitocomplesso è caratterizzato da fencone e da anetolo, appartenenti alla categoria di mono e sesquiterpeni. L’anice potenzia l’azione del finocchio,  inibisce il processo fermentativo a livello intestinale, riduce la flatulenza e la nausea.
  • Cumino (Cuminum cyminum) vanta proprietà carminative e digestive: per questo motivo è un ottimo rimedio naturale contro crampi addominali e gonfiori legati al meteorismo. Si consiglia una tisana a base di cumino a fine pasto per favorire la corretta digestione; per queste sue proprietà si configura simile al finocchio e all’anice.
  • Melissa (Melissa officinale) anche la melissa vanta proprietà carminative, riuscendo i diminuire i gas intestinali formati. La melissa è ricordata anche per le sue capacità antispasmodiche e calmanti: per questa sua potenzialità è inserita in molte formulazioni per indurre il sonno. Considerando poi che il meteorismo, come abbiamo analizzato, è causato anche da stress ed ansia, la melissa è sicuramente una droga molto utile per rilassare i tessuti, di conseguenza ostacolare il gonfiore addominale.
  • Mirto (Myrtus communis) il mirtolo è un principio attivo del mirto, ricavato dal suo olio essenziale, che vanta proprietà digestive, stomachiche, antinfiammatorie  e carminative. Inoltre, esplica anche proprietà antifermentative, ostacolando la fermentazione gastrica che causerebbe la sensazione di gonfiore.
  • Camomilla (Matricaria recutita) ha potenzialità carminative, essendo in grado di togliere l’aria dallo stomaco e dall’intestino, diminuisce i dolori addominali ed i crampi. Ha proprietà antispasmodiche, antinfiammatorie, spasmolitiche e antibatteriche, attività utili ad alleggerire i disturbi derivati dal meteorismo.

Consigli per combattere meteorismo e pancia gonfia

  • seguire una dieta equilibrata e bilanciata introducendo nello stesso pasto i vari nutrienti nelle giuste proporzioni;
  • utilizzare, sotto controllo medico, antibiotici non assorbibili che esercitano la loro azione riequilibrante sulla flora batterica senza essere assorbiti dall’intestino (effetti collaterali ridotti);
  • alcuni farmaci impediscono la formazione di schiume nell’intestino, favorendo l’assorbimento dei gas e riducendo il meteorismo (carbone vegetale, dimeticone).
  • masticare lentamente;
  • evitare le abbuffate;
  • mangiare la frutta zuccherina lontano dai pasti, soprattutto in caso di colite fermentativa;
  • se si soffre di meteorismo è bene evitare le fritture ed i cibi molto grassi;
  • mangiare in un ambiente rilassante, senza parlare troppo tra un boccone e l’altro
  • attenzione a combinazioni alimentari particolarmente sfavorevoli: carne e formaggi; uova e legumi; pasta, pane e molta carne;
  • per prevenire il meteorismo limitare il consumo di the, alcol, bevande gassate e più in generale di tutti quegli alimenti che contengono aria (panna montata, pasta sfoglia ecc.);
  • attenzione ai dolcificanti artificiali che contengono polialcoli (mannitolo, sorbitolo, xilitolo); anche un eccesso di fruttosio favorisce il meteorismo;
  • altri comportamenti a rischio: succhiare con la cannuccia e fumare durante i pasti;
  • il meteorismo e la fermentazione intestinale possono essere evitati grazie ad un ammollo prolungato dei legumi, al loro consumo sottoforma di puré o alla loro divisione con il cucchiaio a metà cottura;
  • nei pasti ricchi di proteine si consiglia l’associazione con verdure.

Alimenti che causano meteorismo, da eliminare o limitare

  • Frappè, panna montata
  • Cacao, cioccolato al latte, cioccolato fondente, cioccolato in tazza
  • Legumi: fagioli, fave, lenticchie (da soli o come componenti di zuppe tradizionali)
  • Alcune verdure: cipolla, cavoli, cavoletti di Bruxelles, cime di rapa, melanzane, carote(ammesse in piccoli quantitativi), lupini. Usare con moderazione i minestroni e i passati di verdura
  • Frullati di frutta (con o senza latte)
  • Bevande gasate
  • Maionese e salse a base di maionese
  • Zabaione
  • Gelato
  • Pasticceria fresca e secca
  • Zucchero, marmellata
  • Mollica di pane (in presenza di pancia gonfia e meteorismo si consiglia l’utilizzo di pane abbrustolito, fette biscottate o crackers)
  • Sostituire spesso il riso alla pasta
  • Brodi di carne o fatti con dadi ed estratti di carne
  • Vino rosso, alcolici, aperitivi
  • Liquidi in grande quantitativo ai pasti (bere spesso tra un pasto e l’altro)
  • Formaggi fermentati o piccanti
  • Pepe
  • Fritture in genere
  • Cibi troppo freddi o troppo caldi
  • Cibi assunti ad orari irregolari (utili 3 pasti principali ed eventualmente 2 merende)
  • Cibi poco masticati, ingoiati in fretta, parlando mentre si mastica.

I migliori prodotti per la salute dell’apparato digerente

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere del vostro apparato digerente, in grado di combattere stipsi, fecalomi, meteorismo, gonfiore addominale, acidità di stomaco, reflusso, cattiva digestione ed alitosi. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Quali sono le dimensioni di un campo da calcio di serie A?

MEDICINA ONLINE DIMENSIONI MISURA CAMPO CALCIO SERIE A RIGORE PORTA AREA LARGHEZZA LUNGHEZZA AREA.jpgNon tutti sanno che le misure di un campo di calcio non sono fisse:

  • lunghezza: minima 90 metri/massima 120 metri;
  • larghezza: minima 45 metri/massima 90 metri.

Le misure standard consigliate dalla FIFA sono:

  • lunghezza 105 metri;
  • larghezza: 68 metri.

Il cerchio di centrocampo ha un raggio pari a 9,15 metri, pari ad un diametro di 18,30 metri.

Lo spessore delle linee oscilla tra 10 e 12 cm.

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Perché si soffre? Come superare la sofferenza?

MEDICINA ONLINE TRISTE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE VERTIGINE DONNADobbiamo partire dal riconoscere che la sofferenza è naturale, è parte della vita. 2500 anni fa, Buddha ha dedicato la sua esistenza al comprendere ed eliminare la sofferenza: una delle sue conclusioni è che “La vita è sofferenza” (anche se una traduzione migliore sarebbe “Nella vita sono insiti sofferenza, impermanenza e cambiamento”). Che io sappia, nessuno l’ha mai realmente smentito. Quindi, quando soffri non sempre c’è un colpevole o una causa eliminabile: a volte è come va la vita. A questa conclusione sono giunte anche diverse filosofie; per esempio, nell’antica Grecia lo Stoicismo consigliava di vivere in armonia col destino, anche avverso, per raggiungere così serenità e saggezza.

La sofferenza è inevitabile (a volte)

Perché soffrire – a volte – è inevitabile? Quanto meno, per le seguenti ragioni:

  1. A volte non accade quello che vogliamo.
  2. A volte accade quello che non vogliamo.
  3. Tutto è impermanente, tutto cambia; quindi, prima o poi perderemo quello a cui teniamo.
  4. Un giorno tu morirai – e questo vale per chiunque.
  5. Poiché siamo tutti diversi, e spesso vogliamo cose diverse, ci sarà sempre qualche disaccordo o conflitto con le altre persone.

E’ da notare che queste ragioni valgono per tutti, qualsiasi sia la loro condizione: non c’è modo di sfuggirle. Alcuni coltivano l’illusione che ci siano dei “trucchi” per sfuggire alla sofferenza (il denaro, il potere, la bellezza, la fede…), ma è tutto vano.
Certo, la sofferenza può essere diminuita, sia con azioni concrete che con il giusto atteggiamento (gli insegnamenti del Buddha hanno questo scopo), ma la sua eliminazione totale è semplicemente illusoria. Anzi, ostinarsi ad eliminare la sofferenza può portare al risultato opposto.

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La vita e il mondo non sono fatti a nostra misura

Il mondo non è fatto per renderci felici. Anche se ci piacerebbe tanto che lo fosse, e alcune religioni ci dicono che è così, non c’è alcuna prova a favore, ma ce ne sono molte contro. Non è il mondo che deve adattarsi a noi; piuttosto, siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo, se vogliamo realizzare quello che desideriamo.

Allo stesso modo, la vita non è fatta per renderci felici: l’esistenza, per sua stessa natura, è spesso dura, complicata e incerta. Per milioni di anni la mera sopravvivenza è stata un problema quotidiano, e tuttora lo è in molte parti del mondo. Elementi che rendono la vita difficile, come l’egoismo, l’avidità e la competizione, sono parte di ogni essere vivente (anche perché portano un vantaggio evolutivo). L’idea che l’esistenza possa – o debba – essere facile e senza problemi è profondamente ingenua e disinformata.

Poiché la vita non è fatta per renderci felici, aspettarci che lo faccia è egocentrico e infantile. La vita – semmai – ci offre delle opportunità per essere felici, ma sta a noi coglierle e svilupparle. La felicità personale non è mai scontata o un diritto (anche se a volte può arrivarci come dono inaspettato), ma è una creazione e una conquista che richiede impegno e risorse. Se non siamo felici e vorremmo esserlo, dovremmo chiederci cosa stiamo facendo, concretamente, per diventarlo.

Dicendo che “il mondo (o la vita) non sono fatti per renderci felici”, non intendo certo dire che siano fatti per renderci infelici. Semplicemente non sono al nostro servizio, quindi non possiamo aspettarci che si occupino della nostra felicità; quel compito spetta a noi stessi).

Non siamo speciali come ci dice la religione

Perché reagiamo con tanto stupore e smarrimento quando ci accadono eventi spiacevoli? In parte, io credo, perché la religione cristiana (come anche le altre religioni monoteiste) ci dice che noi umani siamo creature speciali e privilegiate, che Dio ci ama in modo particolare, ecc. Questo crea aspettative irreali: che la realtà si adatti a noi, che soddisfi i nostri bisogni, che se ci comportiamo bene saremo felici e protetti dal dolore. Anche se queste convinzioni sono confortanti, purtroppo sono anche alquanto illusorie: e quando vengono infrante, la delusione può essere terribile.
In realtà non siamo così speciali: rispetto agli animali abbiamo capacità avanzate e una coscienza, è vero (ma queste ci portano anche “doni” quali angosce esistenziali, nevrosi e depressione). Ma a parte quello, la vita umana si svolge come per gli animali: nasciamo con paura e dolore, viviamo in competizione per ottenere quel che vogliamo, ci ammaliamo, patiamo la decadenza, e infine moriamo.
Non ci viene riservato nessun “trattamento di favore”. Nonostante le enormi risorse che spendiamo per allontanare paure e sofferenze (gran parte del consumismo può essere visto come un tentativo in questo senso), il nostro destino rimane simile a quello di tutte le altre creature viventi.

Dal mio punto di vista, le religioni dicono spesso cose non vere. Ma se credere negli insegnamenti religiosi per te funziona, ti fa stare bene, e ti fornisce le risposte di cui hai bisogno, va benissimo; non intendo convincerti del contrario. Però, se quello in cui credi non corrisponde alla tua realtà, o se ti genera confusione e sofferenza (invece di pace e benessere), forse è il caso di metterlo in discussione.

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Principali fonti di sofferenza

Di seguito elenco alcune delle principali fonti da cui proviene la nostra sofferenza. Averne chiara l’origine può aiutarci a gestirla meglio, ad accettarla (se non vi è alcun rimedio), oppure a cercare una possibile soluzione.

Sofferenza causata dagli altri

Quando la sofferenza è causata da altri esseri umani (dalle liti in famiglia alle guerre mondiali), è facile pensare che quelle persone siano cattive, stupide o ignoranti. Ma in molti conflitti non c’è chi ha “ragione” e chi ha “torto”, bensì ogni parte ha le sue ragioni. Quello che a te sembra sbagliato o assurdo, per altri può essere l’azione migliore: siamo tutti diversi, e vediamo le cose in modi differenti.
Questo vale anche per i presunti “bene” e “male”. Alcuni credono che, se eliminassimo il “male” (o i “cattivi”), la sofferenza sparirebbe. Ma chi decide cosa è bene o male? In genere, vediamo come “bene” ciò che è positivo per noi, e come “male” ciò che è negativo per noi. Ma quello che è male per qualcuno, potrebbe essere – e spesso è realmente – bene per qualcun altro. Inoltre, quello che ci sembra positivo oggi, potrebbe rivelarsi negativo domani (come illustrato dalla storia del contadino che ad ogni evento commentava: “Fortuna o sfortuna: chi può dirlo?”). E allora, chi ha ragione?
In realtà, bene e male sono “categorie immaginarie”, giudizi arbitrari e soggettivi. Prendiamo l’esempio del leone che insegue la gazzella per mangiarla: chi ha ragione e chi torto? Quale animale dovrebbe morire, e perché? Ovviamente, sia il leone che la gazzella avranno sull’argomento pareri ben diversi… e così è per noi: spesso giudichiamo un evento “bene” o “male” a seconda se siamo nella posizione della gazzella o del leone. Inoltre, quando qualcuno ci ferisce, tendiamo a prenderla sul personale, a pensare che ce l’abbia con noi o che ci voglia male. Ma invece, molto spesso questo accade per ragioni che non c’entrano nulla con noi: quella persona potrebbe avere avuto una giornata storta, o è malato, o non ci ha compresi, o era distratto, o seguiva una sua necessità, oppure vede le cose diversamente da noi. Tenere presente questo ci aiuta a non vedere gli altri come “nemici” e noi stessi come “vittime”.
Allo stesso modo, quando la vita ci fa soffrire, il più delle volte non riguarda noi personalmente, non c’è un motivo per cui ci capita: non è che il mondo ce l’ha con noi, o che veniamo puniti per qualche ragione. Certo, a volte soffriamo perché commettiamo degli errori (se attraverso la strada senza guardare e mi investono, se non mi preparo per un esame e mi bocciano), ma queste non sono “punizioni” (non c’è una causa morale), bensì conseguenze; in questi casi, dobbiamo imparare dai nostri errori e migliorare, per evitare di ripeterli.

Sofferenza causata dalla società

Una causa di sofferenza ampiamente diffusa ma di cui siamo spesso inconsapevoli, è quella causata dalle regole e dalle costrizioni sociali. Anche se non ce ne rendiamo conto perché vi siamo abituati fin dall’infanzia, siamo continuamente condizionati a reprimere ciò che sentiamo, quello che vorremmo dire e fare, per adeguarci alle norme e alle esigenze altrui (dalle persone intorno a noi fino alle leggi dello Stato).
Come aveva osservato già Freud, questa continua repressione è una delle principali cause di nevrosi e malesseri psichici. Negare il proprio sé, la propria natura autentica, non può essere privo di conseguenze. Al tempo stesso, questa repressione è il “prezzo da pagare” per tutti i vantaggi che ci porta il vivere in società: sicurezza, facile accesso a cibo e risorse, supporto, condivisione di mezzi e informazioni, possibilità di creare cose che da soli mai potremmo. Per essere completamente liberi, l’alternativa sarebbe vivere da soli come eremiti – ma le ragioni per cui non lo facciamo sono ovvie. Certo ci possono essere modi migliori e più armoniosi di vivere in società (la democrazia è assai meglio di dittature o monarchie), ma una vita sociale sarà sempre limitante: in primo luogo, ma non solo, perché la mia libertà finisce dove comincia quella altrui.
Attenuare la sofferenza del vivere in gruppo è però possibile, in vari modi:

  • Sviluppare una propria autonomia di pensiero. Non seguire passivamente la massa, o i gruppi che si frequentano.
  • Mettere in discussione usanze prive di senso o distruttive, e non seguirle solo perché di uso comune o tradizionali.
  • E soprattutto, non dare troppa importanza ai giudizi degli altri, e non dipendere dalla loro approvazione (anche perché non è mai possibile fare contenti tutti).

Sofferenza causata da noi stessi

A volte soffriamo per cause esterne a noi, senza che ne abbiamo colpa alcuna; altre volte, siamo noi stessi a causare gli eventi che ci fanno soffrire. E’ importante riconoscere quando è vero il secondo caso, e assumercene la responsabilità – altrimenti non sapremo cambiare, e continueremo a creare sofferenza.

Due cause specifiche per cui a volte creiamo la nostra sofferenza, sono l’ignoranza e le illusioni(cioè credere a cose non vere).

  • Per esempio, ci sono convinzioni diffuse che ci rendono infelici ma, finché non le mettiamo in discussione, continuiamo a seguirle.
  • Oppure, non conosciamo le ragioni per cui le persone si attraggono e si piacciono (oppure no), e quindi ci muoviamo “a casaccio” nel mondo delle relazioni.
  • Anche nell’ambito sentimentale, molti tendono a credere a pregiudizi e idee ingannevoli, che portano a infinite incomprensioni e scontri in amore.

Non è mai abbastanza

A volte soffriamo perché vediamo la nostra vita in modo distorto: ci concentriamo sui lati negativi e trascuriamo quelli positivi. Per la maggior parte del tempo, la nostra mente funziona così: se nella tua vita hai nove cose positive ed una negativa, tenderai a soffrire per quell’una che non funziona, e trascurerai di apprezzare le nove che vanno bene. Anche quando le cose ci vanno bene, di rado sappiamo goderci il momento presente; invece, tendiamo a desiderare altro e di più. Qualunque obiettivo raggiungiamo, non è mai abbastanza. Quindi viviamo proiettati verso una ipotetica felicità futura, invece di sentirci felici per quello che siamo e abbiamo. La felicità possibile nel presente ci sfugge perché siamo concentrati su quella immaginaria nel futuro.

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Sofferenza causata dalle aspettative

Ogni volta che abbiamo un’aspettativa irreale o impossibile (sia verso il mondo esterno che verso se stessi), finiamo col crearci frustrazione e infelicità. Spesso non sono gli eventi in sé che generano la sofferenza, ma le aspettative che abbiamo in proposito: se ottengo 100 e mi aspettavo 200 sarò deluso; ma se ottengo 100 e mi aspettavo 50, sarò ben contento. Stesso evento, diversa reazione.
Se siamo spesso frustrati da quel che ci capita, è bene chiedersi se le nostre aspettative siano esagerate. Se ci aspettiamo che tutto vada a modo nostro (il mondo, la vita, il comportamento altrui…), ci ritroveremo costantemente insoddisfatti.

Sofferenza causata dalla competizione

A volte soffriamo perché ci sentiamo spinti alla competizione:

  • lo sforzo negli studi per acquisire competenze che diano maggiori opportunità;
  • la lotta per ottenere un posto di lavoro, e poi per fare carriera;
  • la conquista di un partner e la paura dei tradimenti, ecc.

Anche se queste situazioni ci possono apparire crudeli, in realtà sono anch’esse “naturali”, perché la natura stessa funziona secondo principi di “competizione darwiniana”. In natura, si è costantemente alla ricerca di risorse (cibo, riparo, partner), e in lotta contro altri individui e condizioni avverse: i più adatti prosperano, i meno adatti periscono. Gli esseri umani hanno sviluppato la società anche per attenuare queste condizioni (per esempio, tramite leggi uguali per tutti e servizi condivisi), ma la competizione rimane alla base della nostra natura (tutti vorrebbero il meglio, ma non tutti possono averlo).

La giustizia non esiste in Natura

A volte soffriamo perché subiamo delle ingiustizie. Per gli esseri umani la giustizia è un concetto primario, al punto che ci sembra una “legge naturale” – ma non è affatto così. In Natura non esiste giustizia o equità, ma vige la lotta per la sopravvivenza e la prevalenza del più adatto.
Sicuramente è importante impegnarsi per un mondo equo e giusto, per noi e per gli altri, ma non dovremmo stupirci se questo non sempre avviene. La giustizia è una invenzione umana, una funzione artificiale della società, un ideale che non sempre si riesce ad applicare.

Sofferenza per disastri naturali

Quando accadono disastri naturali (terremoti, eruzioni, uragani, tsunami, ecc.), siamo sconvolti e atterriti. Ci chiediamo il perché accadono eventi così terribili, la ragione di tanta sofferenza. La risposta che si davano gli antichi era l’ira o la vendetta di qualche dio; anche tutt’oggi alcuni vedono questi disastri come punizioni divine. Ma questi sono modi ingenui di dare una spiegazione “umana” ad eventi tanto più grandi di noi.
In realtà, i disastri naturali sono semplicemente meccanismi nel funzionamento del nostro pianetaNon hanno nulla a che fare con la nostra presenza: accadevano miliardi di anni fa, quando noi non c’eravamo, e accadranno quando noi saremo estinti. La Terra segue il suo corso, ignara delle conseguenze per le creature che ospita; un po’ come un elefante che è ignaro delle formiche che possono essere sul suo dorso.

Sofferenza senza senso

Dare una spiegazione agli eventi è un bisogno umano, e forse per questo certe religioni o filosofie dicono che ogni evento ha sempre un senso, un suo scopo. Ma quello che accade non sempre ha un senso: un terremoto non ha alcuno scopo, accade e basta (anche se ha una spiegazione geologica).
E’ vero che c’è sempre un motivo o una spiegazione agli eventi, ma non sempre è morale (le leggi naturali, la fisica o la biologia, sono amorali e indifferenti ai destini umani) o logico ai nostri occhi (una malattia segue una sua “logica” che prescinde dalla nostra).

Superare la sofferenza

Anche a causa di certi insegnamenti religiosi o “new age” (per quanto ben intenzionati), che credono in una connessione diretta tra le nostre virtù o azioni, e i risultati che otteniamo, certe persone vedono la sofferenza come un segno che hanno sbagliato, sono “peccatori” o hanno “perduto la grazia di Dio”: “Se avessi fatto tutto giusto – pensano – allora tutto andrebbe bene”. Come ampiamente spiegato sopra, invece, gli eventi negativi capitano a tutti, buoni e cattivi, a volte senza alcun motivo. E’ evidente che non sempre i “buoni” vengono premiati e i “cattivi” puniti.
Quando soffriamo, non vuol dire che siamo sbagliati, incapaci o colpevoli. A volte dipende dalle nostre azioni, ma altre volte succede solo perché siamo nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

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Non tutto il male viene per nuocere

La sofferenza non è solo negativa, presenta anche degli aspetti “luminosi” e utili:

  • Ci fa crescere, ci spinge a migliorare ed evolverci.
  • Ci insegna a comprendere la sofferenza altrui (se non abbiamo provato un dolore particolare, non possiamo capire chi si trova in quella situazione). Aumenta la nostra empatia e compassione.
  • Ci induce ad apprezzare le cose positive (se fosse tutto facile e scontato, non lo apprezzeremmo).

Quindi, per certi versi la sofferenza ci rende più umani, più tolleranti e più saggi.

Altre risposte alla sofferenza

Nei casi in cui la sofferenza sia inevitabile, prendersela o combatterla è inutile (e persino controproducente): farlo non fa che aumentare la sofferenza stessa. E’ molto più produttivo concentrarsi su quel che di positivo abbiamo nella nostra vita, e godercelo. Anche quando non possiamo diminuire l’oscurità, possiamo però aumentare la luce.

Poiché l’esperienza della sofferenza è eterna e universale, nel corso del tempo l’uomo ha sempre cercato risposte e rimedi:

  • Come già accennato, la filosofia ha proposto numerose interpretazioni e metodi per affrontare la sofferenza e l’ignoto.
  • La classica “Preghiera della serenità” offre un’ispirazione preziosa per affrontare le preoccupazioni.
  • La psicologia e la comprensione dell’animo umano, offrono molti strumenti per diminuire la sofferenza e aumentare la felicità.
  • Coltivare una posizione di “ragionevole saggezza” (una visione realistica, in equilibrio tra gli estremi dell’ottimismo ingenuo e del pessimismo disperato), ci permette di affrontare meglio la sofferenza ed esserne meno influenzati.

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Differenze anatomiche e funzionali tra uomini e donne

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERCENTUALE DI GRASSO CORPOREO UOMO DONNA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari PeneLa differenziazione sessuale negli esseri umani segue le tappe di sviluppo e di maturazione dell’organismo.
Nel neonato e nei primissimi anni di vita, le differenze sessuali sono visibili solo osservando il corpo a nudo, poiché i tratti della faccia e le proporzioni corporee sono antropologicamente neutri.
Solo nel periodo prepubere, che nella femmina inizia di norma intorno a dieci anni, e nei maschi circa a dodici anni, cominciano a verificarsi tutti quei cambiamenti connessi con l’avvento della crisi puberale che portano l’individuo alla maturità sessuale. Sotto la scarica degli ormoni sessuali responsabili di questi fenomeni, la morfologia corporea si rimodella, acquisendo, con i caratteri sessuali secondari, il definitivo status di uomo o donna. Durante le fasi dell’accrescimento, i fattori genetici che ne controllano tempi e modalità interagiscono in misura significativa con i fattori ambientali, non solo fisici, in primo luogo climatici, ma anche culturali in senso lato. Il tipo di alimentazione, lo status socioeconomico, l’ambiente familiare interagiscono contribuendo alla definizione dell’assetto morfofunzionale e psichico dell’individuo. Nelle società industriali i modelli femminile e maschile del corpo umano possono subire nell’arco di poche generazioni profondi cambiamenti sotto la spinta dei costumi sociali. Solo nelle società preindustriali, ancora molto legate alle proprie tradizioni culturali, gli originari modelli comportamentali si mantengono pressoché immutati.

Differenze anatomiche tra uomo e donna
Per quanto concerne lo scheletro, l’accrescimento termina nelle ragazze a circa 18-20 anni di età e nei ragazzi a 21-23 anni. Confrontando le caratteristiche scheletriche generali di soggetti adulti di sesso diverso, le principali differenze riguardano soprattutto la robustezza, la lunghezza e il grado di mineralizzazione delle ossa lunghe, che risultano maggiori nei maschi, nei quali anche le articolazioni e le superfici articolari sono più grandi: a causa della maggiore lunghezza delle ossa, l’uomo raggiunge una statura che in media supera quella della donna di circa 9-13 cm. Le differenze antropometriche riguardano anche le proporzioni tra i vari segmenti corporei. Anche la composizione corporea è generalmente diversa nei due sessi, particolarmente rispetto alla quantità di grasso corporeo (massa corporea grassa) e alla sua relazione con la massa corporea magra, quest’ultima rappresentata essenzialmente dai muscoli, dalle ossa e dagli organi interni. Il grasso corporeo si deposita in vari siti dell’organismo, ma è soprattutto quello sottocutaneo che contribuisce in modo determinante a rendere più palesi le differenze sessuali. Nella donna il grasso sottocutaneo si accumula nelle regioni del bacino e delle spalle, nelle mammelle e nella parte posteriore delle braccia. Complessivamente il grasso costituisce nella donna il 22-25% della massa corporea, nell’uomo il 13-15%. Per quanto riguarda la massa muscolare, mentre prima della pubertà non ci sono sostanziali differenze tra i sessi, successivamente queste diventano assai vistose. Nell’età adulta il maschio è dotato di una muscolatura maggiore di quella della femmina, ma non vi sono differenze qualitative nelle caratteristiche contrattili delle fibre che compongono il muscolo. Le maggiori dimensioni dello scheletro e della muscolatura del maschio contribuiscono in modo sostanziale alla differenza di peso mediamente riscontrabile tra individui di sesso diverso. L’uomo in media pesa circa 11-13 kg più della donna e, se si considera soltanto il peso della massa corporea magra, la differenza diviene ancora più evidente, assumendo il valore di 18-20 kg. Diversità anatomiche tra i sessi si riscontrano anche nelle dimensioni e nel peso di alcuni organi interni. Particolarmente rilevanti per le implicazioni funzionali a esse collegate sono le differenze riguardanti il cuore e i polmoni. In tutti i mammiferi il peso del cuore è in media direttamente proporzionale al peso corporeo e può essere calcolato moltiplicando quest’ultimo per il valore 0,0066; in accordo con il maggiore peso corporeo, il peso del cuore dell’uomo è maggiore di quello della donna. Nel rapporto tra peso corporeo e peso del cuore si rilevano però anche delle differenze in relazione all’età: nell’arco di vita compreso tra 12 e 60 anni, nelle donne il valore medio di tale rapporto è inferiore del 10-15% rispetto agli uomini, mentre dopo i 60 anni i valori divengono simili. Anche le dimensioni dei diametri cardiaci sono diverse tra i due sessi: per es., il diametro trasverso è mediamente di circa 12 cm nell’uomo e di 10,5 cm nella donna. Così come per il cuore, anche le dimensioni del polmone sono direttamente proporzionali alla taglia corporea, pertanto i polmoni della donna sono più piccoli di quelli dell’uomo. Tale differenza si riflette sul valore delle grandezze respiratorie e in modo particolare sulla capacità vitale, cioè sul volume di aria che può essere espirato con un’espirazione massimale dopo aver eseguito un’inspirazione massimale. In soggetti adulti giovani la capacità vitale è in media di 2-3 litri nella donna e di 3-4 litri nell’uomo. Tra le varie misure antropometriche l’area della superficie corporea è quella più attendibilmente correlata con la capacità vitale. Nell’adulto il rapporto tra capacità vitale e area della superficie corporea è 2,6 l/m2 nell’uomo e 2,7 l/m2 nella donna.

Differenze anatomiche tra uomo e donna
Le differenze strutturali sopra descritte svolgono un ruolo assai rilevante principalmente nel determinare quelle differenze funzionali che riguardano la capacità dell’individuo di eseguire un esercizio fisico intenso. Sebbene importanti fattori socioculturali possano essere almeno in parte considerati responsabili della diversa capacità fisica tra uomo e donna, è tuttavia ormai ben dimostrato che la capacità di lavoro muscolare della donna è approssimativamente minore del 20% rispetto a quella dell’uomo. Questa differenza viene in larga misura attribuita alle diversità di dimensioni e composizione corporea, mentre i meccanismi cellulari che controllano la maggior parte delle risposte fisiologiche e biochimiche all’esercizio fisico sono gli stessi per entrambi i sessi. Le differenze riscontrabili devono pertanto essere interpretate come dipendenti da fattori quantitativi piuttosto che qualitativi. Forza muscolare Prima dello sviluppo puberale non ci sono tra i due sessi sostanziali differenze nella forza muscolare ma, come comunemente dimostrato mediante test specifici, esse emergono chiaramente durante la pubertà, si mantengono nell’età adulta, e declinano nella vecchiaia. La differenza di forza è chiaramente correlata con lo sviluppo della massa muscolare, che nell’uomo, favorito dall’intensa azione anabolizzante del testosterone, può superare quella della donna perfino del 50%. Grazie alla maggiore massa muscolare, evidente soprattutto negli arti superiori, nelle spalle e nel tronco, l’uomo risulta avvantaggiato in tutte quelle attività fisiche che richiedono elevati livelli di forza, velocità e potenza. Esaminando la differenza di forza in termini assoluti, cioè senza considerare le diversità riguardanti la taglia fisica e la composizione corporea, risulta che nella donna la forza muscolare è pari a circa il 75% di quella dell’uomo. Si deve tuttavia tenere conto che la differenza può variare notevolmente a seconda dei gruppi muscolari considerati: generalmente essa è maggiore per i muscoli delle braccia che per quelli delle gambe.
Come per altre capacità funzionali, la differenza di forza tra maschio e femmina si riduce se viene rapportata ad alcune caratteristiche strutturali dell’individuo, quali la massa corporea totale o la massa corporea magra. Se si elimina l’influenza del primo fattore, cioè la differenza legata alla diversa taglia corporea, la forza muscolare della donna raggiunge l’80% di quella dell’uomo e la differenza si riduce ulteriormente se si rapporta la forza alla sola massa corporea magra. Infatti il rapporto tra la forza e la massa corporea totale è favorevole all’uomo non tanto a causa di una qualche differenza inerente il tessuto muscolare stesso, quanto, come indicato precedentemente, per la maggiore adiposità relativa della donna. Se si elimina anche l’influenza di questo fattore, sebbene permangano ancora differenze riguardanti la forza sviluppata dai muscoli degli arti superiori, esse si annullano completamente nel confronto tra i muscoli degli arti inferiori. Infine, prendendo in considerazione esclusivamente il rapporto tra la forza sviluppata da un muscolo e la sua dimensione, espressa come area della sua sezione trasversale massima, si rileva che la forza per unità di superficie è la stessa per l’uomo e per la donna e varia tra 4 e 8 kg/cm2 a seconda del muscolo considerato. Ciò indica che i processi funzionali che si attuano nella fibra muscolare per lo sviluppo della forza sono qualitativamente analoghi nei due sessi.

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