Papilloma vescicale: virus, sintomi, vaccino e cure

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA URETRA URETERE VESCICA RENI URINA SPERMA USCITAIl papilloma è un tumore benigno superficiale che può svilupparsi non solo nella vescica, ma anche altri tessuti, ad esempio nella cute (verruca) o nella mucosa della laringe. Dal punto di vista anatomo-patologico questo tumore è costituito da una proliferazione epiteliale su un supporto connettivo vascolarizzato. Strutturati con delle proiezioni digitiformi e solitamente hanno un rivestimento epiteliale, mentre al centro di essi si trovano dei vasellini e tessuto connettivo che serve a nutrire queste papille.

Cause

Il papilloma vescicale è causato dal virus del papilloma umano (HPV), un virus appartenente alla famiglia dei Papillomaviridae. Le infezioni da HPV sono estremamente diffuse e possono causare anche malattie della cute e delle mucose. Solitamente l’infezione provocata da questo virus non causa nessuna alterazione e si risolve da sola. In una minoranza di casi invece provoca delle lesioni a livello del collo dell’utero. La maggior parte di esse guarisce spontaneamente, ma alcune, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali. Il virus si contrae generalmente attraverso rapporti sessuali con partner sconosciuti o frequentando ambienti con scarsa igiene, ma non si possono escludere vie indirette dell’infezione come bocca e unghie.

Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio del tumore alla vescica ci sono:

  • fumo: è il principale fattore di rischio per questo tipo di tumore, quindi i fumatori corrono un rischio di ammalarsi maggiore rispetto a chi non fuma;
  • rapporti sessuali non protetti e con sconosciuti;
  • alcune sostanze chimiche con cui si viene a contatto sul posto di lavoro: possono essere a rischio operai dell’industria chimica, tessile e metallurgica, macchinisti, tipografi, imbianchini, parrucchieri, camionisti. Anche l’arsenico può favorire l’insorgere del papilloma vescicale: questa sostanza velenosa può essere presente nell’acqua, ma in molti Paesi la quantità massima di arsenico presente nell’acqua potabile è limitata per legge;
  • precedenti famigliari o personali di tumore alla vescica;
  • terapie antitumorali effettuate con alcune categorie di farmaci come, ad esempio, la ciclofosfamide o tramite radioterapia all’addome o alla zona pelvica.

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Sintomi e segni

I sintomi ed i segni sono identici per gli uomini e per le donne. Un segno precoce del tumore alla vescica è il sangue nelle urine (che però è un sintomo comune ad altre patologie e quindi non è automaticamente sinonimo di tumore). E’ possibile avere anche bruciore durante la minzione, dolore al basso ventre, necessità di urinare in maniera più frequente e con urgenza, maggior facilità a contrarre infezioni del tratto urinario, sensazione di non aver svuotato completamente la vescica. Per approfondire:

Diagnosi

Per la corretta diagnosi è necessario farsi visitare da uno specialista che potrà richiedere degli accertamenti come esami di laboratorio delle urine, Pap-test; urografia endovenosa, cioè un particolare tipo di radiografia che permette di vedere in maniera dettagliata tutto l’apparato urinario; l’ecografia e la cistoscopia, un esame che consiste nell’introduzione all’interno della vescica di uno strumento che permette di vederne l’interno ed eventualmente di prelevare dei campioni di tessuto da analizzare. Una lista degli strumenti diagnostici utili per individuare la patologia e per la diagnosi differenziale, è la seguente:

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Quali sono i vaccini disponibili?

In base al nuovo Piano nazionale prevenzione, il vaccino prevede due dosi fino a 13-14 anni e tre dosi oltre questa età. Al momento non è contemplata la possibilità di sottoporsi a un richiamo: i ricercatori hanno evidenziato che il vaccino induce una risposta immunitaria forte e rapida in caso di esposizione simulata a questi virus. In pratica, ha dimostrato di poter continuare a difendere l’organismo anche nel lungo termine. I vaccini disponibili oggi sono due: bivalente che è efficace contro i tipi 16 e 18 e quadrivalente utile contro i tipi 6, 11, 16 e 18. C’è molta attesa però per il vaccino nona valente che sta per arrivare proprio in questo periodo. Rispetto agli altri, questo è attivo verso i ceppi 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58 e garantirà una protezione pari a oltre il 90% contro le forme tumorali Hpv-correlate.

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Prognosi

La prognosi è buona, tuttavia si deve ricordare che nella specie umana i papillomi della vescica possono avere un’evoluzione (cosiddetta “progressione”) da benigna a maligna.

Cura

La possibilità di trattamento chirurgico di un tumore della vescica comprendono la resezione transuretale, per neoplasie di piccole dimensioni non infiltranti, trattamento spesso risolutivo, e la cistectomia (asportazione dell’organo) parziale o totale, a seconda dello stadio clinico, dell’aggressività e del tipo di tumore.

Per approfondire:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Pelle screpolata: cause e rimedi naturali per viso e corpo

Dott Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Endocrinolog Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaPsicologia Clinica Mani screpolate curaLa pelle screpolata è una pelle che si presenta, ruvida, spenta e con piccole lesioni superficiali causate da un’eccessiva secchezza. La cute normale ha, infatti, un aspetto morbido ed elastico dovuto al contenuto di acqua che non evapora grazie alla presenza di oli che trattengono l’umidità negli strati più profondi. Quando, per cause varie, si altera il film lipidico, la pelle perde la sua elasticità, diventa secca e squamata e l’accumulo delle cellule morte provoca le screpolature soprattutto nelle zone in cui questa è più sensibile come la pelle del viso, quella delle zone vicine agli organi genitali ed anche quella delle giunture, gomiti e ginocchia.

Cause della pelle screpolata

Sulla screpolatura della pelle oltre a fattori esterni, quali esposizione al sole o al vento, bagni frequenti, detergenti aggressivi, caldo e freddo sia naturali che artificiali, agiscono altri fattori come la predisposizione genetica l’età, le abitudini alimentari, lo stile di vita e la cura che uno è abituato a prestare quotidianamente alla propria pelle. Esaminiamo nel dettaglio tali fattori:

  • Il clima: l’esposizione della pelle ad un clima troppo freddo o troppo caldo danneggia il film lipidico (strato protettivo costituito da acqua e sebo) favorendo l’evaporazione dell’acqua e quindi la secchezza della cute.
  • Cattive abitudini: lavaggi eccessivi, magari con saponi molto aggressivi sono anch’essi responsabili dell’ impoverimento del film protettivo che riveste la pelle e quindi causa si secchezza e screpolature.
  • Predisposizione genetica: secchezza e screpolatura sono ereditarie, spesso i membri della stessa famiglia presentano tali disturbi.
  • Età: con il passare degli anni, a pelle si assottiglia, assume un aspetto rugoso e perde gran parte del grasso sottocutaneo con conseguente riduzione dell’effetto isolante. Tutte queste variazioni aumentano la predisposizione alla secchezza ed alle screpolature.
  • Cattiva alimentazione: l’abuso di alcol, caffè, fumo, e una dieta povera di proteine, aminoacidi ed acidi grassi insaturi provocano un’alterazione della struttura cutanea ed anche secchezza e screpolature.
  • Farmaci: alcuni farmaci come i diuretici, provocano un’eccessiva disidratazione della pelle che sarà molto più soggetta a screpolarsi.

Alcune patologie hanno tra i sintomi principali un’eccessiva secchezza della pelle che si presenterà desquamata e screpolata. Tra le più comuni abbiamo:

  • Dermatiti: malattie infiammatorie degli strati superficiali della pelle che interessano alcune parti del corpo. la dermatite è una reazione all’eccessiva secchezza della pelle che presenterà fessurazioni e desquamazioni.
  • Psoriasi: è caratterizzata da placche rilevate coperte di squame su cuoio capelluto, gomiti, ginocchia.
  • Pitiriasi rosea: una patologia che presenta la comparsa di piccole chiazze squamose sul tronco.
  • Anoressia nervosa: disturbo del comportamento alimentare che presenta tra i suoi sintomi disidratazione e quindi pelle secca e screpolata.
  • Intolleranze alimentari: reazioni dell’organismo a determinati cibi che possono, tra l’altro, provocare eruzioni cutanee con pelle desquamata e screpolata.
  • Ipotiroidismo: patologia dovuta ad un insufficiente produzione d ormoni tiroidei che provoca un’alterazione del film lipidico della pelle con secchezza e screpolature.
  • Sindrome di Sjögren: patologia autoimmune che provoca secchezza delle mucose e della pelle.

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Prevenzione e cura per la pelle screpolata

Per mantenere la pelle elastica ed in salute è necessario avere delle piccole attenzioni quotidiane, ovvero prendersi cura della pelle in modo costante e regolare, la prevenzione, infatti, costituisce senza ombra di dubbio il rimedio più efficace per prevenire le screpolature della pelle sia del viso che del corpo.

Crema idrante e detersione della pelle

Soprattutto chi ha una pelle secca dovrebbe cercare di rispettare un punto basilare, ovvero applicare almeno due volte al giorno una buona crema idrante e nutriente sul viso e nelle zone in cui la pelle è più  sensibile. L’utilizzo di creme idratanti a base di con vasellina, olio minerale o glicerina può essere considerato come il più elementare dei rimedi per la pelle secca poichè trattengono i liquidi cutanei e quindi prevengono la formazione di screpolature. Ad esse vanno aggiunte anche creme emollienti a base di oli vegetali ricchi di grassi polinsaturi quali l’olio di jojoba, l’olio di mandorle il burro di karitè o anche il comune olio di oliva che hanno proprietà emollienti ed aiutano a stimolare il rinnovamento cutaneo. Le creme idratanti vanno applicate su viso e corpo al mattino dopo il lavaggio, mentre le creme nutrienti vanno preferibilmente applicate di sera in modo che possano essere assorbite. Prima di applicare la crema bisogna naturalmente, detergere la pelle e pulirla a fondo utilizzando prodotti adeguati. I detergenti devono, infatti, essere delicati, con pH neutro per rispettare i valori fisiologici e non irritare la pelle. Per una corretta pulizia del viso è necessario utilizzare ogni sera struccanti e tonici per eliminare ogni residuo di trucco. Per avere una pelle liscia ed elastica è inoltre necessario, almeno una volta a settimana,utilizzare prodotti esfolianti che eliminano le cellule morte il cui accumulo è responsabile delle screpolature.

Alimentazione appropriata

Seguire una dieta sana ed equilibrata ricca sia di macronutrienti, ovvero proteine, carboidrati e grassi, che di micronutrienti, vitamine e sali minerali, è un presupposto fondamentale alla salute della pelle. Ma quali cibi preferire in caso di pelle screpolata?

  • Per mantenere una pelle idratata dall’interno è anzitutto necessario bere molti liquidi: almeno due litri nell’arco della giornata. Oltre all’acqua è consigliabile bere tisane a base di te verde o di tarassaco ricchi di vitamine e sali minerali che oltre ad idratare purificano la pelle.
  • Assumere cibi ricchi di vitamina A, quali pesce, fegato, e vegetali a colorazione giallo-arancio (carote, zucca, albicocche) ricchi di carotenoidi molecole che trattengono l’acqua nell’epidermide prevenendo disidratazione, secchezza e screpolature.
  • Assumere cibi contenenti vitamina B2 quali cerali integrali, verdura a foglie larghe per prevenire la screpolatura delle labbra.
  • Non possono mancare alimenti ricchi di vitamina E quali mandorle, oli vegetali, cereali integrali per proteggere la pelle dai danni dei raggi solari.
  • I sali minerali, quali sodio e potassio, regolano l’equilibrio idrico della pelle, per cui è importante assumere molta frutta e verdure fresche.
  • Oli di arachidi, noci, soia, e pesce aiutano infine a limitare l’evaporazione dell’acqua cutanea grazie al loro contenuto di acidi grassi essenziali omega 3 ed omega 6

Rimedi casalinghi per la pelle screpolata del viso e del corpo

Ad ogni modo per attenuare la visibilità ed i fastidi legati alla pelle screpolata è possibile utilizzare dei rimedi casalinghi fai da te, in alternativa a creme e maschere adatte ad idratare a fondo la pelle favorendone il ricompattamento, acquistabili in farmacia, in profumeria e nei supermercati. Maschere e oli vari, sia acquistati che fai da te, possono essere anche usati a scopo preventivo l’ideale sarebbe, infatti, utilizzarli almeno una volta ogni due settimane anche quando le screpolature non sono particolarmente evidenti.

Per la pelle del viso: mescolare un vasetto di yogurt bianco naturale a due cucchiaini di miele fino ad ottenere un impasto omogeneo da applicare sul viso e lasciare agire per circa 15 -20 minuti. La maschera deve essere eliminata con un batuffolo di cotone bagnato con po’ d’acqua tiepida.

Per le labbra: per contrastare le labbra secche e screpolate mescolare un cucchiaino di alginato di sodio (sale estratto dalle alghe) con un bicchiere di acqua finchè non sarà sciolto completamente. Fare raffreddare e picchiettare sulle labbra più volte al giorno.

Per il naso: mescolare ½ cucchiaino di glicerina vegetale con ½ cucchiaino di acqua. Applicare il composto sul naso con un movimento rotatorio.

Per il corpo: bollire 3 cucchiaini di amido di mais disciolto in un bicchiere d’acqua per circa 3 minuti. Aggiungere 1 cucchiaino di polvere di lisina (aminoacido), 1 cucchiaino di polvere di vitamina C, 1 capsula di vitamina E e mescolare finchè gli ingredienti non saranno sciolti. Fare raffreddare ed applicare dopo aver fatto la doccia.

Il parere del dermatologo

Quando la screpolatura della pelle permane per un periodo di tempo più o meno lungo e non sembra attenuarsi neanche riducendo i fattori che possono ritenersi scatenanti, ricorrere al parere di un dermatologo per farsi indicare la terapia migliore per la pelle screpolata.

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Carcinoma della tiroide: sintomi, prognosi e linee guida

MEDICINA ONLINE TIROIDE NODULO IPOTIROIDISMO IBSA EUTIROX ORMONI TIROIDEI METABOLISMO BASALE COLLO GOZZO SINTOMI PARATIROIDI TIROIDECTOMIA TOTALE PARZIALE CHIRURGIA OBESITA INGRASSARE PEIl carcinoma della tiroide viene considerato una neoplasia rara in quanto costituisce il 2% di tutti i tumori. Si può manifestare a tutte le età, con massima incidenza tra i 25 e i 60 anni e con una maggiore prevalenza nel sesso femminile. Tali neoplasie sono invece molto rare nei bambini. La sopravvivenza è molto elevata, superando il 90% a 5 anni nelle forme differenziate.

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I tumori della tiroide originano nella maggior parte dei casi dalle cellule follicolari (che compongono il tessuto tiroideo insieme alle cellule parafollicolari o C) e si distinguono in:

  • carcinoma papillare (PTC): è la forma più frequente di carcinoma differenziato della tiroide (circa il 75%). Presenta una crescita lenta e può dare luogo a metastasi che interessano i linfonodi del collo. In alcuni pazienti il tumore è multifocale e può interessare entrambi i lobi della tiroide. Secondo il Centro medico dell’Università del Maryland, il carcinoma papillare della tiroide ha una prognosi molto favorevole, con un tasso di sopravvivenza di oltre il 95% dei pazienti ad almeno 10 anni dalla diagnosi (UMM).;
  • carcinoma follicolare (FTC): rappresenta circa il 15% dei carcinomi differenziati della tiroide e può dare luogo a metastasi a distanza. Colpisce per lo più persone di età superiore ai 50 anni. – carcinoma anaplastico: è un tipo di tumore raro (<1% dei tumori della tiroide) ma particolarmente aggressivo e di difficile gestione, in quanto dà metastasi a distanza molto precocemente;
  • carcinoma midollare (MTC): origina dalle cellule parafollicolari (o cellule C) e si caratterizza per la presenza di elevati livelli circolanti di calcitonina. Tale tumore può avere un andamento familiare e può essere la manifestazione di sindromi genetiche quali la sindrome neoplastica multiple tipo 2 (MEN2).

Quali sono i fattori di rischio per il carcinoma della tiroide?

Un fattore di rischio accertato per il carcinoma differenziato della tiroide è l’esposizione a radiazioni. Il tumore della tiroide è infatti più comune in persone sottoposte a radioterapia sul collo per altre neoplasie o esposte a ricadute di materiale radioattivo come accaduto dopo l’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl.

Come si effettua la diagnosi di carcinoma della tiroide?

Il sintomo più comune del tumore della tiroide è il riscontro alla palpazione o all’osservazione di un nodulo tiroideo. Solo il 3-5% di tutti i noduli della tiroide sono però forme tumorali maligne.
In alcuni casi, in presenza di un carcinoma tiroideo possono essere riscontrati in sede laterocervicale masse linfonodali anche di dimensioni e consistenza importanti. Una volta accertata la presenza di noduli tiroidei, generalmente si effettuano ulteriori approfondimenti diagnostici, in particolare:

  • valutazione della funzione della ghiandola: si effettua misurando i livelli circolanti di TSH, FT4 ed FT3 come pure gli anticorpi anti Tireoglobulina e anti Tireoperossidasi. Di nessuna utilità è invece il dosaggio della tireoglobulina.
  • ecografia tiroidea: è l’esame radiologico di prima scelta. Di semplice esecuzione, consente di valutare sia le dimensioni sia le caratteristiche ecostrutturali dei noduli. Costituiscono segni di sospetto ecografico la presenza di microcalcificazioni, di vascolarizzazione intra-nodulare e l’irregolarità dei margini del nodulo.
  • agoaspirato con ago sottile: è indicato in presenza di un nodulo singolo o di un nodulo sospetto nell’ambito di un gozzo multinodulare. Il campione di cellule così raccolto viene sottoposto ad esame citologico consentendo di distinguere, in un buon numero di casi, un nodulo benigno da un nodulo maligno.
  • scintigrafia tiroidea: fornisce importanti informazioni sul comportamento funzionale della tiroide e dei noduli tiroidei, in particolare nei casi in cui il nodulo all’esame citologico venga considerato dubbio. E’ un esame molto semplice, basato sulla somministrazione per via endovenosa di un tracciante radioattivo (99mTc-pertecnetato) che viene elettivamente captato dalle cellule tiroidee
  • misurazione dei livelli di calcitonina, sostanza che rappresenta il marker specifico del carcinoma midollare della tiroide. In caso di livelli dubbi di calcitonina, può essere indicato un test di stimolo con calcio o con penta gastrina, in regime di Day Hospital.
  • test genetici: l’esecuzione può essere indicata nel caso di un carcinoma midollare della tiroide, dal momento che questo tipo di tumore può avere un andamento familiare ed essere parte di sindromi genetiche quali la sindrome neoplastica endocrina tipo 2 (MEN2).
  • TAC, RMN e PET/CT: consentono la stadiazione del tumore identificando le possibili sedi di diffusione della malattia.

Quali sono i trattamenti per il carcinoma della tiroide?

Esistono vari tipi di trattamenti, che si possono dividere in chirurgici e non chirurgici.

  • Trattamenti chirurgici. In tutti i casi di carcinoma della tiroide, la chirurgia rappresenta la prima opzione terapeutica. Generalmente, in presenza di un tumore della tiroide viene eseguita di routine la tiroidectomia totale. La linfadenectomia del compartimento centrale è sempre eseguita in presenza di una carcinoma midollare, mentre in presenza di un carcinoma differenziato (follicolare o papillare) è eseguita solo se intraoperatoriamente si evidenziano linfonodi sospetti per metastasi o di dimensioni aumentate. Particolare attenzione viene dedicata anche al risultato estetico, grazie all’utilizzo di suture intradermiche con materiale riassorbibile e alla raccomandazione di massaggi postoperatori della ferita con creme dedicate per ridurre l’incidenza di cicatrici ipertrofiche.
  • Trattamenti non chirurgici. Dopo l’intervento di tiroidectomia è generalmente indicata l’ablazione del residuo tiroideo mediante iodio-131. Lo scopo della Terapia Radiometabolica con iodio 131 è distruggere il tessuto tiroideo normale che quasi sempre residua anche dopo una tiroidectomia totale ed eliminare eventuali microfocolai neoplastici presenti all’interno dei residui tiroidei o in altre sedi. Un secondo obiettivo di questa terapia è rendere più efficace il follow-up mediante il dosaggio della tireoglobulina sierica e l’eventuale esecuzione della scintigrafia total-body con iodio 131. La terapia radiometabolica può essere eseguita solamente in strutture autorizzate all’impiego terapeutico dello iodio 131 e deve essere eseguita in regime di “ricovero protetto”, in particolari stanze dedicate alla Medicina Nucleare.
  • La terapia radiante e la chemioterapia sono infine indicate nel caso di tumori altamente aggressivi e inoperabili o in quelli caratterizzati da de-differenziazione.

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Cosa succede dopo la fine delle terapie?

Il follow up è differenziato a seconda del tipo di carcinoma della tirodie che è stato trattato.

Carcinoma differenziato della tiroide: i pazienti, trattati con ormone tiroideo (L-Tiroxina) ad un dosaggio tale da mantenere ridotti livelli di TSH, vengono periodicamente sottoposti ad ecografia del collo e alla determinazione dei livelli circolanti di TSH, FT4, FT3, anticorpi anti tireoglobulina e tireoglobulina (che costituisce un buon marker di malattia nel paziente tiroidectomizzato). In casi selezionati anche può essere indicato valutare la risposta della tireoglobulina dopo stimolo con TSH ricombinante umano o procedere ad una Scintigrafia totale corporea con I131.

Carcinoma midollare della tiroide: dopo l’intervento i pazienti effettuano una terapia con ormone tiroideo (L-Tiroxina) al fine di ovviare all’ipotiroidismo conseguente alla rimozione della tiroide, e vengono periodicamente rivalutati previo dosaggio di TSH, FT4, FT3 e calcitonina.

Prognosi dei carcinomi della tiroide

Circa l’80% dei pazienti con carcinoma della tiroide ben differenziato (DTC) può essere curato definitivamente con un trattamento iniziale ed il 95-97% di questi sono ancora vivi dopo 30 anni di follow-up (De Groot 1990). Nonostante questa buona prognosi, alcuni pazienti presentano un alto rischio di recidiva e di morte; questi pazienti potrebbero essere identificati al momento della diagnosi usando fattori prognostici ben stabiliti che possono essere suddivisi in personali, istopatologici, biologici, molecolari e fattori relativi al trattamento.

  • L’età alla diagnosi è uno dei fattori prognostici indipendenti sia per PTC, sia per FTC. L’età avanzata alla diagnosi rappresenta un fattore prognostico negativo sia per recidiva, che per mortalità. Il significato prognostico dell’età persiste quando la percentuale delle morti totali è corretta per la mortalità su una popolazione controllo di uguale sesso, età ed anno di nascita quando sono considerate solo le morti tumore-correlate. Il rischio di recidiva e morte aumenta proporzionalmente con l’età, particolarmente dopo i 40 anni, i 45, i 50 anni o 60 anni; a secondo delle diverse caratteristiche. Sebbene non sia ancora chiaro perché hanno una prognosi peggiore, i più anziani hanno più spesso tumori localmente invasivi alla presentazione, una più alta incidenza di metastasi a distanza alla diagnosi e più frequentemente varianti istologiche aggressive. I tumori della tiroide tendono ad essere presenti meno nei pazienti anziani e allo stesso tempo sono meno differenziati, con una captazione di I-131 sensibilmente inferiore nei pazienti più giovani e, quindi, una minore efficacia della terapia con I-131. Di contro, bambini e adolescenti nonostante frequentemente presentino una patologia estesa localmente alla diagnosi, hanno un’eccellente prognosi a lungo termine.
  • Il sesso maschile è un fattore di rischio secondo alcuni autori, ma non per altri. Mentre è di solito un fattore prognostico negativo nelle analisi univariate, perde il suo valore prognostico nelle analisi multivariate. Se il sesso maschile sia veramente un fattore prognostico negativo non è stato ancora risolto.
  • Tipi e varianti istologiche. La prognosi del PTC è migliore rispetto al FTC. La prognosi meno favorevole del FTC è strettamente correlata all’età avanzata dei pazienti e all’estensione del tumore al momento della diagnosi, piuttosto che all’istologia. La percentuale di sopravvivenza dei pazienti con PTC ed FTC è simile tra pazienti coetanei e stesso stadio di malattia. Inoltre, nell’ambito di queste due entità istologiche, la prognosi può differire per le loro differenti varianti (Rosai 1992). Nel PTC la variante a cellule alte, la variante a cellule colonnari e la variante ossifila hanno una prognosi peggiore. Viceversa, una buona prognosi si è osservata quando il tumore è ben capsulato e in caso di variante follicolare, sebbene alcune di queste siano più aggressive. Una prognosi intermedia è stata dimostrata con la variante sclerotica diffusa. Mentre il FTC minimamente invasivo mostra una buona prognosi, il FTC largamente invasivo ha una prognosi meno favorevole (Rosai 1992). Un’invasione vascolare avanzata rappresenta un fattore prognostico negativo (Lang 1986), mentre il grado di invasione della capsula ha un limitato valore prognostico (Brennan 1991). Alcune varianti FTC, come il carcinoma a cellule di Huerthle, gli istotipi scarsamenti differenziati e insulare, sono stati frequentemente associati con una prognosi sfavorevole (Akslen 1991; DeGroot 1995; Sakamoto 1983; Tubiana 1985). È interessante notare che il grado di invasione e il grado di differenziazione non sono correlati tra loro, cossichè entrambi i parametri devono essere presi in considerazione da un punto di vista prognostico. Quando accumuli microscopici di cellule indifferenziate sono ritrovate all’interno di un carcinoma tiroideo differenziato, il tumore deve essere considerato e trattato come carcinoma anaplastico.
  • Il grado di differenziazione cellulare è di considerevole significato prognostico sia nel carcinoma papillifero, sia nel carcinoma follicolare. Comunque, non esiste un consenso generale nella definizione di ben moderato e scarsamente differenziato, all’interno del gruppo dei carcinomi tiroidei differenziati. Il grado del tumore, in accordo con la classificazione di Broder, che si basa sulle caratteristiche del nucleo del citoplasma e sul numero di figure mitotiche, era un fattore prognostico significativo sia nell’analisi uni variata, sia in quella multivariata per il carcinoma tiroideo papillifero. Il contenuto nucleare di DNA è considerato uno dei migliori indicatori prognostici di malignità in una grande varietà di tumori umani. Nel DTC uno studio riportava che l’aneuploidia del DNA era un fattore avverso nell’analisi uni variata, ma non era un fattore prognostico indipendente nell’analisi multivariata (Joensuu 1986). Nei casi della Mayo Clinic un contenuto anomalo di DNA era associato con una più alta mortalità per tumore, almeno nei tumori papilliferi ad alto rischio (Hay 1990). L’importanza di questo parametro non è ben stabilita per il carcinoma follicolare.
  • La dimensione del tumore primitivo può variare da meno di 1 cm di diametro (molto frequente oggi giorno) a notevoli dimensioni. Quando sono unifocali e con linfonodi negativi, i tumori inferiori a 1 cm, i cosiddetti “microcarcinomi” hanno una prognosi eccellente sia in termine di sopravvivenza, sia di sopravvivenza libera da recidiva (Baudin,1998; Hay,1992). C’è un graduale aumento nel rischio di recidiva e mortalità tumore specifica con l’aumento delle dimensioni del tumore primitivo (Akslen,1991; Cady1988 ; DeGroot 1995; Hay 1990; Hay 1987; Mazzaferri 1994; Mazzaferri,1998). La dimensione del tumore è un significativo fattore di rischio nelle analisi multivariate. Sembra essere più predittivo nei tumori papilliferi che nei tumori follicolari, nei quali il grado di differenziazione e la diffusione dell’invasione prevalgono sulla dimensione del tumore (Brennan 1991; Emerick 1993; Lang 1986; Rosai 1992; Sakamoto 1983; Shaha 1995; Tubiana 1985).
  • Il carcinoma tiroideo papillifero è multifocale in circa il 50% dei casi (dal 20 all’80%) relativamente al numero di sezioni patologiche analizzate (DeGroot 1990; Hay 1990; Mazzaferri 1994; Mortensen 1955). Anche se esistono divergenze di opinioni in merito, il FTC è di solito unifocale. I PTC multifocali sono più frequentemente accompagnati da metastasi linfonodali (Baudin 1998; Katoh 1992) e presentano più frequentemente un’evidenza di malattia locale persistente, recidive regionali e metastasi a distanza. Dati controversi sono stati riportati relativamente alla relazione tra multifocalità e mortalità. A questo riguardo è utile notare che la mutifocalità in un lobo è associata con una più alta probabilità di interessamento dell’altro lobo. Ciò almeno in parte spiega perchè le recidive e le morti tumore-correlate sono meno frequenti con la tiroidectomia totale che con le procedure chirurgiche meno radicali (Baudin 1998) .
  • L’estensione del tumore oltre la capsula tiroidea è un fattore predittore indipendente di una prognosi peggiore sia in PTC che in FTC. È stato osservato nel 5-10% di PTC e nel 3-5% di FTC, ed è associato con una più alta percentuale di recidive locali, metastasi a distanza e morte tumore correlata (deGroot 1990; Hay 1990; Hay 1993; Mazzaferri 1994; Simpson 1987; Yamashita 1997). Comunque, dovrebbe essere fatta una distinzione tra invasione microscopica della capsula tiroidea e invasione macroscopica con coinvolgimento di altri organi del collo. In quest’ultimo caso la prognosi è peggiore, specialmente a causa della difficoltà di arginare la malattia locale (Hu A et al,2007).
  • Le metastasi linfonodali sono frequenti nei PTC (30%-60%), ma non così frequenti negli FTC (15%-20%) (Grebe 1996). Sono molto più comuni nei bambini, verificandosi in oltre l’80% con PTC. I linfonodi locali possono essere coinvolti anche nel caso di microcarcinoma papillifero (Baudin 1998). Molti autori hanno dimostrato che le metastasi ai linfonodi regionali sono associate ad una più alta percentuale di recidiva di tumore e mortalità tumore specifica (Akslen 1991; DeGroot 1990; Mazzaferri 1994; Tubiana 1985), mentre altri non hanno trovato significative differenze nella sopravvivenza (Hay 1990; Hay 1993). Il coinvolgimento linfonodale è associato ad un outcome significativamente peggiore anche in assenza di invasione extra tiroidea. Nella casistica dell’Ohio State University, le metastasi ai linfonodi cervicali bilaterali e mediastinici erano un fattore prognostico indipendente predittivo di recidiva tumorale e mortalità cancro correlata (Mazzaferri 1994). All’istituto Gustave-Roussy le metastasi linfonodali palpabili rappresentavano un fattore di rischio indipendente per morte tumore correlata (Tubiana 1985). E’ stata dimostrata una mortalità del 3.6% nei pazienti con metastasi linfonodali, tale indice è estremamente alto per una patologia che è ritenuta avere una prognosi eccellente (Pacini 1994). Oltre che la presenza o assenza di metastasi linfonodali, il sito, la dimensione, il numero e l’estensione del tumore oltre la capsula tiroidea (Yamashita 1997) hanno probabilmente un impatto sulla prognosi, sebbene non siano stati presi in considerazione ampie casistiche.
  • Le metastasi a distanza al momento della diagnosi rappresentano il fattore prognostico peggiore nei pazienti sia con carcinoma tiroideo papillifero sia follicolare. La mortalità tumore specifica nei pazienti con metastasi a distanza varia dal 36% al 47% a cinque anni; dipende dalla durata del follow-up e aumenta fino al 70% a 15 anni (Hoie 1988; Pacini 1994; Schlumberger 1996). L’analisi univariata ha dimostrato che nel caso di metastasi a distanza, l’età più giovane, il tipo istologico ben  differenziato, la localizzazione nel polmone piuttosto che nell’osso, la presenza di piccole lesioni e la captazione di I-131 sono fattori associati ad una prognosi migliore. L’ analisi multivariata ha, comunque, dimostrato che la malattia metastatica estesa ha un impatto prognostico peggiore della localizzazione anatomica (polmone o osso). Il migliore outcome è presente nei pazienti più giovani con metastasi micronodulari responsive alla radio-iodioterapia non visibili alla radiografia standard.
  • Un peggiore outcome è associato alla perdita di differenziazione dei geni di espressione tiroide specifici, quali il recettore per il TSH, il trasportatore Na+/I-, la tireoglobulina (Tg)  e i geni tireoperossidasi, come dimostrato dalla ridotta espressione di questi geni nei tumori scarsamente differenziati e dalla loro assenza nei tumori indifferenziati (Arturi 1998; Elisei 1994). Tra gli oncogeni coinvolti con la patogenesi del PTC, solamente BRAFV600E è stato dimostrato avere un impatto negativo sull’outcome (Xing 2007; Elisei 2008), mentre ciò non si è dimostrato per i riarrangiamenti RET/PTC (Basolo 2001; Adeniran 2006). Mutazioni somatiche dell’oncosoppressore p53 o la sovraespressione della sua proteina codificata portano a una prognosi peggiore nell’ambito del ATC che è di per sè un tumore ad elevata mortalità (Pollina 1996). Similmente, la sovraespressione della proteina  p21, che è codificata dall’oncogene RAS è stata associata a forme di carcinoma tiroideo più aggressive (Romano 1993). I risultati sopra riportati sono solamente l’inizio di un nuovo approccio alla biologia del tumore ed indicano che i prodotti degli oncogeni e degli oncosoppressori possono rivelare la prognosi dei tumori della tiroide.

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Cure palliative: cosa sono ed a che servono?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma MORBO ALZHEIMER PSICOSOCIALE COGNITIVO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneUna terapia si definisce “palliativa” (in inglese “palliative care“) quando non va direttamente a curare la causa della patologia, bensì si occupa di alleviare i sintomi che essa procura al paziente, dando la possibilità a quest’ultimo di godere della migliore qualità di vita possibile, specie in caso di malattia terminale, cioè una malattia che non può essere curata e che condurrà il paziente a morte in un tempo variabile.

Le terapie palliative si distinguono quindi fortemente dalle terapie eziologiche:

  • terapia eziologica: cura le cause dirette della malattia ed è in grado di far guarire il paziente;
  • terapia palliativa: cura i sintomi causati dalla malattia, assicura una migliore qualità di vita al paziente ma non è in grado di guarirlo.

Il paziente sotto cura palliativa riceve farmaci e si sottopone a terapie per controllare il dolore (terapia del dolore) e altri sintomi come la costipazione, la nausea e i problemi respiratori. Il paziente terminale – e la sua famiglia – riceve inoltre supporto psicologico e spirituale, in modo da non dover affrontare da solo un momento tanto difficile.

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Chi si occupa delle cure palliative?
Le cure sono fornite grazie al contributo decisivo di medici, infermieri, psicologi, fisiatri; e associazioni di volontari specializzate che forniscono assistenza umana ed altamente professionale h24, festivi inclusi, insieme a materiale sanitario quali “aste” per flebo e materassini con lettino anti-decubito, utili in questo tipo di pazienti che sono nella maggioranza di casi allettati.

Obiettivo delle cure palliative
Obiettivo principale delle cure palliative è dare senso e dignità alla vita del malato fino alla fine, alleviando prima di tutto il suo dolore, e aiutandolo con i supporti non di ambito strettamente medico. Questo tipo di medicina non è solo una semplice cura medica, ma può favorire un percorso di riconciliazione e pacificazione rispetto alla vita del malato e delle persone che gli stanno attorno.

Le cure palliative:

  • danno dignità al malato;
  • affermano il valore della vita, considerando la morte come un evento naturale;
  • non prolungano né abbreviano l’esistenza del malato;
  • provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri sintomi;
  • considerano anche gli aspetti psicologici e spirituali;
  • offrono un sistema di supporto per aiutare il paziente a vivere il più attivamente possibile sino al decesso;
  • aiutano la famiglia dell’ammalato a convivere con la malattia e poi con il lutto.

“Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino alla fine”

Frase della dottoressa Cicely Saunders, la prima a concepire gli Hospice come luogo e metodo di trattamento dei malati e delle malattie terminali.

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Perché la pelle del pene è più scura rispetto al resto del corpo?

MEDICINA ONLINE SPERMA LIQUIDO SEMINALE PENIS VARICOCELE HYDROCELE IDROCELE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA LOVE COUPLE FRINEDS LOVUn nostro lettore ci chiede: “La mia pelle è chiara ma alcune parti del mio corpo, in particolare il pene e lo scroto, hanno la pelle più scura rispetto al resto. E’ Normale? Per quale motivo ciò avviene? Grazie per la risposta”

Ha perfettamente ragione: i genitali maschili negli individui caucasici hanno generalmente una pelle di colore più scuro rispetto alle altre zone del corpo. Salvo rari casi relativi ad alcune malattie, ciò è perfettamente normale. Le cause sono diverse: vediamole insieme.

Ormoni

La prima cosa da dire è che i genitali, come anche le areole, si scuriscono naturalmente durante la pubertà, grazie all’effetto degli ormoni. Quando i maschi passano attraverso la pubertà, il corpo produce più androgeni, ormoni sessuali maschili prodotti dalle ghiandole surrenali e dai testicoli. L’azione degli androgeni è responsabile dei caratteri sessuali secondari, come i peli del viso e quelli sul corpo; ma riguarda anche la pigmentazione della pelle. Ciò accade quando gli androgeni esplicano la loro funzione sui melanociti, le cellule che producono la melanina della pelle, con una conseguente pigmentazione più scura all’inguine, sul pene e nella zona dello scroto.

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Uomo preistorico

La colorazione più scura dei genitali dipende da una grande concentrazione di melanina, che è il pigmento responsabile dell’imbrunimento della pelle. Più è alta la concentrazione di melanina nella pelle, più questa sarà scura. La quantità di melanina più elevata a livello di pene e scroto, è spiegata anche prendendo in considerazione l’uomo preistorico da cui discendiamo: esso era ricoperto interamente di peli tranne in alcune zone come ad esempio l’asta peniena. Per tale motivo la pelle del pene, per proteggersi dall’azione nociva della radiazione solare, avrebbe una quantità di melanina più elevata.

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Elasticità

La melanina renderebbe la pelle più elastica e nel pene sarebbe presente in maggiore quantità in quanto esso viene sottoposto a continue variazioni di dimensioni a causa del passaggio dello stato flaccido a quello eretto.

Attrito

Un altro fattore che può influenzare la pigmentazione scura, soprattutto all’inguine e allo scroto, è l’attrito procurato da varie cause, tra cui indumenti, rapporti sessuali e masturbazione. La pelle fisiologicamente tende a diventare più spessa , dura e resistente in seguito ad un attrito cronico, quindi se ci sono sfregamenti in una zona, nel corso del tempo una persona può notare che la pelle ha una maggiore durezza, con un lieve scurimento della zona ispessita.

Leggi anche: Il pene si accorcia o no con l’età? Come le misure cambiano negli anni

Malattie

Oltre alle cause prima citate, esistono anche diverse condizioni mediche che possono contribuire a un adombramento dei genitali maschili. Uno squilibrio ormonale o degli zuccheri – come quello che avviene nelle persone con diabete – possono portare alla produzione di più pigmento. L’obesità può anche provocare una pelle scura in diversi settori, come le cosce e i genitali, a causa del progressivo sfregamento della pelle. Altre condizioni meno note, come l’Acanthosis Nigricans, possono portare all’oscuramento della pelle sulla parte posteriore del collo, dell’inguine e delle ascelle. Un insolito e improvviso oscuramento nerastro potrebbe essere un’indicazione precoce di cancrena (gangrena di Fournier), o di un qualsiasi trombo che ostruisce le arterie terminali nella zona.

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Gli 8 alimenti da evitare per mantenersi in buona salute

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dieta Peso Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Ecografie Smettere fumare Obesità Dimagrire Mangiare Pop Corn fa beneNutrirsi sano non significa semplicemente porre attenzione al quantitativo di calorie assunte ogni giorno tramite i pasti. A giocare il ruolo principale è infatti la qualità degli alimenti che decidiamo di portare sulle nostre tavole, garantita soprattutto dai metodi impiegati per la produzione degli stessi. Il consumo di determinati alimenti dovrebbe essere il più possibile evitato. Ecco alcuni tra i peggiori.

1. Popcorn al microonde

I popcorn preconfezionati da preparare al microonde sono ricchi di grassi non propriamente benefici e di sodio. Negli Stati Uniti la produzione dei popcorn è stata correlata all’insorgere di cancro ai polmoni tra gli addetti ai lavori, a causa dell’inalazione di fumi nocivi. Il rivestimento delle confezioni di popcorn per il microonde può contenere PFOA, componente sintetico correlato a tumori e infertilità.

2. Mele non biologiche

Le mele sono tra i prodotti agroalimentari ai quali viene rivolto un consistente utilizzo di pesticidi al fine di incrementare le rese produttive dei raccolti. Altre sostanze non propriamente benefiche possono essere impiegate per prolungare la loro durata tra gli scompartimenti del supermercato. Per ridurre ogni rischio di esposizione ai pesticidi, è bene scegliere mele biologiche.

3. Bibite gassate

Sono ormai sempre più numerosi gli studi scientifici che correlano consumo di bibite gassate e rischi per la salute. Carie, obesità, diabete e disturbi digestivi sono soltanto alcuni dei rischi correlati al loro consumo. Le bibite gassate sono povere di nutrienti utili, ma eccessivamente ricche di zuccheri, coloranti e conservanti. Evitiamole.

4. Patatine confezionate

Sodio in eccesso, presenza di grassi idrogenati e di olio di palma, oltre che di conservanti e di sostanze come l’acrilamide, correlato ad un incremento del rischio di cancro e di infertilità. Ecco le caratteristiche principali che rendono le patatine confezionate un non-alimento, oltre che un vero e proprio attentato per la linea e per la salute.

5. Pomodori in lattina

Pomodori in lattina e altri alimenti che prevedano il medesimo confezionamento possono portare il nostro organismo ad una progressiva esposizione al bisfenolo A, un componente sintetico in grado di interferire con il nostro sistema ormonale e di essere assorbito dall’organismo per via del passaggio dello stesso dalla confezione al cibo in essa contenuto.

6. Sedano non biologico

L’Environmental Working Group ha giudicato il sedano come l’ortaggio maggiormente interessato dalla presenza di residui di pesticidi. Residui di pesticidi, in quantità più o meno elevate, risultano di frequente presenti in ortaggi di origine non biologica. Sebbene il loro consumo venga comunque proclamato come non nocivo per la salute, la scelta del biologico ci pone al riparo da qualsiasi rischio.

7. Latte

Il latte, ecco un alimento da decenni pubblicizzato come puro e salutare. La realtà è ben diversa. Il problema non è nel latte in sé, bensì nel suo contenuto di componenti estranei, dovuto alla massiccia somministrazione agli animali da allevamento di sostanze farmacologiche. Nel latte è stata rilevata la presenza del potente ormone della crescita insulino-simile IGF-1, correlato da parte della scienza con l’incremento del rischio di cancro.

8. Margarina

Grassi trans, grassi idrogenati e oli tropicali come l’olio di palma. Ecco un insieme dei componenti utilizzati per la produzione della margarina, prodotto da cucina nato da una profonda lavorazione industriale di oli vegetali di scarsa qualità. I grassi trans contribuiscono all’innalzamento del colesterolo. Il consumo di margarina è facilmente evitabile in cucina, sostituendola con condimenti migliori, come l’olio extravergine d’oliva.

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Differenze tra clistere ed enteroclisma

MEDICINA ONLINE ENTEROCLISMA PERETTA CLISTERE EVACUATIVO PULIZIA COLON MICROCLISMA INTESTINO STIPSI COSTIPAZIONE FECALOMA FECI DURISSIME TAPPO DIGIUNO DEFECAZIONE DIARREA ODORE CIBO TEMPO ESPULSO DIGESTIONE COPROFAGIAIl clistere è una tecnica che comprende una irrigazione di liquido necessaria per liberare l’ultimo tratto dell’intestino (colon o intestino crasso) da feci incrostate, residui non digeriti, gas, fermentazioni, putrefazioni e flora batterica patogena. Il clistere può essere effettuato con peretta o con enteroclisma.

La differenza tra il classico clistere con peretta ed il clistere con l’enteroclisma è che il primo è una pompetta con una concentrazione di acqua molto bassa, con minore quantità di liquido, e viene usata per chi vuole risolvere un disturbo lieve, come ad esempio la stitichezza.

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L’enteroclisma è invece un kit che si compra in farmacia al costo di circa 5-6 euro, che contiene una sacca da 2 litri connessa ad una canna flessibile dotata di rubinetto all’estremità distale, una cannula rettale (per il lavaggio del colon) e una cannula vaginale (per il lavaggio vaginale). L’enteroclisma è da effettuare solo a digestione ultimata, cioè 4 ore dopo aver mangiato verdure, 3 ore dopo frutta e dopo 5 o più ore in seguito all’assunzione di altro (carne, latticini, farinacei, ecc.).

I migliori prodotti per la salute dell’apparato digerente 
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere del vostro apparato digerente, in grado di combattere stipsi, fecalomi, meteorismo, gonfiore addominale, acidità di stomaco, reflusso, cattiva digestione ed alitosi:

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Differenza tra bypass ed angioplastica con stent: vantaggi e svantaggi

MEDICINA ONLINE CUORE HEART INFARTO MIOCARDIO NECROSI ATRIO VENTRICOLO AORTA VALVOLA POMPA SANGUE ANGINA PECTORIS STABILE INSTABILE ECG SFORZO CIRCOLAZIONEL’angioplastica è una metodica utilizzata in ambito medico per dilatare un restringimento del lume (stenosi) di un vaso sanguigno, causato nella maggior parte dei casi dalla presenza di una placca ateromasica che – se posizionata nei vasi coronarici, può determinare infarto del miocardio. La dilatazione del vaso viene effettuata per mezzo di uno speciale catetere a palloncino che viene introdotto mediante la puntura percutanea di un’arteria, portato fino al vaso stenotico e successivamente gonfiato in corrispondenza del restringimento, in modo da ripristinare il normale diametro del vaso e permettere un incremento del flusso sanguigno. Nella maggior parte dei casi la procedura si completa con l’applicazione di una reticella metallica, ricoperta o meno da farmaco, detta stent, che rende più efficace la dilatazione vasale. La procedura di angioplastica si esegue in anestesia locale: il paziente è quindi sveglio e cosciente. L’intervento dura mediamente intorno ai 45 minuti – 1 ora, a seconda della complessità della lesione da trattare.

Un “by-pass” (o più semplicemente “bypass”) è un ramo della circolazione sanguigna, creato dal chirurgo, utilizzato per evitare e passare oltre (bypassare) una ostruzione posta a livello di un vaso, che non permette il normale fluire del sangue. Più in particolare, il bypass aorto-coronarico (CABG o cabbage, da Coronary Artery Bypass Graft surgery) è l’intervento cardiochirurgico che – tramite l’uso di vasi prelevati dal paziente stesso come la vena safena o l’arteria mammaria – permette di superare un condotto coronarico ostruito parzialmente o totalmente e quindi di evitare episodi ischemici come l’infarto miocardico acuto.

Bypass o angioplastica con stent: qual è preferibile?
Entrambe le tecniche hanno quindi lo scopo di “superare” l’ostruzione e permettere al sangue di arrivare al miocardio: quale preferire? Non esiste una tecnica necessariamente migliore dell’altra, ogni caso deve essere analizzato in modo specifico e spesso non è semplice individuare quale trattamento, chirurgico o non chirurgico, sia più adatto ad un determinato paziente. Le procedure di angioplastica, nate oltre 20 anni fa, sono oramai diventate una delle principali alternative non chirurgiche agli interventi di bypass nel trattamento di patologie cardiache. E dai primi casi su pazienti con ostruzione di un singolo vaso si è passati ad intervenire in casi di patologie multivasali, con una varietà di possibili opzioni (angioplastica, stent, aterectomia, ecc.).

Quanto più la patologia è avanzata e riguarda un numero maggiore di arterie, tanto più il ricorso alla chirurgia di by-pass potrebbe essere la scelta migliore.

Viceversa, se la patologia non è in uno stadio avanzato e le occlusioni sono limitate, potrebbe essere raccomandato il ricorso ad una soluzione non chirurgica.

E’ sempre comunque il medico a decidere il trattamento migliore per ogni singolo paziente.

La tabella che segue riassume i principali benefici e gli svantaggi delle differenti opzioni:

Vantaggi Svantaggi
Angioplastica con applicazione di stent
  • Intervento minore
  • Tempi di degenza più brevi
  • Bassi rischi di complicanze post-operatorie
  • Il flusso può non essere completamente ristabilito
  • Potenziale necessità di intervento successivo (angioplastica o by-pass)
  • Più frequente ripresa d’angina
Chirurgia
By-pass
  • Il flusso è ristabilito in modo più completo
  • Meno frequente ripresa d’angina
  • Minor necessità di ricorso ad intervento successivo (angioplastica o by-pass)
  • Intervento più complesso
  • Rispetto all’angioplastica, possibili superiori rischi di complicanze post-operatorie
  • Tempi di degenza più lunghi

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