Meningite: contagio, sintomi, vaccino, gravità e profilassi

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MLa meningite è un’infiammazione delle meningi, le membrane che rivestono il cervello ed il midollo spinale: di solito è causata da batteri o virus, ma può anche essere provocata da particolari farmaci o malattie.

I sintomi più comuni, che possono apparire tutti o solo in parte e possono manifestarsi in qualsiasi ordine, sono i seguenti:

  • febbre alta,
  • sensazione di malessere,
  • mal di testa,
  • collo rigido,
  • fastidio provocato dall’esposizione alla luce,
  • grave sonnolenza e letargia,
  • convulsioni.

Tutta la popolazione, di qualsiasi età, può ammalarsi di meningite, ma poiché può diffondersi facilmente tra le persone che vivono a stretto contatto in ambienti chiusi le persone spesso più a rischio sono gli adolescenti, gli studenti e gli universitari.

  • La meningite batterica è rara, ma nella maggior parte dei casi è molto grave e può mettere in pericolo la vita del paziente se non viene curata immediatamente.
  • La meningite virale, anche nota come meningite asettica, è abbastanza comune e molto meno grave. Spesso non viene diagnosticata perché i suoi sintomi possono essere simili a quelli di una normale influenza.

Le principali cause di infezione sono:

Contagiosità Profilassi Vaccino
Batteriche
Neisseria meningitidis (meningococco) Sì*
Streptococcus pneumoniae (pneumococco) No
Haemophilus influenzae tipo b
Virali No No

Legenda:

  • Contagiosità: Tutti i microrganismi causa di meningite possono essere trasmessi ad altri soggetti, ma questo non significa che si sviluppi per forza la malattia.
  • Profilassi: Solo per alcune forme di procede al trattamento preventivo di soggetti venuti a contatto con pazienti colpiti dall’infezione, in altri casi non è necessario.
  • Sono disponibili i vaccini per tutte le forme batteriche, non per le forme virali; per quanto riguarda il meningococco in Italia sono disponibili:
    • vaccinazione contro Neisseria meningitidis C
    • vaccinazione contro Neisseria meningitidis B
    • vaccinazione quadrivalente contro il meningococco A-C-Y-W135

Se la prevenzione e la diagnosi vengono effettuate in tempo la meningite può essere curata con efficacia; è quindi importante sottoporsi alle vaccinazioni di routine e conoscere i sintomi della meningite, se avete il sospetto di esservi ammalato recatevi dal medico il prima possibile.

Relativamente ai recenti casi di meningite l’Istituto Superiore di Sanità ha predisposto un utile riepilogo degli aspetti importanti da conoscere:

  • Il microrganismo più aggressivo in grado di causare la malattia è il meningococco di tipo C, che insieme al B è il responsabile della maggior parte dei casi sia in Italia che in Europa.
  • I bambini piccoli e gli adolescenti sono la fascia di popolazione a maggior rischio di contrarre l’infezione. Il tipo B colpisce invece prevalentemente i bambini al di sotto dell’anno di età.
  • Come scritto sopra esistono tre tipi di vaccino anti-meningococco:
    • il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC);
    • il vaccino coniugato tetravalente, utile verso i tipi A, C, W e Y;
    • il vaccino contro il tipo B, che protegge solo e soltanto da questo.
  • L’offerta vaccinale cambia leggermente da una Regione all’altra, anche se a breve con il nuovo piano vaccinale si cercherà di renderla più omogena; si raccomanda comunque di fare riferimento al pediatra o al proprio medico per qualsiasi informazione.
  • Per gli adulti la vaccinazione non è di norma raccomandata, salvo in caso di fattori di rischio (zone a rischio, alcune malattie come la talassemia, diabete, malattie epatiche croniche gravi, immunodeficienze congenite o acquisite, …). Chi vuole può comunque ricorrere alla vaccinazione rivolgendosi alla propria ASL o facendosi prescrivere il vaccino dal proprio medico di base. Fatta eccezione della Toscana, la vaccinazione negli adulti è a pagamento.

Segnaliamo inoltre che il Ministero della Salute ha chiarito che non ci sono specifiche raccomandazioni di prevenzione per coloro che si recano nelle aree maggiormente interessate dai casi di Meningococco C, per viaggi di lavoro o soggiorni turistici.

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Cause

Molti dei batteri e dei virus che provocano la meningite sono abbastanza comuni e di solito sono collegati ad altre malattie molto diffuse. I batteri e i virus che infettano la pelle, l’apparato urinario, digerente o respiratorio possono diffondersi dal sangue fino alle meningi attraverso il liquido cerebro-spinale, il liquido che circola all’interno del midollo spinale.

In alcuni casi di meningite batterica i batteri si diffondono nelle meningi a causa di un grave trauma alla testa o di una grave infezione locale, come ad esempio un’infezione dell’orecchio (otite media) o dei seni nasali (sinusite).

Esistono molti tipi diversi di batteri in grado di provocare la meningite batterica:

  • nei neonati le cause più comuni sono gli steptococchi del gruppo B, l’Escherichia coli e la Listeria monocytogenes.
  • Nei bambini più grandi e negli adulti le cause più frequenti sono lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e la Neisseria meningitidis (meningococco).

Anche l’Haemophilus influenza di tipo b (Hib) è in grado di provocare la malattia, ma poiché praticamente quasi tutta la popolazione ha sviluppato difese immunitarie contro di esso questi casi sono più rari che in passato.

Analogamente la meningite virale può essere provocata da molti virus diversi, come ad esempio gli enterovirus (i coxsackievirus, i poliovirus, il virus dell’epatite A, ecc) e l’herpesvirus.

Sintomi

Riconoscere la malattia

  1. Il mal di testa è il sintomo caratteristico della malattia, colpisce infatti il 90% degli adulti ed è il sintomo di esordio più comune.
  2. A seguire la rigidità del collo, intesa come incapacità di flettere passivamente il collo in avanti, a causa di una severa rigidità muscolare (70% dei casi in età adulta).
  3. Il terzo sintomo caratteristico è infine l’alterazione dello stato mentale.

Tutti e tre i sintomi si rilevano solo nel 40-50% di tutti i casi di meningite batterica, ma se nessuno dei tre segni è presente, la meningite è estremamente improbabile. (Fonte: The rational clinical examination. Does this adult patient have acute meningitis?)

Incubazione

ll tempo può variare a seconda della causa dell’infezione (quale virus o quale batterio):

  • M. virale: varia da tre a sei giorni
  • M. batterica: varia dai 3 ai 10 giorni

La malattia è contagiosa soltanto durante la fase acuta, ossia la fase in cui sono presenti sintomi.

Sintomi precoci

I primi sintomi che possono preannunciare lo sviluppo di meningite sono (Fonte: Thompson M, Ninis N, Perera R et al. Clinical recognition of meningococcal disease in children and adolescents. The Lancet 2006; DOI: 10.1016/S0140-6736(06)67932-4):

  • dolori alle gambe,
  • mani e piedi freddi,
  • colorito anormale.

Descrizione estesa

I sintomi tradizionalmente conosciuti tendono invece a svilupparsi in una fase avanzata della patologia (da 13 a 22 ore dal contagio), mentre i precedenti sintomi si manifestano nelle prime 8 ore dal contagio.

I sintomi classici della meningite sono diversificati e dipendono sia dall’età del malato sia dalla causa dell’infezione. Poiché in entrambi i tipi possono presentare sintomi parainfluenzali simili, soprattutto nelle prime fasi della malattia, e poiché la meningite batterica può diventare molto grave, è importante diagnosticare velocemente l’infezione.

I primi sintomi possono presentarsi all’improvviso oppure più lentamente dopo alcuni giorni di raffreddore, naso che cola, diarrea, vomito o altri sintomi di infezione.

Tra i più frequenti e caratteristici troviamo:

  • febbre,
  • letargia (stato di coscienza ridotta),
  • irritabilità,
  • mal di testa,
  • fotofobia (sensibilità degli occhi alla luce),
  • torcicollo,
  • eruzioni cutanee,
  • convulsioni.

I neonati affetti da meningite potrebbero non avere questi sintomi, ma potrebbero semplicemente essere molto irritabili, letargici, o avere la febbre. Potrebbero essere difficili da calmare, anche se li si prende in braccio e li si culla.

Tra gli altri sintomi della meningite nei neonati troviamo:

  • itterizia (colorito giallastro della pelle),
  • rigidità del corpo e del collo (torcicollo),
  • febbre, oppure temperatura minore del solito,
  • appetito insufficiente,
  • poppate più deboli del solito,
  • pianto dai toni molto acuti,
  • sporgenza della fontanella (il punto non ancora ossificato che si trova sulla parte anteriore alta del cranio del bambino).

La meningite virale tende a provocare sintomi parainfluenzali, come la febbre e il raffreddore, e può essere talmente lieve da passare inosservata anche per il medico. La maggior parte dei casi di meningite virale guarisce completamente entro 7-10 giorni, senza alcuna complicazione o terapia.

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Quando chiamare il medico

La meningite può uccidere in poche ore, è quindi bene rivolgersi rapidamente al medico in caso di dubbi e di presenza di sintomi come:

  • vomito,
  • mal di testa,
  • letargia,
  • confusione,
  • rigidità del collo,
  • eruzioni cutanee,
  • febbre.

I neonati che hanno la febbre, sono irritabili o letargici e hanno poco appetito dovrebbero essere visitati da un medico il prima possibile.

Se vostro siete entrati in contatto con qualcuno ammalato di meningite chiamate il medico per sapere se è consigliabile una terapia preventiva.

Trasmissione

La maggior parte dei casi di meningite, sia virale sia batterica, deriva da infezioni contagiose che si diffondono attraverso le minuscole gocce di liquidi provenienti dalla gola e dal naso di una persona infetta. Le goccioline possono essere trasportate dall’aria quando la persona tossisce, ride, parla o starnutisce. Poi possono infettare le altre persone che le respirano oppure che, dopo averle toccate, portano le mani al naso o alla bocca.

L’infezione si trasmette anche condividendo alimenti, bicchieri, stoviglie, fazzoletti o asciugamani con una persona infetta. Alcuni agenti infettivi si possono diffondere attraverso le feci, quindi chi entra in contatto con le feci, ad esempio un bambino non abituato a lavarsi le mani, può contrarre l’infezione.

Nella maggior parte dei casi l’infezione si diffonde tra persone che vivono a stretto contatto, ad esempio tra coloro che vivono vive nella stessa casa oppure si espongono all’agente infettivo baciando la persona infetta o condividendo bicchieri e stoviglie. Il contatto casuale a scuola o sul posto di lavoro con una persona infetta di solito non trasmetterà l’agente infettivo.

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Pericoli

Alcuni pazienti che sono stati colpiti dalla meningite potrebbe dover rimanere sotto controllo medico per più tempo: tra i problemi più frequenti provocati dalla meningite batterica troviamo difetti dell’udito ed infatti spesso vengono eseguiti esami specifici terminato il ricovero.

Le complicazioni della meningite batterica possono essere gravi e comprendono problemi neurogici come ad esempio:

  • sordità,
  • problemi di vista,
  • convulsioni,
  • disabilità intellettive.

Anche il cuore, i reni e le ghiandole surrenali potrebbero essere colpiti. Alcuni bambini sviluppano problemi neurologici che durano per tutta la vita, però nella maggior parte dei malati la patologia viene diagnosticata e curata in tempo e guarisce completamente.

In alcuni rari casi la malattia ha esito fatale, con maggior frequenza nei neonati e nelle persone anziane.

Cura e terapia

Poiché la meningite batterica può essere molto grave, se avete il sospetto che voi o vostro figlio abbiate una qualsiasi forma di meningite è importante andare dal medico il prima possibile.

Se anche il medico sospetta un caso di meningite vi prescriverà degli esami di laboratorio che lo aiuteranno a formulare una diagnosi corretta. Probabilmente tra questi esami ci sarà anche una puntura lombare (rachicentesi) che preleverà un campione di liquido cerebro-spinale. Quest’esame metterà in luce qualsiasi sintomo di infiammazione e dirà se è un virus oppure un batterio a causare l’infezione.

Il bambino affetto da meningite virale può essere ricoverato in ospedale, però ad alcuni bambini viene dato il permesso di stare a casa, se i sintomi non sono troppo gravi. La terapia per alleviare i sintomi comprende riposo, adeguata assunzione di liquidi e analgesici da banco.

Se viene diagnosticata (o anche solo sospettata) una meningite batterica i medici inizieranno il prima possibile a somministrare antibiotici per via endovenosa. Possono essere somministrati liquidi per sostituire quelli persi con la febbre, la sudorazione, il vomito e lo scarso appetito; i corticosteroidi (cortisone) possono contribuire a ridurre l’infiammazione delle meningi, a seconda della causa della malattia.

Per le complicazioni della meningite batterica può essere necessaria una terapia aggiuntiva. Ad esempio, potrebbero essere somministrati farmaci anticonvulsanti per curare le convulsioni. Se il paziente si trova in una situazione di shock o di ipotensione (pressione bassa) possono essere somministrati ulteriori liquidi per endovena e farmaci in grado di aumentare la pressione sanguigna. Per alcuni potrebbe essere necessaria l’ossigenazione o la ventilazione meccanica se hanno difficoltà respiratorie.

Prevenzione

I vaccini di routine possono essere molto utili per la prevenzione della meningite. I vaccini contro l’influenza, il morbillo, la parotite, la poliomelite, il meningococco e lo pneumococco possono difendere l’organismo dalla meningite causata da questi microrganismi. Alcuni bambini più a rischio dovrebbero anche essere vaccinati contro certi altri tipi di pneumococco.

Alcuni medici attualmente consigliano di far vaccinare i bambini undicenni contro l’affezione meningococcica, un’infezione batterica molto grave che può causare la meningite. Il vaccino è noto come vaccino quadrivalente contro la meningite. Anche i bambini di età superiore agli 11 anni che non sono ancora stati vaccinati dovrebbero farsi vaccinare, soprattutto se vanno a scuola, in collegio, in campeggio o in altre strutture in cui vivono a stretto contatto con altre persone. Il vaccino può anche essere consigliato per le persone che si recano in paesi in cui la meningite è più diffusa.

Molti dei batteri e dei virus responsabili della meningite sono abbastanza comuni. Una buona igiene è importante per prevenire qualsiasi infezione. Raccomandate ai bambini di lavarsi le mani accuratamente e con frequenza, soprattutto prima di mangiare e dopo essere andati in bagno. Anche evitando il contatto ravvicinato con le persone malate e la condivisione di alimenti, bevande o stoviglie si  può contribuire ad arrestare la diffusione dei batteri responsabili.

Più in generale è possibile consigliare di:

  1. Evitare luoghi affollati
  2. Attenersi alle comuni norme igieniche
  3. Le persone venute a contatto con un malato, essendo fortemente a rischio, devono essere trattare con un’adeguata profilassi antibiotica
  4. Vaccinazione: I 3 vaccini disponibili rappresentano la migliore arma di prevenzione attualmente disponibile, i cui benefici durano tutta la vita.

E’ bene infine ricordare che, anche somministrando tutti i vaccini disponibili per le diverse forme di meningite (in Italia sono disponibili contro l’Emofilo, lo Pneumococco e contro il Meningococco in tutte le sue forme), non è possibile acquisire un’immunità completa per questa malattia, perchè non sono disponibili i vaccini per le forme meno comuni; è bene in ultima analisi affrontare il discorso con il pediatra/medico per valutare il rapporto rischio beneficio ad personam.

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Differenza tra ginecomastia vera, falsa, acquisita, congenita e puberale

MEDICINA ONLINE GINECOMASTIA VERA FALSA PSEUDOGINECOMASTIA ACQUISITA PUBERALE CONGENITA DIFFERENZA GRASSO TESSUTO ADIPOSO GHIANDOLA MAMMARIA COMPONENTE GHIANDOLARE ECOGRAFIA DIAGNOSI CURE CHIRURGIA BODY BUILDING STEROIDI.png

A destra la pseudoginecomastia

Con il termine “ginecomastia” si intende l’aumento del volume di una o entrambe le mammelle dell’uomo, che può essere di vari tipi:

  • ginecomastia vera;
  • ginecomastia falsa;
  • ginecomastia acquisita;
  • ginecomastia congenita.

Si definisce “ginecomastia vera” quando la causa dell’aumento di volume della mammella è legata ad un cambiamento, ad una proliferazione dei tessuti mammari, non tumorale. La “pseudoginecomastia” (o ginecomastia falsa) si ha invece quando l’aumento del volume del seno dell’uomo è dovuto ad altre cause, come accumulo di adipe (grasso sottocutaneo), ad una infiammazione o ad un tumore.

Ginecomastia vera

Una ginecomastia si dice “vera” in quanto ci si trova davanti ad un vero e proprio aumento della ghiandola mammaria, di solito provocato da un problema ormonale, ad uso di sostanze dopanti nel culturismo o a patologie, ad esempio cirrosi epatica, mentre invece la componente adiposa è normale.

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Ginecomastia vera

In caso di problematica di ginecomastia vera la pratica chirurgica più comune è data dalla rimozione della ghiandola attraverso una piccola incisione vicino al capezzolo.
A volte , ma non sempre si usa la tecnica della liposuzione anche per eliminare parte ghiandolare, sopratutto in quei casi dove ci si trova davanti a problematiche di ginecomastia vera e falsa assieme (quindi sia un aumento della ghiandola sia un eccesso di adipe). L’intervento è eseguito di solito in anestesia locale, dopodiché si verrà fasciati e verrà messo un indumento speciale che dovrete indossare per un periodo dopo l’intervento. La radiofrequenza monopolare può essere usata per rimettere in tensione la pelle dopo l’intervento.

Leggi anche: Ginecomastia, l’aumento della mammella nel bodybuilding: cause e rimedi

Ginecomastia falsa (pseudoginecomastia)

Si intende col termine “falsa” quella ginecomastia data dall’eccessiva presenza di adipe, mentre invece la componente della ghiandola mammaria è normale.

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Pseudoginecomastia

Questo tipo di ginecomastia viene trattato attraverso una vera e propria liposuzione. Il fine è quindi quello di aspirare l’adipe in eccesso (non tutto) per poter ridare le giuste dimensioni e forma alla mammella maschile.
Da detto che sarebbe importante in caso il paziente sia deciso ad intervenire chirurgicamente a non aspettare anni prima di farlo, questo perché i tessuti, in generale più si è giovani più possono “rientrare” al loro posto non rischiando quindi di lasciare pelle in eccesso dopo l’intervento. Anche questo intervento e di solito fatto in locale, dopo poche ore si può tornare alla vita di sempre; la radiofrequenza monopolare può essere usata per rimettere in tensione la pelle dopo l’intervento.

Ginecomastia acquisita

Questo tipo di ginecomastia non è presente alla nascita ma si verifica durante la vite del soggetto per una qualche causa, come ad esempio l’uso di farmaci ( estrogeni e purtroppo anabolizzanti.

Ginecomastia puberale

La maggioranza dei soggetti maschi attraversa una fase (generalmente compresa tra i 12 e i 17 anni di età) in cui si ha un notevole sviluppo mammario; si parla in questi casi di ginecomastia puberale. In circa un terzo degli adolescenti, la condizione di ginecomastia regredisce nel giro di 10-12 mesi, in altri la fase è più duratura, ma trascorsi tre anni la condizione di ginecomastia è completamente regredita nella stragrande maggioranza dei casi (90% circa). In un numero minore di casi, la condizione di ginecomastia persiste oltre il diciassettesimo anno di età e iniziano a ridursi le possibilità che il processo regredisca in modo spontaneo e si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di intervenire chirurgicamente.

Ginecomastia congenita

Nella ginecomastia congenita i fattori determinanti sono da ricercarsi o in uno squilibrio degli ormoni in circolo oppure in una superiore sensibilità del tessuto mammario alle stimolazioni di tipo ormonale. Nella ginecomastia congenita si ha una connotazione di tipo familiare (ereditarietà).

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Coprofagia umana e animale: cause, rischi e pericoli di ingerire feci

MEDICINA ONLINE MAL DI PANCIA INDIGESTIONE DISPEPSIA MAL DI STOMACO DIGERIRE DIGESTIONE NAUSEA VOMITO CIBO STRESS INSONNIA DORMIRE DIARREA COLITE DOLORE FASTIDIO DIETOLOGIA MANGIARE MALELa coprofagia è un comportamento animale che consiste nell’ingoiare escrementi propri o altrui. Molte specie animali si sono evolute per praticare la coprofagia, pratica dalla quale assumono sostanze preziose per la propria sopravvivenza; altre specie non consumano normalmente feci ma potrebbero farlo in condizioni inusuali. Abbastanza diffusa nel regno animale, è considerata in ambito umano come parafilia sessuale, ove prende il nome di coprofilia, caratterizzata dal particolare interesse per gli escrementi che diventano oggetto di piacere e, in alcuni casi, di eccitazione sessuale. Nelle pratiche erotiche BDSM e fetish consiste in una serie di giochi connessi alla defecazione. In alcuni soggetti la coprofagia è associabile a malattie psichiatriche, come la schizofrenia. Le cause della coprofagia umana, al pari di altre parafilie, non sono ancora del tutto note.

Coprofagia negli insetti

Gli insetti coprofagi ingeriscono e digeriscono gli escrementi di grandi animali; questi contengono sostanziali quantità di cibo semi-digerito (il sistema digerente erbivoro è particolarmente inefficiente). L’insetto che si nutre di feci più diffuso è la mosca.

Leggi anche: Perché le feci hanno un odore cattivo e sgradevole?

Coprofagia nei mammiferi

Anche i maiali mangiano a volte i propri escrementi, o quelli di altri animali. In Corea del Sud, soprattutto a Jeju-do, i suini neri vengono spesso nutriti con escrementi umani, e la loro carne (solitamente servita in ristorantini tipici specializzati) è molto apprezzata. I giovani elefanti, panda, koala e ippopotami mangiano le feci della madre per ottenere i batteri necessari alla digestione della vegetazione trovata nella savanae nella giungla. Alla nascita, il loro intestino è infatti sterile. Senza di essi, non sarebbero in grado di ricavare alcun nutrimento dalle piante. Gli escrementi dell’ippopotamo nutrono i pesci fluviali che poi costituiscono la principale risorsa alimentare delle popolazioni locali. Per questo motivo, la caccia spietata di cui gli ippopotami sono stati vittime ha influito in maniera pesantemente negativa anche sulla fauna ittica e sull’aspettativa di vita delle comunità umane che vivono di pesca sul fiume. I gorilla mangiano le proprie feci e quelle degli altri esemplari di gorilla: tale comportamento sembrerebbe essere motivato dal fatto di riassumere i nutrienti non assorbiti durante il transito dei vegetali nell’intestino e quindi rimasti nelle feci, motivo per cui la coprofagia è da molti ribattezzata “seconda digestione”. L’ipotesi è ad oggi contestata da alcuni ricercatori, in quanto se un organismo vivente lascia materia utile non digerita tra le feci, difficilmente sarà capace di assimilare gli scarti durante un secondo passaggio: è quindi possibile che tali comportamenti siano originati non da motivi nutrizionali, bensì da parafilie del tutto simili a quelle umane. Il comportamento coprofago è abituale nel cane, il cui metabolismo provoca spesso carenze di sali minerali che necessitano di essere reintegrati rapidamente. Per questo il cane ingerisce escrementi propri o altrui. Anche le feci dei cavalli sono particolarmente appetibili per i cani. I criceti mangiano i propri escrementi: si pensa che questa sia un risorsa di vitamina B e K, prodotta da batteri nell’intestino. Alcune scimmie sono state viste mangiare escrementi di cavallo e di elefante per ottenere sale, mentre la coprofagia è stata osservata anche nella talpa nuda.

Leggi anche: Dopo quanto tempo il cibo ingerito viene espulso con le feci?

Coprofagia nelle arti

Esistono vari esempi di coprofilia nelle produzioni pornografiche o d’autore in cui si affronta questa tematica. L’attore e regista austriaco Simon Thaur (creatore della KitKatClub di Berlino) è autore della serie pornografica Avantgarde extreme, che esplora la coprofagia e la coprofilia. Salò o le 120 giornate di Sodoma del celebre regista Pasolini abbonda di scene di coprofagia, mentre un legame tra feci e sessualità è anche chiaramente presente nel lungometraggio La grande abbuffata. Per girare una scena del film Fenicotteri rosa di John Waters il travestito Divine, che nel film impersona se stesso, ha dovuto ingerire le feci di un cane. La coprofagia è il tema centrale della saga The Human Centipede del regista Tom Six.

Leggi anche: Quanto pesano le feci prodotte in un giorno?

Rischi legati all’ingestione di feci

La coprofilia, tralasciando i giudizi di natura morale, può avere delle conseguenze legate all’igiene. Infatti, nelle feci sono contenuti numerosi batteri e virus e la loro ingestione potrebbe causare gravi danni alla salute. La pratica della coprofagia comporta seri rischi per chi ingerisce poiché le feci sono un veicolo per numerosi agenti patogeni, anche vermi e parassiti. Al contrario, il pissing (la pratica secondo la quale si ingerisce urina), non presenta rischi di questo genere. Va sottolineato che in casi di presenza di epatite le feci sono il principale veicolo di trasmissione. Per quanto riguarda il virus HIV (responsabile dell’AIDS) non vi sono rischi, a meno che nelle feci non sia presente del sangue.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Quoziente d’intelligenza: valori, significato, test ed ereditarietà

MEDICINA ONLINE BRAIN CERVELLO ALLENAMENTO ALLENA INTEGRATORI STUDIO STUDIARE LIBRO LEGGERE LETTURA BIBLIOTECA BIBLIOGRA LIBRERIA QUI INTELLIGENTE ESAMI 30 LODE TEST INGRESSO MEDICINA UNIVERSITA SCUOLAIl quoziente d’intelligenza, o QI, è un punteggio, ottenuto tramite uno dei molti test standardizzati, che si prefigge lo scopo di misurare o valutare l’intelligenza, ovvero lo sviluppo cognitivo dell’individuo. Persone con QI basso sono a volte inserite in speciali progetti di istruzione.

Valori di QI

Punti Percentuale Classificazione Punteggio
40-57 0.2% Gravemente inferiore alla media
58-74 4.1% Molto inferiore alla media
75-91 24% Inferiore alla media
92-109 43.2% Normale
110-126 24% Dotato
127-143 4.1% Molto Dotato
144-160 0.2% Genio

Funzioni e uso

Oltre che dagli psicologi, il QI è usato anche dai sociologi, che ne studiano in particolare la distribuzione nelle popolazioni e le relazioni con altre variabili. È stata dimostrata in particolare una correlazione tra QI, morbosità e mortalità, e con lo stato sociale dei genitori. Sull’ereditarietà del QI, sebbene sia stata sotto esame per quasi un secolo, rimangono delle controversie legate a quanto esso sia ereditabile e ai meccanismi di trasmissione. Lo stesso studio suggerisce che la componente ereditabile del QI diventi più significativa con l’avanzare dell’età. Seguendo un fenomeno chiamato Effetto Flynn, il QI medio per molte popolazioni aumentava con una velocità media di 3 punti ogni decennio durante il XX secolo, prevalentemente nella parte bassa della scala. Non è chiaro se queste variazioni riflettano reali cambiamenti nelle abilità intellettuali, oppure se siano dovute soltanto a problemi di natura metodologica nei test passati. È importante notare che i test del QI non riportano una misura dell’intelligenza come se fosse una scala assoluta, ma offrono un risultato che va letto su una scala relativa al proprio gruppo di appartenenza (sesso, età). I risultati dei test del QI sono utilizzati per prevedere i risultati accademici, le prestazioni lavorative, lo status socioeconomico conseguibile e le cosiddette “patologie sociali”. A tale proposito, tuttavia, uno studio del 2015, relativo alle prestazioni lavorative, ha revocato in dubbio l’asserita validità predittiva del test in tema di future performance occupazionali e ha messo in guardia nei confronti dell’uso invalso in tal senso. Oggetto di dibattito è se i test del QI siano o no un metodo accurato per misurare l’intelligenza assoluta; si ritiene per lo più che i loro risultati siano collegabili solo a sotto-capacità specifiche dell’intelligenza.

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Struttura dei test del QI

I test del QI assumono varie forme: alcuni ad esempio utilizzano un solo tipo di elementi o domande, mentre altri sono divisi in più parti. La maggior parte di essi dà un punteggio totale e uno relativo alle singole parti del test. Tipicamente un test del QI richiede di risolvere sotto supervisione un certo numero di problemi in un tempo prestabilito. La maggior parte dei test è costituito da domande di vario argomento, come memoria a breve termine, conoscenza lessicale, visualizzazione spaziale e velocità di percezione. Alcuni hanno un tempo limite totale, altri ne hanno uno per ogni gruppo di problemi, e ve ne sono alcuni senza limiti di tempo e senza supervisione, adatti a misurare valori di QI elevati. La terza edizione della WAIS, (WAIS-III del 1997), consiste di 14 gruppi di problemi: 7 verbali (Informazione, Comprensione, Ragionamento aritmetico, Analogie, Vocabolario, Memoria di cifre e Ordinamento di numeri e lettere) e 7 di abilità (Codificazione di cifre e simboli, Completamento di immagini, Block Design, Matrici di Raven, Riordinamento di storie figurate, Ricerca di simboli e Assemblaggio di oggetti). Nel 2008 è uscita la WAIS-IV, quarta edizione del test. Per standardizzare un test del QI è necessario sottoporlo a un campione rappresentativo della popolazione, calibrandolo in modo da ottenere una distribuzione normale, o curva gaussiana; ogni test è comunque studiato e valido solo per un certo intervallo di valori del QI; poiché i soggetti che ottengono punteggi molto alti o molto bassi sono pochi, i test non sono in grado di misurare accuratamente quei valori. Alcuni Q.I. utilizzano deviazioni standard diverse da altri: per questo motivo relativamente ad un certo punteggio bisognerebbe specificare anche la deviazione standard. A seconda del test, il punteggio conseguito può anche cambiare nel corso della vita dell’individuo.

Il QI e il fattore di intelligenza generale

I moderni test del QI attribuiscono dei punteggi a diversi gruppi di problemi (fluidità di linguaggio, pensiero tridimensionale, etc.), e il punteggio riassuntivo viene calcolato a partire da questi risultati parziali. Il punteggio medio, come si evince dalla gaussiana, è 100. I punteggi parziali di ogni gruppo di problemi tendono ad essere collegati gli uni con gli altri, anche quando sembra che gli argomenti sui quali si concentrano siano i più disparati. Un’analisi matematica dei punteggi parziali di un singolo test del QI, o sui punteggi provenienti da una varietà di test differenti (come lo Stanford-Binet, WISC-R, Matrici di Raven, Cattell Culture Fair III, Universal Nonverbal Intelligence Test, Primary Test of Nonverbal Intelligence, e altri) dimostra che essi possono essere descritti matematicamente come la misura di un singolo fattore comune e di vari altri fattori specifici per ogni test. Questo tipo di analisi fattoriale ha portato alla teoria che a unificare i più disparati obiettivi che i vari test si prefiggono sia un singolo fattore, chiamato fattore di intelligenza generale (o g), che corrisponde al concetto popolare di intelligenza. Normalmente, g e il QI sono per il 90% circa correlati tra loro, e spesso vengono usati interscambiabilmente. I test differiscono tra loro su quanto essi riflettano g nel loro punteggio, piuttosto che un’abilità specifica o un “fattore di gruppo” (come abilità verbali, visualizzazione spaziale, o ragionamento matematico). La maggior parte dei test del QI deriva la propria validità prevalentemente o interamente da quanto essi coincidano con la misura del fattore g, come le Matrici di Raven.

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Ereditarietà

Il ruolo dei geni e dei fattori ambientali (naturali e relativi all’educazione) nel determinare il QI è stato rivisto da Plomin et al. Vari studi dimostrano che l’indice di ereditarietà del QI varia tra 0,4 e 0,8 negli Stati Uniti, il che significa che, stando agli studi, una parte che varia da poco meno di metà a sostanzialmente più di metà della variazione del QI calcolato per i bambini presi in considerazione era dovuto a differenze nei loro geni. Il resto era dunque imputabile a variazioni nei fattori ambientali e a margini di errore. Un indice di ereditarietà nell’intervallo da 0,4 a 0,8 significa che il QI è “sostanzialmente” ereditabile. L’effetto della restrizione dell’intervallo sul QI è stato esaminato da Matt McGue e i suoi colleghi: egli scrive che “il QI dei bambini adottati non è correlato con eventuali psicopatologie dei genitori”. D’altra parte, nel 2003 uno studio condotto da Eric Turkheimer, Andreana Haley, Mary Waldron, Brian D’Onofrio e Irving I. Gottesman dimostrò che la porzione di varianza del QI attribuibile ai geni e ai fattori ambientali dipende dallo status socioeconomico. Essi provarono che nelle famiglie poco abbienti il 60% della varianza del QI è rappresentata dai fattori ambientali condivisi, mentre il contributo dei geni è quasi zero. È ragionevole aspettarsi che le influenze genetiche in caratteristiche come il QI diventino meno significative quando l’individuo acquisisca esperienza con l’età. Sorprendentemente, accade l’opposto. L’indice di ereditarietà nell’infanzia è meno di 0,2, circa 0,4 nell’adolescenza e 0,8 nell’età adulta. La task force del 1995 dell’American Psychological Association, “Intelligence: Knowns and Unknowns”, concluse che nella popolazione di pelle chiara l’ereditarietà del QI è “circa 0,75”. Il Minnesota Study of Twins Reared Apart, un pluriennale studio su 100 coppie di gemelli cresciuti in famiglie diverse, iniziato nel 1979, stabilì che circa il 70% della varianza del QI deve essere associata a differenze genetiche. Alcune delle correlazioni tra i QI di gemelli potrebbero essere il risultato del periodo prima della nascita passato nel grembo materno, facendo luce sul perché i dati di questi gemelli siano così strettamente legati tra loro.

Vi sono alcuni punti da considerare per interpretare l’indice di ereditarietà:

  • Un errore comune è di pensare che se qualcosa è ereditabile allora necessariamente non può cambiare. Questo è sbagliato. L’ereditarietà non implica l’immutabilità. Come già detto, i tratti ereditabili possono dipendere dall’apprendimento o possono essere soggetti ad altri fattori ambientali. Il valore dell’ereditarietà può cambiare se la distribuzione dei fattori ambientali (o dei geni) nella popolazione viene alterata. Ad esempio, un contesto di povertà e repressione può impedire lo sviluppo di un certo tratto, e dunque restringere le possibilità di variazioni individuali. Alcune differenze nella variazione dell’ereditarietà sono state riscontrate tra le nazioni sviluppate e quelle in via di sviluppo; ciò può influire sulle stime dell’ereditarietà. Un altro esempio è la Phenylketonuria che precedentemente causava un ritardo mentale a coloro che soffrivano di questa malattia genetica. Oggi, può essere prevenuto seguendo una dieta modificata.
  • D’altra parte, ci possono effettivamente essere dei cambiamenti ambientali che non modificano affatto l’ereditarietà. Se un fattore ambientale relativo ad un certo tratto migliora in un modo che influenza tutta la popolazione in egual modo, il valore medio di quel tratto aumenterà, ma senza variazioni nella sua ereditarietà (perché le differenze tra gli individui nella popolazione rimarranno gli stessi). Questo accade in maniera evidente per l’altezza: l’indice di ereditarietà dell’altezza è alto, ma l’altezza media continua ad aumentare.
  • Anche nelle nazioni sviluppate, un alto indice di ereditarietà per un certo tratto all’interno di un gruppo di individui non è necessariamente la causa di differenze con un altro gruppo.

Fattori ambientali

I fattori ambientali hanno una loro influenza nel determinare il QI in situazioni estreme. Un’adeguata nutrizione durante l’infanzia diventa un fattore critico per lo sviluppo cognitivo; uno stato di malnutrizione può abbassare il QI di un individuo. Altre ricerche indicano come i fattori ambientali quali l’esposizione prenatale alle tossine, la durata dell’allattamento al seno, e deficienze di fattori micronutrienti possono influire sul QI. È risaputo che non è possibile aumentare il QI con l’allenamento. Ad esempio risolvere regolarmente dei puzzle, o giocare a giochi di strategia come gli scacchi aumenta solo abilità specifiche e non il QI inteso come la somma dell’insieme di capacità ed esperienze. Imparare a suonare uno strumento, nobile o popolare che sia, aiuta il cervello a crescere sia nelle dimensioni che nelle capacità. È quanto dimostra uno studio dell’università di Zurigo che ha preso in esame lo sviluppo cerebrale di un gruppo di individui giovani e adulti.

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Contesto familiare

Quasi tutti i tratti di personalità mostrano come, al contrario di quanto ci si possa aspettare, gli effetti dei fattori ambientali nei fratelli omozigoti allevati dalla stessa famiglia sono uguali a quelli di gemelli allevati in famiglie diverse. Ci sono alcune influenze di origine familiare sul QI dei bambini, che ammontano a circa un quarto della varianza. Comunque, con l’età adulta questa correlazione sparisce, così come due fratelli adottivi non hanno i QI più simili tra loro rispetto a due estranei (correlazione del QI quasi zero), mentre due fratelli di sangue mostrano una correlazione pari a circa 0,6. Gli studi sui gemelli danno credito a questo modello: i gemelli omozigoti cresciuti separatamente hanno un QI molto simile (0,86), più di quelli eterozigoti cresciuti insieme (0,6) e molto più dei figli adottivi (circa 0). Lo studio dell’American Psychological Association’s, Intelligence: Knowns and Unknowns (1995), afferma che non c’è dubbio che il normale sviluppo dei bambini richiede un certo livello minimo di attenzioni. Un ambiente familiare molto carente o negligente ha effetti negativi su un gran numero di aspetti dello sviluppo, inclusi quelli intellettuali. Oltre un certo livello minimo di questo contesto, l’influenza che ha l’esperienza familiare sul ragazzo è al centro di numerose dispute. Vi sono dubbi se differenze tra le famiglie dei bambini producano effettivamente differenze nei risultati dei loro test d’intelligenza. Il problema è il distinguere le cause dalle correlazioni. Non c’è dubbio che alcune variabili come le risorse della propria casa o il linguaggio usato dai genitori siano correlati con i punteggi del QI dei bambini, ma queste correlazioni potrebbero essere mediate dalla genetica così come (o al posto dei) fattori ambientali. Ma non vi sono certezze su quanta della varianza del QI derivi dalle differenze tra le famiglie, e quanta invece dalle varie esperienze di diversi bambini nella stessa famiglia. Recentemente studi sui gemelli e sulle adozioni suggeriscono che mentre l’effetto del contesto familiare è rilevante nella prima infanzia, diventa abbastanza limitato nella tarda adolescenza. Queste scoperte fanno pensare che le differenze nello stile di vita dei familiari, qualunque sia l’influenza che hanno su molti aspetti della vita dei bambini, producono piccole differenze a lungo termine nelle abilità misurate dai test d’intelligenza. La ricerca dell’American Psychologist Association afferma inoltre: “Dovremmo notare, comunque, che famiglie di pelle scura e a basso reddito sono poco rappresentate negli attuali studi sulle adozioni, così come nella maggior parte dei campioni di gemelli. Dunque non è ancora del tutto chiaro se questi studi si possano applicare alla popolazione intera. Rimane la possibilità che le differenze tra famiglie (stipendio ed etnia) abbiano conseguenze più durature per l’intelligenza psicometrica”. Uno studio di bambini francesi adottati tra i quattro e i sei anni mostra la continua influenza dell’ambiente e dell’educazione contemporaneamente. I bambini venivano da famiglie povere, la media dei loro QI era inizialmente 77, classificandoli quasi come bambini ritardati. Nove anni dopo l’adozione rifecero i test, e tutti migliorarono; il miglioramento era direttamente proporzionale allo status della famiglia adottiva. Bambini adottati da contadini e lavoratori avevano un QI medio di 85,5; coloro che erano stati affidati invece a famiglie della classe media avevano un punteggio medio di 92. Il QI medio dei giovanotti adottati da famiglie benestanti aumentò di più di 20 punti, arrivando a 98. D’altra parte, quanto questi miglioramenti persistano nell’età adulta non appare ancora chiaro dagli studi.

Il modello di Dickens e Flynn

Dickens e Flynn (2001) affermano che gli argomenti che riguardano la scomparsa di un contesto familiare condiviso nella vita dei bambini dovrebbe poter applicarsi ugualmente a gruppi di individui separati nel tempo. Questo è invece contraddetto dall’effetto Flynn. I cambiamenti in questo caso sono avvenuti troppo velocemente per poter essere spiegati da un adattamento dell’ereditarietà genetica. Questo paradosso può essere spiegato osservando che la misura dell’ereditarietà include sia un effetto diretto del genotipo sul QI, sia un effetto indiretto nel quale il genotipo cambia l’ambiente, che a sua volta influisce sul QI. Cioè, coloro che hanno un alto QI tendono a ricercare un contesto stimolante che possa aumentare ulteriormente il loro quoziente intellettivo. L’effetto diretto può inizialmente essere molto limitato, ma gli effetti di ritorno possono produrre molte variazioni sul QI. Nel loro modello uno stimolo ambientale può avere un effetto importante sul QI, anche sugli adulti, ma questo effetto decade nel tempo a meno che lo stimolo non persiste (il modello può essere adattato per includere possibili fattori, come la nutrizione nella prima infanzia, che può dar luogo ad effetti permanenti). L’effetto Flynn può essere spiegato da un ambiente generalmente stimolante per tutti gli individui. Gli autori suggeriscono che i programmi che mirano a incrementare il QI riuscirebbero a produrre aumenti a lungo termine del QI se insegnassero ai bambini come replicare fuori dal programma quel tipo di esperienze di richieste conoscitive che aumentano il QI, e li motivassero a persistere in questa riproposizione per molto tempo dopo la fine del programma.

Il cervello ed il QI

Nel 2004 Richard Haier, professore di psicologia al Dipartimento di Pediatria della University of California, Irvine, con alcuni suoi colleghi alla University of Nuovo Messico, fece una risonanza magnetica per ottenere immagini strutturali del cervello di 47 uomini che avevano sostenuto il test del QI. Gli studi dimostrarono che l’intelligenza umana generale risulta essere basata sul volume e la dislocazione del tessuto di materia grigia nel cervello. La distribuzione della materia grigia nel cervello umano è altamente ereditaria. Gli studi mostrano inoltre che solo il 6% della materia grigia sembra essere collegata al quoziente intellettivo. Diverse fonti di informazioni concordano sull’idea che i lobi frontali siano di fondamentale importanza per l’intelligenza fluida. I pazienti con danni al lobo frontale rispondono in misura ridotta nei test di intelligenza fluida (Duncan et al 1995). Il volume di materia grigia frontale (Thompson et al 2001) e della sostanza bianca (Schoenemann et al 2005) sono stati anche associati con l’intelligenza generale. Inoltre, recenti studi hanno osservato questa associazione con la tecnica del neuroimaging per la corteccia prefrontale laterale. Duncan e colleghi (2000) hanno dimostrato mediante tomografia ad emissione di positroni che la soluzione di problemi sono i compiti maggiormente correlati al QI, dato il coinvolgimento della corteccia prefrontale laterale. Più di recente, Gray e colleghi (2003) hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per dimostrare che le persone che erano più abili nel resistere alle distrazioni durante un impegnativo compito di memoria avevano un QI superiore e una maggiore attività prefrontale. Per una vasta revisione di questo argomento, vedere Gray e Thompson (2004). È stato condotto uno studio che coinvolge 307 giovanissimi (di età compresa tra i sei e i diciannove anni): sono state misurate le dimensioni del cervello, utilizzando la risonanza magnetica strutturale (MRI) e una misurazione di abilità verbale e non verbale. Lo studio ha indicato che non vi è un rapporto diretto tra il QI e lo spessore della corteccia, ma piuttosto tale legame c’è con i cambiamenti di spessore nel tempo. I bambini più intelligenti sviluppano subito una corteccia spessa inizialmente e dopo subiscono un processo di assottigliamento più consistente. Garlick ha supposto che questa riduzione in spessore riflette un processo di “potatura” delle connessioni neurali e questo processo di “potatura” porta ad una miglior abilità di identificare le astrazioni nell’ambiente. Lesioni isolate ad un lato del cervello, anche a quelli che si verificano in giovane età, sembra non incidano in maniera significativa sul QI. Diversi studi giungono a conclusioni discordanti per quanto riguarda la controversa idea che il cervello sia correlato positivamente con il QI. Jensen e Reed (1993) sostengono che non esiste una correlazione diretta e non patologica dei soggetti. Tuttavia una più recente meta-analisi suggerisce altrimenti. Un approccio alternativo ha cercato di collegare le differenze di plasticità neurale con intelligenza (Garlick, 2002), e questo punto di vista ha recentemente ricevuto qualche sostegno empirico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Gravidanza e bambino podalico: manipolazione ed esercizi

MEDICINA ONLINE DONNA GRAVIDANZA INCINTA PANCIA ANATOMIA IMMAGINI FETO BAMBINO BIMBO POSIZIONE PODALICO ESERCIZI MANIPOLAZIONE GINECOLOGO OSTETRICO.jpgNell’ultimo trimestre il ginecologo verifica la posizione del bambino che idealmente dovrebbe aver assunto la cosiddetta posizione anteriore con la testa rivolta verso il basso vicino al canale del parto e il viso girato la schiena della mamma.
La maggior parte dei bambini assume questa posizione naturalmente intonro al sesto/settimo mese. Può succedere, però, che il bimbo non sia girato e si presenti, dunque, con i piedi o il sederino rivolti verso il canale del parto o che abbia assunto la cosiddetta posizione occipitale, con la testa in basso ma il visto girato verso l’addome della mamma. In questo ultimo caso, spesso succede che il bambino riesca a cambiare posizione durante il travaglio o, in fase espulsiva, geniceologo o ostetrica possono intervenire perché si volti.
Nel caso in cui, però, il bambino sia podalico la sola soluzione possibile per il parto è il cesareo. Come fare, dunque, per aiutare il feto a posizionarsi nel modo corretto?

MANIPOLAZIONE OSTETRICA
Le ostetriche o il ginecologo effettuano sulla pancia della mamma una sorta di massaggio che aiuta il bambino a cambiare posizione e, generalmente, a girarsi. Si tratta di una procedura abbastanza diffusa e spesso consigliata anche dai ginecologi che non comporta particolari rischi né per la mamma né per il bambino se non quello di essere inefficace.

ESERCIZI IN CASA

  • Posizion dei cuscini non troppo morbidi sotto al bacino in modo da sollevare la schiena di circa 30 cm. Piega le gambe e respira profondamente cercando di rilassarti. L’esercizio va ripetuto 3 volte al giorno per 10 minuti. Meglio eseguirlo a stomaco vuoto per evitare nausee.
  • Assumi la posizione del gatto inginocchiandoti a terra e appoggiando al suolo gli avambracci. Porta il mento verso il petto e il sedere verso l’alto. Questo permette di allargare la parte inferiore dell’utero consentendo al bimbo di girarsi. Ripeti l’esercizio  2 volte al giorno per 10 miniuti possibilmente a stomaco vuoto.
  • Siediti sul divano e porta le ginocchia al petto. Appoggia, quindi, i palmi delle mani a terra (chiedi a qualcuno che ti aiuti sostenendo le spalle) e porta il mento al petto. Esegui l’esercizio 3/4 volte al giorno per massimo 30 secondi.FA

FATTORI DI DISTRAZIONE
Talvolta per far girare il bambino è sufficiente fare degli impacchi freddi o molto caldi all’altezza del pube, avvicinare della musica o una torcia accesa in modo da attirare l’attenzione del bambino.

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Olio essenziale di eucalipto: usi e proprietà

MEDICINA ONLINE ESSENTIAL OIL OILS AROMATHERAPY AROMATERAPIE AROMATERAPIA OLIO ESSENZIALE OLII OLI VETTORE MASSAGGIO MASSAGE EUCALIPTO BERGAMOTTO COSMETICA MANDORLE ARGAN AVOCADO ROSMARINO LIMONE MENTA PIPERITA LAVANDA WALLL’olio essenziale di eucalipto è ricavato dalla specie Eucaliptus globulus, pianta della famiglia delle Mirtaceae. L’essenza di eucalipto è rinomata per le sue proprietà benefiche che esplica in caso di raffreddore, sinusite e altri disturbi alle vie respiratorie. Può essere un blando rimedio naturale contro il mal di testa e per lenire i fastidi della cistite. La produzione dell’olio essenziale di eucalipto avviene per distillazione in corrente di vapore di foglie e germogli.

L’essenza di eucalipto annovera proprietà balsamiche, anticatarrali, espettoranti, mucolitiche, antisettiche, analgesiche, calmanti, febbrifughe e rinfrescanti. In questa pagina vedremo come usare l’olio essenziale di eucalipto per trarne i migliori benefici.

Olio essenziale di eucalipto per profumare gli ambienti

Questa essenza è caratterizzata da un profumo fresco, balsamico e legnoso, quindi si presta perfettamente per deodorare l’ambiente domestico in modo naturale. Per profumare gli ambienti con l’olio essenziale di eucalipto se ne usa una singola goccia per ogni mq della stanza in cui s’intende diffondere l’aroma. Si può inserire negli umidificatori dei temosifoni o nei diffusori di oli essenziali, si sconsiglia l’uso di bruciatori.

Olio essenziale di eucalipto come decongestionante

I principi attivi dell’olio essenziale di eucalipto svolgono una potente azione mucolitica, espettorante e decongestionante, sono accompagnati dai monoterpeni, sostanze ad azione antispasmodica e balsamica. Grazie a queste proprietà l’olio essenziale di eucalipto è molto utile in caso di affezioni delle vie respiratorie come mal di gola e tosse, è utile inoltre a chi vuole smettere di russare in modo naturale. Sempre per lenire i sintomi del raffreddore e decongestionare le vie aeree, è possibile aggiungere qualche goccia di olio essenziale di eucalipto come aerosol. Chi non dispone della macchinetta per fare l’aerosol non dovrà fare altro che aggiungere 6-7 gocce in un pentolino d’acqua calda e respirare il vapore prodotto avendo cura di coprire la testa con un asciugamano così da formare una piccola camera di inalazione.

Olio essenziale di eucalipto per lavande vaginali

In caso di cistite e prurito intimo è possibile sfruttare le proprietà rinfrescanti dell’essenza di eucalipto. Basterà aggiungere 10-15 gocce di olio essenziale di eucalipto in 300 ml di acqua calda.

Olio essenziale di eucalipto per la cura dei capelli

Le proprietà dell’olio essenziale di eucalipto sono molteplici e tornano utili anche quando si parla del benessere di pelle e capelli. Basterà aggiungere 10 gocce di olio essenziale a uno shampoo neutro per favorire la pulizia della cute e eliminare la forfora.

Olio essenziale di eucalipto per lenire i dolori muscolari

Combinato all’olio di mandorle dolci può dare vita a un unguento lenitivo per massaggi atti a distendere le tensioni muscolari. Per contrastare i dolori muscolari fate sciogliere 3 gocce di olio essenziale per ogni cucchiaio di olio di mandorle.

Dove comprare l’olio essenziale di eucalipto

E’ possibile comprare l’olio essenziale di eucalipto presso botteghe specializzate nella vendita di prodotti naturali e nelle erboristerie più fornite. Il prezzo dell’olio essenziale di eucalipto varia in base al produttore, al rivenditore ma soprattutto in base alla materia prima: gli oli essenziali più costosi sono quelli che usano piante coltivate con il metodo dell’agricoltura biologica, quindi privi di pesticidi chimici e fertilizzanti artificiali. Nei negozi, il prezzo per un flacone da 10 ml è di circa 4-7 euro, online al medesimo prezzo è possibile acquistare flaconi da 30 ml.

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Differenza infiammabile, combustibile, comburente e facilmente infiammabile

MEDICINA ONLINE FLAME FIRE WOMAN WALLPAPER PHOTO PICTURE HD HI RESOLUTION METABOLISMO BASALE CALORIE BRUCIA USTIONE CALORE CALDO HOT CALOR SEXY BABY INFIAMMABILE FUOCO FLAMMABLE DANGER.jpgInfiammabile o facilmente infiammabile

La regolamentazione distingue due gruppi di sostanze infiammabili: quelle “solo” infiammabili e quelle “facilmente” infiammabili. Premetto che, per semplicità di scrittura, parlerò prevalentemente di sostanze senza distinguere tra sostanze pure, miscele, preparati, soluzioni e quant’altro a meno che non sia strettamente necessario, o che non stia citando una qualsiasi fonte.

Le sostanze facilmente infiammabili sono le seguenti:

  • sostanze e preparati liquidi il cui punto di infiammabilità è inferiore a 21 °C (compresi i liquidi estremamente infiammabili), o
  • sostanze e preparati che a contatto con l’aria, a temperatura ambiente e senza apporto di energia, possono riscaldarsi e infiammarsi, o
  • sostanze e preparati solidi che possono facilmente infiammarsi per la rapida azione di una sorgente di accensione e che continuano a bruciare o a consumarsi anche dopo l’allontanamento della sorgente di accensione, o
  • sostanze e preparati gassosi che si infiammano a contatto con l’aria a pressione normale, o
  • sostanze e preparati che, a contatto con l’acqua o con l’aria umida, sprigionano gas facilmente infiammabili in quantità pericolose.

Per le sostanze infiammabili, la sigla di riferimento è H3-B.

Infiammabile e combustibile

Di particolare rilievo è la differenza tra “infiammabile” e “combustibile” per quanto riguarda le sostanze solide. Infatti, la caratteristica di infiammabilità (che, tra l’altro, prevede il solo gruppo H3-A) va assegnata a sostanze che bruciano “rapidamente”, evitando di coinvolgere inutilmente sostanze di ordinaria combustibilità quali, ad esempio, il legno.

Combustibile

Dato che il comburente (ossigeno) è allo stato gassoso, anche il combustibile deve essere gassoso per poter reagire. I combustibili di tipo solido o liquido devono passare attraverso il processo di evaporazione o sublimazione per poter innescare la combustione.
I combustibili solidi possono essere suddivisi in difficilmente combustibili e combustibili propriamente detti, che a loro volta possono essere classificati in sostanze facilmente accendibili e sostanze difficilmente accendibili. Le sostanze difficilmente combustibili bruciano solo in presenza di un innesco costante, mentre quelle combustibili proseguono con il processo della combustione per autocatalisi. La differenza tra sostanze facilmente accendibili e sostanze difficilmente accendibili sta nella quantità più o meno elevata di energia di innesco da loro richiesta.
I combustibili liquidi che richiedono una bassa temperatura di infiammabilità sono detti volatili. I liquidi infiammabili possono accendersi anche non in presenza di una fiamma, poiché raggiungono facilmente la temperatura di autoaccensione. Quei liquidi la cui temperatura di infiammabilità è inferiore ai 21°C possono dare luogo a sostanze esplosive. Esempi sono l’acetone, la benzina, il benzolo, l’alcool, l’etere. I liquidi la cui temperatura di infiammabilità si trova tra 21°C e 65°C sono detti infiammabili. Esempi possono essere il petrolio, l’acqua ragia, il tricloroetano. Se il punto di infiammabilità supera i 65°C, questi sono detti liquidi combustibili. Tra questi, le nafte, le vernici grasse, gli oli combustibili, gli oli lubrificanti, gli oli commestibili di origine vegetale ed animale.
I combustibili gassosi non necessitano di una temperatura di infiammabilità, dato che per loro è già possibile miscelarsi con l’ossigeno.
In un ambiente chiuso, i gas si dispongono a strati di densità crescente a seconda del proprio peso, miscelandosi in proporzioni diverse con l’ossigeno già presente in quel dato ambiente. Il campo di infiammabilità è quella zona in cui la miscela tra combustibile e ossigeno è tale da consentirne la combustione. La zona all’interno del campo di infiammabilità in cui la proporzione tra gas e ossigeno permette una combustione violenta è detta miscela tonante.
I gas sono suddivisi in infiammabili, ininfiammabili, reattivi e tossici. I gas infiammabili possono bruciare in miscela con l’ossigeno ad una concentrazione data. I gas ininfiammabili non possono bruciare in miscela con l’ossigeno in nessun caso. I gas reattivi son quei gas che combinati con altre sostanze possono dare origine a reazioni diverse dalla combustione. I gas tossici sono semplicemente quei gas pericolosi per la salute dell’uomo una volta rilasciati in aria. A volte i gas sono distinti tra gas combustibili, cioè quei gas usati come combustibili miscelati con l’aria, gas industriali, cioè qualsiasi gas usato per processi industriali, e gas per uso medico.
Ricordiamo che gas leggeri come l’idrogeno e il metano hanno una densità inferiore rispetto all’atmosfera, dunque quando vengono liberati tendono a salire verso l’alto, mentre gas pesanti come il gpl e l’acetilene hanno una densità maggiore rispetto all’aria e tendono a stratificarsi verso il basso.

Comburente

Generalmente, dato che la combustione è un processo di ossidazione, il comburente è l’ossigeno, che si trova con una concentrazione del 21% nell’atmosfera terrestre. I perossidi e gli esplosivi fanno eccezione a questa regola dato che contengono ossigeno sufficiente ad innescare il processo di combustione anche in assenza di aria.

 

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Ann Elizabeth Hodges: unica persona al mondo colpita da un meteorite

MEDICINA ONLINE ANN ELIZABETH HODGES METEORITE MONDO COLPITA MORTE.jpgIl 30 Novembre del 1954, Ann Elizabeth Hodges si trovava sul divano di casa sua, a Sylacauga in Alabama, quando fu svegliata da un forte rumore e qualche dolore. Si alzò e fece una scoperta davvero sorprendente: una roccia nera di ignota provenienza si trovava nel suo salotto.

La signora Hodges divenne, in questo modo e involontariamente, la prima persona al mondo nella storia moderna e di cui si aveva notizia ad essere stata colpita da un sasso caduto dallo spazio.

Si trattava di un meteorite, un pezzo di una meteora che aveva penetrato e resistito all’atmosfera per finire nel salotto di casa Hodges. E con una traiettoria del tutto insolita: caduta dal cielo, infatti, aveva forato il tetto dell’abitazione, rimbalzato sulla radio per finire direttamente sulla coscia dell’ignara donna.

Una foto di Ann Hodges nel 1954 mostra il livido lasciato sulla sua coscia dopo essere stata colpita dal meteorite. Nel dicembre dello stesso anno, la rivista Life definì “l’incidente” come “il primo caso di aggressione da parte di un autentico missile cosmico nei confronti degli Stati Uniti” e soprannominò il meteorite opaco e nero Big Bruiser From The Sky.

Il meteorite riscosse un’immediata reazione a Sylacauga. Secondo l’Encyclopedia of Alabama, più di 200 persone, tra vicini, amici, sconosciuti e i media, rimasero sconvolti dall’accaduto. Billy Field, un cittadino di Sylacauga, fu intervistato sul meteorite da parte della University of Alabama Honors College, nel 2009.

“Mi ricordo che là fuori, c’erano auto in fila come se tutto l’Alabama stesse andando ad una partita di calcio. Le auto erano in fila e, lentamente, tutte passavano davanti l’abitazione della signora Hodges per guardare la casa della stella cadente”, racconta Field, professore di telecomunicazioni e cinema nello stato dell’Alabama.

Dopo una lunga battaglia legale, la signora Hodges e suo marito assicurarono l’oggetto delle dimensioni di un pompelmo e lo donarono in seguito al Museo di Storia Naturale dell’Alabama, dove si trova tuttora.

Una storia ai limiti della realtà quella della signora Hodges. Gli astronomi oggi dichiarano che le possibilità di una collisione con un meteorite sono davvero molto basse, ma non impossibili. E, si sa, sebbene il mondo sia tanto grande, gli scherzi del destino ci mettono lo zampino. Tanto che, in un Universo immenso, su di un pianeta vasto, un continente tanto grande, un meteorite può persino raggiungere il salotto di casa.

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