Le nostre piscine sono piene di urina

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma NOSTRE PISCINE SONO PIENE DI URINA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgComplice il fluire dell’acqua ed i movimenti che facciamo mentre nuotiamo, in piscina lo stimolo di urinare è sempre dietro l’angolo. Ma quanti escono per andare alla toilette e quanti invece la fanno direttamente in piscina? Tantissimi, almeno a giudicare dai risultati di uno studio canadese che ha estrapolato la quantità di urina disciolta negli impianti analizzando la concentrazione in acqua di un dolcificante.

La ricerca
L’acesulfame potassico, o acesulfame K (noto anche come E950, un additivo alimentare sostitutivo dello zucchero), è contenuto in gran parte dei cibi industriali e transita nel nostro corpo finendo, inalterato, nei prodotti di scarto. Lindsay Blackstock, ricercatrice dell’università di Alberta, ha misurato la quantità di E950 in due piscine pubbliche canadesi per un periodo di tre settimane, scoprendo negli 830 mila litri di capienza di una piscina grande un terzo di quelle olimpioniche, ci sono 75 litri di urina. In una seconda piscina, grande la metà, i litri di urina sono risultati 30. Anche se non è noto il numero di persone che hanno “contribuito”, dati i sistemi di pulizia dell’acqua si pensa che l’apporto sia stato costante durante il giorno.

Idromassaggio
L’analisi di 8 vasche a idromassaggio ha rivelato livelli di urina ancora più alti. Nella Jacuzzi di un hotel le concentrazioni di dolcificante sono risultate tre volte maggiori che nella peggiore piscina. In tutto, tra idromassaggi, impianti pubblici e privati, i ricercatori hanno analizzato 31 vasche, e tracce di urina sono state trovate nel 100% dei casi.
Non esistono indicatori istantanei che rivelino se qualcuno si sta “liberando” in vasca – la storia della nuvola fluorescente che vi hanno raccontato da bambini è una bufala – tuttavia le componenti dell’urina, reagendo con i disinfettanti disciolti in piscina, possono creare sottoprodotti irritanti per occhi e vie respiratorie.

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Testicoli piccoli: quali sono le cause e le dimensioni normali?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO TESTICOLI SCROTO PENE ANATOMIA SESSO SPERMA IPOGONADISMO LIQUIDO SEMINALE UOMOIl testicolo fa parte dell’apparato genitale maschile, è contenuto nello scroto ed ha la funzione principale di produrre gli spermatozoi (la parte dello sperma deputata alla fecondazione) ed alcuni ormoni fra i quali il testosterone. Il testicolo è costituito dalla tunica albuginea e dalle sue dipendenze, da un parenchima costituito dai tubuli seminiferi, e dallo stroma che circonda i tubuli seminiferi e contenente quest’ultimo le cellule di Leydig a funzione endocrina. Per approfondire l’anatomia e le funzioni di testicoli e scroto, vi invitiamo a leggere questo articolo: Testicoli e scroto: dimensioni, anatomia e funzioni in sintesi

Quali sono le dimensioni di un testicolo normale?

I testicoli hanno grossolanamente la forma di un ovale e misurano mediamente:

  • 5 centimetri circa di lunghezza;
  • 3 centimetri circa di larghezza;
  • 3 centimetri circa di profondita.

Il peso dei testicoli – dopo la pubertà – è di circa 17-23 grammi l’uno, compreso l’epididimo, che da solo può pesare 4-5 grammi. I due testicoli non sono simmetrici: il testicolo sinistro è lievemente più basso del destro, la ragione di questo fatto è dovuto all’anatomia delle vene genitali ed è anche correlato alla possibile formazione di varicocele.

Leggi anche: Varicocele: sintomi, operazione ed effetti sull’erezione

Quali sono le cause di testicolo piccolo?

I testicoli possono essere più piccoli rispetto alle misure appena citate, tuttavia – parimenti a quello che succede con il pene – dimensioni ridotte non significano necessariamente che i testicoli non riescano a svolgere adeguatamente le due funzioni (spermatogenesi e produzione di ormoni androgeni). Il nostro staff ha avuto pazienti con testicoli più piccoli della media, ma comunque fertili e che hanno avuto uno o più figli. Le misure ridotte di uno o entrambi i testicoli possono essere presenti alla nascita o essere secondarie ad una patologia:

  • Atrofia testicolare: il testicolo esiste, ma è atrofizzato, ossia è molto piccolo e le sacchetta scrotale appare vuota. Spesso il testicolo atrofico è la conseguenza di una torsione del testicolo avvenuta durante la vita fetale. Il testicolo atrofico è un organo senza alcuna funzione, che rischia nel tempo una degenerazione neoplastica, pertanto si consiglia in genere di asportarlo chirurgicamente.
  • Ipogonadismo: i testicoli sono più piccoli del normale a causa di una inadeguata secrezione di ormoni sessuali (ad esempio testosterone ed estrogeni) da parte delle gonadi (ovaio o del testicolo). Ne esiste una forma primaria anche detta ipogonadismo ipergonadotropico in cui si ha difetto di produzione ormonale della gonade e una forma secondaria anche detta ipogonadismo ipogonadotropo causata da difetto ipotalamico di produzione di GnRH o da una impossibilità dell’ipofisi di secernere LH e FSH.
  • La sindrome di Klinefelter: è una malattia genetica caratterizzata da un’anomalia cromosomica in cui un individuo di sesso maschile possiede un cromosoma X soprannumerario. Normalmente le donne possiedono due cromosomi sessuali XX e gli uomini uno X e uno Y: gli individui affetti dalla sindrome di Klinefelter hanno almeno due cromosomi X e almeno un cromosoma Y. Perciò gli individui con tale cariotipo sono solitamente indicati come “maschi XXY” o “47,XXY”.
  • Sindrome di Kallmann: è una malattia genetica nella quale, a causa di una difetto dei cromosomi, l’ipotalamo e l’ipofisi non controllano correttamente la secrezione degli ormoni e non si ha lo sviluppo sessuale del soggetto.
  • Varicocele. Un’altra possibile causa di testicoli piccoli è il varicocele, una dilatazione delle vene dello scroto, la sacca in cui si trovano i testicoli. Questa patologia colpisce per lo più l’uomo dai 15 ai 25 anni, mentre è raro che si presenti durante la crescita e in età avanzata. Il varicocele può essere primario, se la causa è un malfunzionamento delle valvole della vena testicolare, o secondario se dipende da altre patologie, come un tumore pelvico o addominale.

Se i vostri testicoli sono solo leggermente più piccoli della media, ma completamente sani, allora c’è una buona notizia per voi: secondo uno studio della Emory University di Atlanta, in Georgia, gli uomini con i testicoli più piccoli sarebbero dei padri migliori. Pare infatti che, probabilmente a causa del minore testosterone in circolo, questi papà siano più dolci e passino più tempo coi loro bambini.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra caffè lungo, corto e ristretto: qual è il più forte?

MEDICINA ONLINE CAFFE CAFFEINA THE TE TEINA ECCITANTE ASTINENZA GINSENG LUNGO CORTO ORZO MACCHIATO CALDO FREDDO TAZZA GRANDE VETRO DIFFERENZE COFFE ESPRESSO AMERICANO WALLPAPER PIC PICTURE HI RES PHOTOSolo gli esperti di caffè sono capaci di riconoscere la vera qualità di un buon caffè. Il vero caffè italiano si distingue in caffè ristretto, caffè corto e caffè lungo.

CAFFÈ RISTRETTO

Il caffè ristretto è un espresso concentrato. Si ottiene lasciando fluire poco liquido nella tazzina, solo le prime frazioni, si ottiene così 15-20 millilitri di bevanda.  La caffeina contenuta nel caffè ristretto è molto ridotta rispetto agli altri tipi di caffè.

CAFFÈ CORTO

Il caffè corto, è un caffè espresso normale, dolce e  aromatico. La bevanda ha la stessa concentrazione di caffeina di un caffè lungo, ma è meno liquido. Si ottiene una bevanda di 50-65 millilitri.

CAFFÈ LUNGO

Il caffè Lungo si ottiene lasciando fluire molta acqua nella tazzina, fino ad ottenere una bevanda di circa 130-170 millilitri. Si ha cosi un caffè con minore concentrazione di aromi e alta concentrazione di caffeina.

Qual è il più forte?

Il caffè più forte è quello lungo.

La migliore selezione di tè, tisane e caffè

Qui di seguito trovate una lista con la migliore selezione di tè, infusi e caffè provenienti da tutto il mondo, di altissima qualità e scelti dal nostro Staff di esperti ed appassionati. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca.

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Doping nei bambini: perché è così diffuso e quali farmaci vengono usati

MEDICINA ONLINE KIDS PLAY FOOTBALL CALCIO SOCCER ALLENAMENTO PALLONE SPORT DOPING ADOLESCENTE MIGLIORE PUBERTA SVILUPPO ETA EVOLUTIVA CONSIGLIO SQUADRA SALUTE FORZA MEDICO DELLO SPORT VISITA AGONISTICO.jpgDoping è un termine inglese che tradotto in italiano significa “fare uso di droghe o sostanze stupefacenti”. Nell’ambito sportivo significa usare sostanze o procedimenti destinati ad aumentare artificialmente il rendimento in occasione di una gara sportiva.I composti chimici utilizzati illecitamente nello sport sono molti, con diversi meccanismi d’azione e diverso grado di pericolosità.
Oggi il doping è diventato un fenomeno sociale preoccupante, non più circoscritto alla sola cerchia degli atleti professionisti e non più limitato al giorno prima della gara, ma esteso a vasti strati della popolazione sportiva con coinvolgimento dilagante dei più giovani e fin anche dei bambini.

Perché è così diffuso?

Per un giovane la ricerca del successo può essere così attraente e irresistibile che può perdere di vista che cosa sia giusto e cosa no ed essere più importante della prospettiva di seri danni alla salute da abuso di farmaci. Per qualcuno l’incentivo principale può essere quello economico.
Negli U.S.A. (Denver, Colorado) uno studio condotto nel 1995 ha evdenziato che l’età media in cui gli studenti iniziano ad usare steroidi anabolizzanti è di 14 anni (range 8-17 anni); un questionario somministrato in tale ambito rilevò l’assoluta mancanza di informazioni degli utilizzatori circa gli effetti dei farmaci da loro utilizzati e il desiderio di solo il 18% di ricevere qualche informazione dal medico di loro riferimento.
Nel 1993 il “Canadian Center for Drug-free Sport” ha stimato che il 2,8% di bambini/adolescenti con un’età compresa fra gli 11 e i 18 anni avevano usato steroidi anabolizzanti nei precedenti 12 mesi, stimando così la presenza di 83.000 utilizzatori fra gli scolari canadesi. Analogamente, in Europa venne condotto uno studio nel 1998 su 1.000 scolari inglesi. Emerse che gli steroidi anabolizzanti dopo i cannabinoidi e le amfetamine erano la droga più comunemente offerta; al 6,4% dei bambini e all’1,3% delle bambine era stato proposto l’uso degli steroidi anabolizzanti.

Quali sostanze vengono utilizzate e quali sono i rischi per la salute?

Il doping ormonale include l’ormone maschile testosterone ed i composti chimici a questo affine. I rischi per la salute legati all’abuso di questi farmaci sono molteplici. Oltre a difetti nella struttura del tessuto muscolare che predispongono a rottura dei tendini sotto sforzo, possono essere epatotossici; nei giovani in fase pre-pubere o appena post-pubere determinano un’accelerazione della maturazione scheletrica con arresto prematuro della crescita, nelle ragazze l’abuso di ormoni androgeni comporta irsutismo e irregolarità dei cicli mestruali o vera e propria virilizzazione a seconda della entità e della durata dell’abuso.
Determinano inoltre un aumento della pressione arteriosa, che si traduce in un aumentato rischio per eventi cardiovascolari (infarto miocardio, ictus cerebrale) e causano gravi sintomi psicotici quali stati maniaco-depressivipsicosi paranoidi e aggressività.
Vi sono inoltre segnalazioni di tumori al fegato e alla prostata in atleti che facevano uso indiscriminato di anabolizzanti. L’ormone della crescita è una proteina secreta in maniera pulsatile dall’ipofisi e viene utilizzato per la terapia dei bambini con deficit di tale ormone.
Oggi è un farmaco in gran voga fra coloro che abusano di sostanze per migliorare la propria performance atletica, non solo nelle specialità di potenza (velocità, lanci, sollevamento peso, ecc.) come nel caso degli steroidi anabolizzanti, ma anche in quelli a più alto impegno del metabolismo aerobico, quali per esempio gare di endurance.
Quando l’ormone della crescita viene somministrato a lungo termine in soggetti che non ne sono carenti provoca i segni ed una serie di patologie come gigantismo (se somministrazione avviene prima dello sviluppo) o acromegalia (se avviene al termine dello sviluppo). Il doping è un fenomeno dilagante non soltanto fra gli adulti: sempre più minorenni finiscono vittime del doping. La fascia di età a rischio si è abbassata progressivamente arrivando ad interessare i bambini/adolescenti di 8-17 anni.

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Il ruolo del medico

L’utilizzo di sostanze che migliorano la performance fisica da parte dei giovanissimi è un problema nuovo che non solo il pediatra, ma l’intera società si trova a dover affrontare per i notevoli risvolti morali che tale abuso comporta.  Il ruolo del pediatra e del medico sportivo in tal senso è “prezioso”: possono fornire informazioni reali sugli effetti positivi in termini di rendimento fisico e sulle conseguenze mediche derivanti dall’uso di sostanze “dopanti”, e possono consigliare come alternativa per raggiungere una performance atletica ottimale un “sano” allenamento e un’alimentazione bilanciata.
Il tentativo di scoraggiare il giovane tramite informazioni inesatte che sminuiscano la reale efficacia dei farmaci riduce soltanto la credibilità del medico e non aiuta nella lotta al doping. Un’azione contro il doping richiede necessariamente una comprensione delle motivazioni psicologiche e sociali che portano un bambino o un adolescente ad abusare di farmaci e dovrebbe essere rivolta anche agli adulti, allenatori, organizzatori di eventi sportivi, genitori di bambini/adolescenti sportivi.
La pratica del doping ha quindi pochi vantaggi e tantissimi rischi. È questa la ragione per cui in tutto il mondo si cerca di debellarla. Le metodiche punitive antidoping non hanno dato ad oggi i risultati attesi. Nell’ambito di un fenomeno endemico che affonda le sue radici nella società e che al momento non trova ostacoli al suo diffondersi, il ruolo del medico appare cruciale.
Come sottolineato dalla Società Americana di Pediatria, la prevenzione tramite l’istruzione appare il primo strumento da utilizzare. È compito poi del medico identificare i giovani a rischio, comprenderne le motivazioni e tentare di allontanarli dal doping; compito del medico è anche quello di seguire clinicamente colui che ha fatto uso di doping, prescindendo dai propri pregiudizi ed impostando un piano diagnostico e terapeutico come per qualunque altro paziente.

Come prevenire e contrastare il doping?

La società americana di pediatria ha emanato una serie di raccomandazioni per guidare il pediatra nei casi certi o sospetti per doping e soprattutto per prevenire l’avvicinamento dei giovanissimi a tale pratica:

– l’utilizzo delle sostanze volte a migliorare la performance fisica deve essere fortemente sconsigliato;
– i genitori devono assumere una posizione forte e convincente contro il doping e quando possibile devono richiedere che gi allenatori vengano adeguatamente informati circa gli eventi avversi del doping;
– la scuola, i comitati organizzativi sportivi devono scoraggiare attivamente il doping e provvedere a programmi educativi volti a formare gli allenatori, i genitori e gli atleti;
– programmi educativi che incoraggino una competizione agonistica senza doping devono essere propagandati. Tali programmi devono sottolineare la validità di una alimentazione corretta, di un allenamento sano rispetto ad un abuso di farmaci che comporta danni fisici ancora non completamente noti. Una formazione di tipo psicologico deve essere fornita al giovane per aiutarlo a non cedere alle pressioni che lo portano verso il doping;
– la scuola, le squadre devono promuovere la discussione aperta dell’utilizzo dei farmaci in ambito sportivo. Devono propagandare il concetto che il doping va evitato non per la paura di essere scoperti ai test antidoping, ma perché è immorale voler vincere a tutti costi sugli altri facendo il ricorso a farmaci;
– domande circa l’uso dei farmaci dopanti devono essere poste nel corso della visita medica, nello stesso modo con cui si chiede circa l’uso del tabacco e dell’alcol;
– coloro che ammettono di far ricorso al doping devono essere adeguatamente informati circa i benefici in ambito sportivo, gli effetti avversi noti e la mancanza attuale di dati sugli effetti a lungo termine nei giovani utilizzatori. Fondamentale è individuare la sostanza di cui il giovane abusa per poter instaurare se necessario un programma diagnostico e terapeutico;
– il pediatra che segue un giovane che ammette di utilizzare sostanze doping deve tentare di capirne le motivazioni, deve valutare la possibilità di abuso di altre sostanze illecite quali stupefacenti, e deve tentare di proporre come valide alternative salutari e moralmente corrette nel raggiungimento degli obiettivi sportivi;
– i non-utilizzatori di sostanze doping devono essere incoraggiati nella loro scelta, instaurando così con loro un dialogo aperto sull’argomento.
– I pediatri, infine, devono promuovere lo sport fra i giovanissimi, fornendo informazioni sugli effetti benefici dell’attività fisica in un organismo in crescita, sull’importanza di una sana alimentazione, su come mantenere un peso corporeo adeguato, su come prevenire le lesioni da sport.

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Crepes alla Nutella o crema alla nocciola: ricetta di uno dei dolci più buoni

MEDICINA ONLINE MARMELLATA GELATINA CONSERVA MOSTARDA SENAPE VERDURA FRUTTA OLIO CROSTATA CREPE NUTELLA CIOCCOLATO BARATTOLO BOTULINO DISINFEZIONE COTTURA BOLLITURA DOLCE PESCA KIWI CREMA NUTELLA LIMONI RICETTA CACAO FATTA IN CASA.jpgOggi vi presento una delle ricette più gustose in assoluto: le crepes alla Nutella. Il costo della materia prima è veramente basso e la preparazione non è affatto laboriosa per cui vale davvero la pena provare a farle in casa.

Ingredienti

  • 3 uova;
  • 250 gr di farina;
  • 500 ml di latte;
  • 50 gr di zucchero;
  • un pizzico di sale;
  • Nutella a piacere, in alternativa puoi usare la crema alla nocciola fatta in casa;
  • zucchero a velo o cacao dolce in polvere.

Tempo di preparazione:
20 Minuti

Tempo di cottura:
2 Minuti

Dosi:
4 Persone

Difficolta:
Facile

Procedimento

  1. In una terrina sbattete le uova, aggiungete lo zucchero e il latte. Cominciate poi ad aggiungere la farina sbattendo sempre con una frusta il composto. All’ultimo aggiungete il pizzico di sale.
  2. Mettete a scaldare la padella e spalmateci sopra una noce di burro. Versate l’impasto in padella utilizzando un mestolo. Il fondo della padella deve essere totalmente ricoperto.
  3. Quando i bordi della crepe cominciano a staccarsi dalla padella giratela facendo attenzione a non romperla.
  4. Terminate la cottura dell’altro lato, quindi trasferite la crepe in un piatto.
  5. Spalmate metà superficie con la quantità desiderata di Nutella. Ripiegate la crepe a metà e spolverate con zucchero a velo o cacao dolce in polvere.
  6. Per rendere diversa la vostra crepes dopo aver splamato la Nutella potete spolverarci sopra del cocco grattuggiato o dei pinoli.

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Come faccio a superare la fine di una storia d’amore?

MEDICINA ONLINE VOLTO TRISTE DONNA RAGAZZA CAPELLI SGUARDO ESTATE SUMMER MORA PELLE SKIN OCCHI OCCHIAIE TERAPIA TRATTAMENTO EYES TRUCOS DE BELLEZZA VISO DONNA RIMEDI SEXY SEX MEDICINA E“Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. Bisogna partire da questa struggente frase di C. Pavese per compiere un percorso di superamento della fine di un’amore.

Superare la negazione

Innanzitutto bisogna accettare che l’amore è finito e che nel finire ci ha completamente disarmati, come nella frase di Pavese. Senza un’accettazione di ciò qualsiasi percorso è inutile. Sembra scontato ciò, ma non lo è. All’inizio, soprattutto se la fine sopraggiunge in maniera improvvisa ed imprevista, si tende a negare il tutto o quanto meno a minimizzare. Si ritiene che l’altro ritornerà, che ha confuso qualche suo dubbio o quant’altro come mancanza d’amore.
Dopo che si è arrivati ad accettare che l’amore è realmente finito, si sprofonda in un cupo, lacerante dolore. Bisogna allora concedersi un periodo del tutto simile ad un vero e proprio lutto. In questo periodo che può durare giorni o settimane ed a volte mesi, va cacciato fuori tutto il nostro dolore. Bisogna piangere tutte le lacrime che vorremmo provare a tenerci dentro, evitando di nascondere lo sporco sotto il tappeto che porta soltanto ad una rimozione che rende più difficile il superamento della situazione. Ci si può far affiancare in questo periodo da una persona a noi cara che prestandoci semplicemente ascolto, raccogliendo il nostro dolore, ci allevierà un po’ la sofferenza. Va espressa anche tutta la rabbia che si ha dentro. Vanno analizzati eventuali sensi di colpa che si provano.

Leggi anche: La paura di restare single ti fa scegliere il partner sbagliato

Il distacco assoluto evita l’agonia prolungata

Serve un distacco assoluto dalla persona che ci ha lasciato. Spesso, per soffrire di meno, si tende a mantenere una minimo di relazione, di tipo amicale, con l’altro. Magari anche solo seguendolo sui social come Facebook o Instagram, mandandosi di tanto in tanto un messaggio. Ci si illude che così il dolore sarà meno lacerante, mentre non si fa altro che prolungare l’agonia. Inoltre questo atteggiamento nasconde la speranza, spesso inconscia, che l’amore possa ritornare. Quindi, prima che si possa riprendere un rapporto anche minimamente formale con l’altro, occorre tempo.

Leggi anche: Dipendenza affettiva: riconoscerla, affrontarla e superarla

Nuovo interesse

Nel frattempo che il tempo ci aiuti a superare la situazione, sostituiamo il nostro rapporto ormai finito con un nuovo forte interesse, che magari non riempirà appieno il baratro lasciato dal precedente, ma ci aiuterà comunque a superarlo. La natura umana aborrisce il vuoto, soprattutto nell’area dei comportamenti e delle emozioni umane. Se non colmiamo, pur parzialmente, questo vuoto, il comportamento dipendente si rafforza. Ricordarsi della massima del filosofo Nieztsche che recita “Tutto ciò che non mi uccide, mi giova”. La fine dell’amore rappresenta anche un momento di crescita, di rafforzamento delle proprie capacità di superare le difficoltà. Se ci riusciremo saremo sicuramente più forti e più maturi.

Dottore “tempo”

Non dimenticarsi del dottore “tempo” che col suo trascorrere cicatrizza qualsiasi ferita. Infine vorrei ricordare un bel verso di U. Saba “Muta il destino
lentamente, a un’ora precipita”. 
Per quanto doloroso e lento possa essere questo percorso di superamento della fine di un’amore, arriverà un’ora dove vi accorgerete di essere guariti. E vi renderete conto che il più grande amore è quello che ancora deve venire.

Se credi di non riuscire a gestire da sola o da solo la fine di una relazione, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a superare questa difficile situazione.

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Le 5 migliori tisane per affrontare freddo e cambio di stagione

MEDICINA ONLINE RAIN TORNADO COLD WATER OMBRELLO TEMPO BOSCO FOGLIE SECCHE AUTUNNO INVERNO CLIMA METEO METEREOPATIA WINTER SNOW NEVE AUTUMN LEAVES WOODS WALLPAPER Alone-sad-girl-lonely-walk-with-umbrella-miss-you-images.jpgQuali tisane sono più appropriate per affrontare il cambio di stagione? Giornate più fresche e sbalzi di temperatura. Fattori che bastano a farci sentire spossati, gonfi, con le difese immunitarie basse e pure una più accentuata perdita di capelli. È possibile rispondere al malessere che spesso porta con sé il cambio di stagione attraverso alcune tisane naturali facili da preparare e ottime da bere in ogni momento della giornata.

Echinacea e timo

Partendo dal sistema immunitario, una tisana che fa da stimolante e rinforza la barriera delle difese è quella a base di echinacea e timo. Ecco come prepararla: procuratevi l’echinacea angustifolia in radice (la maggior parte del composto di erbe deve essere costituita da questa nell’ordine del 50%) del timo, del rosmarino e dell’astragalo. Fate bollire in una pentolina dell’acqua le erbe per due minuti e poi lasciate il tutto in infusione per 10 minuti. Filtrate le erbe e bevete una tazza a stomaco vuoto per tutte le mattine per una ventina di giorni.

Ortica

Un’altra tisana che non dovete farvi mancare è quella che vi depura e al tempo stesso vi rafforza i capelli e le unghie, soggetti, in autunno, a un indebolimento. Ecco come fare: comprate le foglie di ortica in erboristeria, isolatene 30 grammi, bollite per dieci minuti, filtrate con il colino e bevete caldo o freddo (in quest’ultima veste , il decotto è anche molto dissetante). Potete bere fino a tre bicchieri di decotto al giorno. Ne gioverà molto anche l’umore, lo sapete? Sembra infatti che l’ortica abbia un ottimo effetto “antistress”.

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Bardana

La nostra pelle è la vittima numero uno dei primi freddi. Una tisana a base di bardana ci consente una depurazione dal di “dentro”, rende la pelle lucida e luminosa e rallenta la desquamazione. Ottima anche per chi soffre di pelle impura e mista. Basta una tazza al giorno, magari lontano dai pasti.

Lavanda e melissa

Ma l’autunno è soprattutto un momento di ripresa dell’attività lavorativa dopo la parentesi colorata e allegra dell’estate. Se vi sentite molto sotto pressione, potete provare a rilassarvi con una tisana che vi distenda, alla lavanda oppure prima di coricarvi, alla melissa. Oppure, se spesso vi sentite ansiose, con i battiti accelerati e i nervi a fior di pelle, allora provate per un periodo, la tisana al biancospino. È facile e veloce: basta lasciare 1 g di fiori in 100 ml di acqua bollente in infusione per dieci minuti. Poi vanno premuti, si filtrano e si bevono. Si può aggiungere un po’ di miele o qualche goccia di limone.

Infine, un occhio all’estetica. Se i bagordi dell’estate vi hanno lasciato un po’ di cellulite da smaltire, anche in questo caso, la natura vi aiuta. Chiedete in erboristeria i peduncoli di ciliegio, noti per le loro proprietà diuretiche e anticellulite. Ecco la vostra tisana: 30 g di peduncoli di ciliegio, 20 g di foglie di centella, 20 g di pilosella, 20 g di foglie di betulla, 10 g di ortica, versate un litro di acqua bollente e lasciate in infusione 10 minuti. Filtrate e bevete.

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Core stability ed allenamento in palestra

MEDICINA ONLINE MUSCOLI DIFFERENZA DISTROFIA MUSCOLARE DUCHENNE BECKER SISTEMA NERVOSO DISTROFINA GENE GENETICA MALATTIA MORBOI termini “core” e “core stability” sono sempre più in voga nel mondo del fitness e dello sport. Oggi tutti parlano di core, a tutti i livelli, in tutti gli sport. Tuttavia, il concetto stesso di core e di core stability non è ancora ben definito, nemmeno dalla comunità scientifica. In questo articolo cercherò di spiegare cos’è il core e il suo allenamento (“core stability training”), cercando di coniugare sintesi e completezza di informazione. Per chi volesse approfondire, consiglio di seguire i vari link, prima di tutti questo, un ottimo articolo del 2011 che fa il punto sullo “stato dell’arte” riguardo le conoscenze sul core e la core stability.

Cos’è il core?
Il termine “core” in inglese significa “nucleo”. Anatomicamente, il core è composto da una complessa serie di muscoli della regione compresa tra le braccia e le gambe. Si tratta di muscoli che si attivano durante qualunque movimento del corpo umano, dal più piccolo e semplice, fino al più complesso.
I termini “core” e “core stability” nascono agli inizi degli anni 90, ma la loro notorietà s’impenna con l’inizio del nuovo millennio. È molto interessante fare una breve analisi riguardo la storia degli studi sul core, ricerche che oggi non sono più allo stato iniziale, ma sono ben lungi dall’aver definito in modo chiaro quale siano le funzioni del core e come vada allenato in modo ottimale.
Tutto nasce dalla teoria dell’instabilità vertebrale, iniziata negli anni 60 e considerata la causa principale dei problemi articolari alla schiena. Secondo questa teoria la maggior parte dei problemi alla schiena sarebbe causato dall’instabilità vertebrale, cioè dal venir meno della capacità dell’organismo di limitare i movimenti dei vari segmenti della colonna vertebrale. Infatti, gli elementi passivi del tronco (la colonna vertebrale, i dischi intervertebrali e i legamenti) sono molto instabili e da soli sono in grado di assorbire carichi molto bassi. Solo quando interviene la muscolatura del tronco, insieme alle due “camere” costituite dalla cavità toracica e da quella addominale (nel complesso, il “core”), il sistema aumenta in modo esponenziale la capacità di assorbire carichi statici e dinamici. Si iniziò quindi a pensare che il mal di schiena fosse causato dal venir meno delle funzioni del “core”, in termini non solo di forza e di resistenza, ma anche di coordinazione neuromuscolare. Infatti non è solo importante che i muscoli del core siano forti e resistenti, ma anche che si attivino nel momento e nel modo giusto per ottimizzare la funzione di protezione della colonna vertebrale. Lo avevamo visto nell’articolo sul mal di schiena: i soggetti con lombalgia hanno uno dei muscoli fondamentali del core (il multifidus dorsi) sottosviluppato e un difetto nel tempismo di contrazione del core che avviene prima di effettuare qualunque movimento. Il core è costituito da muscoli cosiddetti stabilizzatori (trasverso dell’addome, obliquo interno, multifido, trasverso spinale lombare), che hanno la funzione di aumentare la pressione intraddominale e di “preparare” la colonna vetebrale ad assorbire in modo ottimale l’aumento di carico; e muscoli di movimento (retto dell’addome, obliquo esterno, erettori spinali, quadrato dei lombi, adduttori, quadricipite, ischio-crurali, grande gluteo, ecc), responsabili dei movimenti del tronco. Per la salute della schiena è fondamentale che i muscoli stabilizzatori si attivino, con il giusto tono e la giusta coordinazione, PRIMA che si attivino i muscoli di movimento. In seguito si capì che non solo i muscoli del tronco erano coinvolti in questo meccanismo di stabilizzazione, ma anche i muscoli dell’anca e quelli del cingolo scapolare. Oggi, le ultime definizioni di “core” parlano di “zona compresa tra le spalle e le anche”, comprendendo quindi tutta la schiena, anche la zona dorsale.
Gli studi sulla funzione del core si concentrarono inizialmente sulla protezione nei confronti degli infortuni alla schiena, e soprattutto della bassa schiena. Oggi i ricercatori stanno scoprendo che l’efficienza del core è anche coinvolta nella prevenzione e nella cura degli infortuni alle estremità, come per esempio quelli alle ginocchia. Infatti una instabilità a livello delle anche può causare un disallineamento dell’articolazione del ginocchio, che non lavorando “in asse” è soggetta a sollecitazioni anomale che, a lungo andare, possono causare infortuni come la condropatia rotulea.
L’avanguardia dello studio sulla core stability riguarda la sua influenza sulle prestazioni sportive. Gli studi a riguardo sono ancora pochi, e hanno trovato correlazioni medie o deboli tra la prestazione sportiva e la core stability. Tuttavia, probabilmente questi studi sono influenzati dal fatto che allo stato attuale non esiste ancora un metodo standardizzato e riconosciuto internazionalmente per misurare la core stability.

Cos’è la core stability?
Il termine “core stability” (stabilità del core) è diventato di uso comune nella letteratura scientifica internazionale solo dalla fine del secolo scorso, inizialmente solo nel campo della riabilitazione da infortuni, in seguito anche nel campo del fitness e del benessere. Secondo McGill (2001), un programma di allenamento della core stability in campo riabilitativo è finalizzato all’allenamento dei muscoli del core al fine di ottenere una sufficiente stabilità della spina dorsale.
Come abbiamo visto, ormai è ampiamente dimostrato come un core forte ed efficiente sia in grado di prevenire gli infortuni alla schiena e anche alle estremità (ginocchia in primis), e probabilmente influenza anche la prestazione (questa, allo stato attuale, è solo una ipotesi).
Oggi la core stability è inserita praticamente in tutti i programmi riabilitativi, e non solo in quelli del tronco, ma anche in molti programmi di riabilitazione degli infortuni alle estremità.
E non solo: oggi la core stability è inserita in tutti i programmi di allenamento degli atleti professionisti, ed è sempre più utilizzata anche dagli amatori. Nel campo del fitness il cosiddetto “functional training”, di cui la core stability è un caposaldo, è sempre più di moda e si sta pian piano affermandosi a discapito delle macchine e dei sistemi tradizionali di allenamento.
Insomma, la core stability è diventata ormai un complemento necessario, da affiancare al normale allenamento per il proprio sport preferito, o da integrare all’interno di un programma di fitness finalizzato al benessere o alla forma fisica. Ma come si deve impostare un programma di core stability?

La core stability in pratica
Il core può essere considerato come il “collegamento” tra parte alta e bassa del corpo, o tra le braccia e le gambe. I tipici esercizi che attivano il core, dunque, sono quelli che prevedono movimenti complessi, dove sia le braccia che le gambe sono coinvolte.
Anche gli esercizi in condizioni precarie di equilibrio coinvolgono i muscoli del core.
Infine, tutte le posizioni che mettono in crisi la posizione allineata della colonna, costringendo il soggetto ad attivarsi per mantenerla, sollecitano in modo importante i muscoli del core.
L’allenamento del core va inteso in due momenti: nella prima fase ci si concentra solo sull’attivazione e l’allenamento in isolamento dei muscoli del core, nella seconda fase si cerca di attivare correttamente il core nell’esecuzione dei movimenti della vita quotidiana e nella pratica sportiva. Avere un core fortissimo e non saperlo attivare quando serve non è di grande utilità. Lo abbiamo visto all’inizio dell’articolo: non è importante solo la forza, ma anche la coordinazione dei muscoli del core.
Gli esercizi fondamentali per l’allenamento del core sono i cosiddetti “ponti” (plank e bridge, in inglese), in tutte le loro versioni e progressioni didattiche, dall’esercizio più semplice a quello più complesso. Si tratta di esercizi prevalentemente statici, o che prevedono movimenti minimi, finalizzati allo sviluppo della forza e della resistenza del core. Possono anche essere utilizzati per valutare l’attuale stato di forma del core. In rete trovate tantissimi video che illustrano l’esecuzione corretta dei ponti.
Gli esercizi effettuati in condizioni precarie di equilibrio prevedono l’uso di fit ball, BOSU trainer, TRX, pedane, slackline, ecc. Si basano sul fatto che per mantenere e recuperare l’equilibrio il core deve lavorare in modo coordinato e continuo. Si tratta quindi di un lavoro di resistenza e coordinazione, oltre che di forza.
Combinando tra loro questo tipo di esercizi, si possono impostare programmi di core stability personalizzati in base alle esigenze di ognuno. È assolutamente fondamentale che il programma sia personalizzato in base alle caratteristiche del soggetto. Infatti gli esercizi di core stability, affinché siano efficaci, vanno eseguiti con una buona tecnica, perché è molto probabile che il soggetto, soprattutto se ha un core debole, esegua gli esercizi non utilizzando i muscoli del core, ma compensando con i muscoli periferici, rischiando di esacerbare lo squilibrio muscolare e il carico sulle articolazioni periferiche e della colonna, ottenendo il risultato opposto rispetto a quello voluto. La respirazione è sicuramente uno degli aspetti fondamentale per la corretta esecuzione degli esercizi di core stability.
Da ultimo, non bisogna dimenticare la mobilità articolare, un altro elemento fondamentale della salute di muscoli e articolazioni, da non trascurare in qualunque programma di allenamento, e nemmeno quindi in un programma di core stability.
Concludendo, cerchiamo di capire come integrare l’allenamento del core in un programma di allenamento. Possiamo distinguere due scenari:

  • core tropo debole, da RIABILITARE;
  • core sufficientemente forte, da mantenere o ottimizzare.

Nel primo caso, conviene dedicarsi in modo specifico alla core stability, fino ad arrivare ad un livello minimo di prestazione (in rete si trovano innumerevoli test per valutare l’efficienza del core), prima di dedicarsi ad altri sport. In genere i soggetti che si dedicano a questo tipo di allenamento hanno già sperimentato qualche infortunio oppure soffrono di mal di schiena, o alle ginocchia, a causa del loro core debole.
Nel secondo caso, è sufficiente prevedere una o due sedute specifiche alla settimana di allenamento del core (in sostituzione dell’allenamento specifico degli addominali); l’esecuzione di esercizi di core stability durante il riscaldamento; e inserire nell’allenamento esercizi che sollecitino il core, utilizzando per esempio le tecniche peculiari del functional training, particolarmente in voga negli ultimi tempi ed ormai utilizzate praticamente in tutti gli sport, a qualunque livello.

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