Bulimia nervosa: mangio troppo e senza controllo, come faccio a capire se ne soffro?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE STANCA BIANCO E NERO DEPRESSIONE SUICIDIO DISTURBO PAURACos’è la bulimia?

La bulimia (dal greco, composto di bôus “bue” e limós “fame” cioè ‘fame da bue’) è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico). La bulimia nervosa si può definire come un disturbo egodistonico, in quanto i sintomi vengono vissuti come estranei e fastidiosi, tanto che molto spesso è il paziente stesso a richiedere spontaneamente un trattamento, al contrario dell’anoressia.

Quanto è diffusa la bulimia in Italia?

In Italia il disturbo colpisce circa l’1% delle giovani donne, più al sud.  L’età d’esordio è indicativamente compresa fra i 12 e i 25 anni, anche se il picco di maggior frequenza è a 17-18 anni. È frequente negli adolescenti e nei giovani adulti. Colpisce prevalentemente soggetti di sesso femminile (90%).

In che età compare la bulimia?

Generalmente compare attorno ai 12-14 anni (tarda preadolescenza) o nella prima età adulta (18-19 anni).

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Descrizione clinica

Clinicamente la bulimia è denotata da episodi in cui il soggetto sente un bisogno compulsivo di ingerire spropositate quantità di cibo, correlati da una spiacevole sensazione di non essere capace di controllare il proprio comportamento.
L’episodio bulimico è caratterizzato dall’atteggiamento compulsivo con cui il cibo è ingerito e non dal desiderio di mangiare un determinato alimento.

Cosa scatena un episodio bulimico?

Gli episodi bulimici possono essere scatenati da alterazioni dell’umore, stati d’ansia o stress. In alcuni casi gli episodi bulimici possono anche essere programmati anticipatamente.

Tipi di bulimia

Si distinguono due tipi di bulimia:

  • con condotte di eliminazione, che vede il soggetto ricorrere regolarmente a vomito autoindotto oppure all’uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi;
  • senza condotte di eliminazione, che vede il soggetto bulimico adottare regolarmente comportamenti compensatori inappropriati (digiuni o/e intensa attività fisica), ma non dedicarsi al vomito autoindotto o all’uso di lassativi, diuretici o enteroclismi.

Quando NON è bulimia

Non vengono considerati episodi bulimici quei casi in cui vi è un’elevata assunzione di cibo saltuariamente e in contesti e situazioni particolari, né il continuo “spiluccare” durante la giornata.

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Come faccio a capire se ho la bulimia nervosa?

Capire se si soffre di bulimia nervosa non è semplice e palese come nel caso dell’anoressia nervosa. Le persone colpite sono generalmente normopeso, alcune in lieve sottopeso o sovrappeso e una piccolissima parte in grave sovrappeso.
Il DSM IV-Text Revision (cioè il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, accettato in tutto il mondo) stabilisce che, per poter effettuare la diagnosi di Bulimia Nervosa, debbano essere rispettati cinque criteri.

  1. Il primo di questi criteri sottolinea come il comportamento caratteristico dei pazienti con bulimia nervosa sia rappresentato dalla presenza di ricorrenti abbuffate, termine con il quale ci si riferisce ad una condizione definita da due precise caratteristiche, entrambe necessarie:
    A) l’ingestione, in un periodo di tempo definito (ad esempio, un periodo di due ore), di   una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle   persone assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili (Criterio A1)
    B) la sensazione di perdere il controllo durante l’episodio, come, ad esempio, la  sensazione di non riuscire a controllare cosa e quanto si sta mangiando (Criterio A2)
  2. Il secondo criterio indispensabile per fare diagnosi di bulimia nervosa è rappresentato dal frequente ricorso a inappropriati comportamenti compensatori, per prevenire l’incremento ponderale (Criterio B), tra i quali quello più utilizzato è il vomito auto-indotto, sebbene siano di comune riscontro anche l’abuso di lassativi, di diuretici e di enteroclismi o altri farmaci, nonché la pratica del digiuno o di esercizio fisico eccessivo.
  3. Terzo criterio: il paziente deve presentare un minimo di due episodi di abbuffate e comportamenti compensatori inappropriati alla settimana, per almeno tre mesi (Criterio C).
  4. Il quarto criterio (Criterio D) stabilisce che nei pazienti con bulimia nervosa l’autostima e la valutazione di loro stessi debbano essere indebitamente influenzate dalla forma e dal peso corporei.
  5. In ogni caso, non è giustificata la diagnosi di bulimia nervosa, se il disturbo si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa (Criterio E).

In caso di uso frequente di condotte di eliminazione, il paziente presenta spesso il segno di Russell; per approfondire: Segno di Russell in anoressia e bulimia: cause ed interpretazione

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Perché il cibo spazzatura crea dipendenza e come fare ad evitarlo?

HTTP://WWW.BEEFITSWHATSFORDINNER.COM/ NATIONAL CHEESEBURGER DAYIl cibo spazzatura (l’espressione è un calco dall’inglese junk food) è una tipologia di cibo considerato malsano a causa del suo bassissimo valore nutrizionale e la ricchezza di grassi o zuccheri. Riconducibili a questa tipologia di alimenti troviamo, hamburger, hot dog, patatine fritte e soft drink. Le malattie più comuni verso cui conduce l’uso dei cibi spazzatura sono l’obesità, il diabete, malattie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro, depressione.

Perché ci piace tanto?

Che cosa spinge a ordinare un hamburger e a chiedere una porzione doppia di patatine fritte, possibilmente con salse dai colori improbabili? Perché questi alimenti creano dipendenza (junk food addiction la chiamano negli Usa, con lo stesso termine che si usa per le droghe)? E, soprattutto, come fare per evitare il consumo compulsivo di cibo non solo poco ricco di principi nutritivi ma addirittura dannoso per la nostra salute e responsabile di gran parte delle patologie legate all’obesità? La ricerca più interessante sull’argomento è stata fatta in America nel 2010 presso l’Istituto Scripps di Jupiter (“Dopamine D2 receptors in addiction-like reward dysfunction and compulsive eating in obese rats” ). Tale studio ha dimostrato che il junk food agisce come una vera e propria droga sull’organismo, inducendo in chi ne consuma abitualmente una dipendenza paragonabile a quella di una sostanza stupefacente. Studi come quello americano hanno scoperto che questo tipo di alimenti, arricchiti in laboratorio con sali, zuccheri e grassi per renderli più appetibili al nostro palato, agiscono sui recettori della dopamina in maniera del tutto simile a come fanno le droghe. In altre parole, innescano quel meccanismo che porta poi alla dipendenza fisica.

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Come accade?

La dopamina è un ormone endogeno, cioè prodotto direttamente dal nostro corpo: questo tipo di cibo stimola i recettori che secernono l’ormone ma non appena questi recettori non sono più stimolati il corpo sente ‘la mancanza’ dell’ormone. Ecco spiegato perché questo tipo di cibo, se consumato abitualmente, crea una dipendenza non solo psicologica ma anche fisica. In medicina si usa un termine, “craving”, per indicare la ricerca spasmodica di questo tipo di cibo junk, spazzatura.

Come è consumato il junk food

Questo è un altro aspetto importante del problema, da non sottovalutare. Il junk food ha indotto nei consumatori una nuova esperienza di masticazione: se i cibi sono facili da masticare e deglutire, perché molto morbidi, si avrà voglia di buttar giù velocemente un secondo boccone, e poi ancora un altro e così via. Non solo: il junk food ha introdotto la brutta abitudine di non consumare i pasti con calma seduti a tavola, ma di masticare continuamente snack dalla mattina alla sera, in maniera compulsiva, quasi fossimo dei ruminanti, magari davanti alla televisione o, per i ragazzi, con un videogioco in mano. Non dimentichiamo poi che un cosiddetto pranzo completo al fast food è ricchissimo di grassi e può arrivare a contenere 2000 calorie, cioè il fabbisogno giornaliero calorico di una persona media. Una cifra spropositata, ma assolutamente priva di principi nutritivi come le vitamine e i sali minerali.

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Come evitare la dipendenza da junk food?

R: Bisogna cominciare da piccoli: è stato dimostrato che l’educazione al gusto dei bambini comincia già nel ventre materno. Fondamentale poi è il periodo di svezzamento, quando il bambino si accosta ai sapori. Una madre incinta che abusa di junk food trasmette al futuro bambino la propensione per questo gusto. Vorrei ricordare che non stiamo parlando di un problema meramente estetico: l’obesità infantile è in aumento di tutto il mondo occidentale e comporta patologie legate a una eccessiva assunzione di cibi ricchi di conservanti, coloranti e zuccheri, come i succhi di frutta. Penso ad esempio al deficit di attenzione, all’iperattività e a tutte le malattie metaboliche o dell’apparato cardio-vascolare.

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Il quoziente intellettivo? Un mito da sfatare

MEDICINA ONLINE CERVELLO INTELLIGENZA IDEA STUDIOAvete provato, magari per semplice curiosità, a sottoporvi ai test per misurare il quoziente intellettivo e il risultato è stato deludente? Non vi Continua a leggere

Sei di destra? Sei meno intelligente

MEDICINA ONLINE UOMO CATTIVO ARRABBIATO FA GESTO SILENZIO BIANCO E NERO FASTIDIO RAZZISMO PREGIUDIZIO

Premesse importanti

Visto che questo articolo sviluppa, anche a distanza di anni, delle vere e proprie “guerre” tra opposte fazioni politiche sui social come Facebook, mi sento in dovere di scrivere a posteriori questa premessa. Anticipando le possibili fallacie logiche di qualche lettore, vi comunico che questo studio e questo articolo NON vogliono dire:

  • che tutte le persone di idee politiche di sinistra o di centro siano “intelligenti”;
  • che tutte le persone di destra siano “non intelligenti”;
  • che non possa esistere un “non intelligente” che sia di sinistra o di centro;
  • che non possa esistere un “intelligente” che sia di destra;
  • che tutte le idee politiche di sinistra o di centro siano necessariamente giuste;
  • che tutte le idee politiche di destra siano necessariamente sbagliate.

Già ora possiamo quindi avvertire il lettore che il tirar fuori una lista di grandi studiosi o geni di destra, dicendo “Quei famosi premi Nobel sono di destra, quindi tutto lo studio è falso” è una chiara fallacia logica. Una lista di geni di destra non inficia né scredita i risultati dello studio. Inoltre, per definizione, il parere personale non può in alcun modo sminuire i risultati di uno studio scientifico, quindi dire “Mio zio Ugo è un genio ed è di destra, quindi lo studio è falso” (frase realmente letta su Facebook), non ha alcun senso logico. L’unico modo che ha il lettore che non sia d’accordo con questo studio, di contraddire i suoi risultati, è quello di presentare i risultati di un altro studio altrettanto autorevole che abbia risultati opposti. Tutto il resto è opinione personale e, ripeto, non smonta nulla.

Il lettore valuti inoltre che:

  1. l’affermazione contenuta nel titolo non rappresenta necessariamente l’opinione di chi scrive bensì è il risultato di una ricerca condotta dalla Brock University nell’Ontario, Canada, e pubblicata sulla prestigiosa rivista Psychological Science; il sottoscritto, in questa sede assolutamente neutrale nei confronti dei diversi schieramenti politici, ha semplicemente trovato interessante questa ricerca e meritevole di dibattito;
  2. no, non è una fake news: che siate d’accordo o no con i suoi risultati, sappiate che lo studio è vero ed è stato riportato su riviste scientifiche autorevoli. Chi dice che “questo articolo è basato su una notizia falsa”, sta oggettivamente dicendo una falsità;
  3. lo studio è del 2012, quindi se state leggendo questo articolo nel 2027, considerate che potrebbe essere considerato già “vecchio” e sorpassato da altri studi più recenti;
  4. quanto detto al punto precedente non significa che questo studio, essendo del 2012, sia falso o necessariamente non più valido: esistono studi scientifici effettuati decenni fa che sono ancora validi perché nessun altro studio è riuscito a contraddirli;
  5. valutare l’intelligenza umana è estremamente difficile, anche perché esistono vari tipi di intelligenze e svariati modi per misurarle: lo stesso QI viene da anni messo in discussione;
  6. il titolo di questo articolo, così tranchant, è ovviamente provocatorio: la questione in realtà – come sempre accade – è molto più complessa, quindi cerchiamo di non fermarci al titolo come spesso fa l’italiano medio;
  7. no, questo sito non parla di politica e nessuno del nostro Staff – pur avendo ovviamente le proprie idee – ha interessi e/o lavora in politica: chi vede in questo articolo un modo subdolo per attaccare qualche schieramento politico e/o soggetto politico o per favorirne un altro, compie un grossolano bias cognitivo;
  8. il concetto su cosa siano con esattezza le idee politiche di “destra”, “estrema destra”, “centro”, “sinistra” o “estrema sinistra”, non è universalmente valido, bensì cambia a seconda dello Stato che si prende in considerazione e del periodo storico di riferimento: una stessa idea considerata di “sinistra” negli USA degli anni ’90, potrebbe essere valutata di “destra” nell’Italia del 2010 o nell’Unione Sovietica degli anni ’70.

Fatte queste premesse, ora passiamo finalmente all’articolo vero e proprio.

Il circolo vizioso

Dallo studio dei ricercatori canadesi della Brock University è emerso che chi da bambino presenta un quoziente intellettivo alquanto basso, crescendo avrà maggiori possibilità di sviluppare tendenze razziste, conservatrici, pregiudizi e intolleranza verso altre culture e religioni; al contrario, chi da bambino ha un QI più alto, crescendo avrà maggiori tendenze a sviluppare idee progressiste. Il professore di psicologia Gordon Hodson, autore e responsabile dello studio, ha spiegato:

“Quello che è emerso è un ciclo vizioso, in cui le persone con basso QI vivono intorno a ideologie conservatrici che formano resistenze al cambiamento e dunque pregiudizi e razzismo”.

Secondo il prof. Hodson, i risultati della ricerca mostrano che le persone “meno intelligenti” svilupperebbero fin da bambini tendenze maggiormente conservative a causa di strutture ed ordini più facili da capire rispetto alla complessità che li circonda. Semplificando: secondo la ricerca in questione, chi ha un QI più basso tenderebbe ad appoggiare idee più “facili da comprendere” e conservative (generalizzando: “porti chiusi”, forte attaccamento alla propria religione e cultura, patriottismo, famiglia “tradizionale” e patriarcale, contrasto all’omosessualità, libero mercato, pensiero dogmatico, maggiore libertà di difesa personale e della proprietà privata anche con armi, difesa dei propri valori, pregiudizio verso altre culture e religioni, autoritarismo, potere all’uomo “forte”…), mentre chi ha un QI più alto tenderebbe ad appoggiare idee più “complesse” e progressiste (accoglienza degli stranieri, inclusività, ateismo, sentirsi “cittadini del mondo”, tolleranza verso altre culture e religioni, parità sessuale, potere “al popolo”, azione sociale dello stato, libertà sessuale, maggiore attenzione alla ricerca scientifica, opposizione ai dogmi, apertura mentale, redistribuzione della ricchezza…).

Lo studio completo potete leggerlo in questo PDF: Gordon Hodson – Lower Cognitive Ability Predicts Greater Prejudice Through Right-Wing Ideology

Pregiudizi e razzismo

Ecco le parole esatte emerse dallo studio di Hodson:

“Sfortunatamente queste caratteristiche contribuiscono a sviluppare pregiudizi. Nonostante le loro implicazioni importanti per i comportamenti e le relazioni interpersonali, le capacità cognitive sono state ampiamente ignorate come spiegazioni del pregiudizio. Abbiamo proposto e testato modelli di mediazione in cui basse capacità cognitive predicono un maggiore pregiudizio, un effetto mediato attraverso l’approvazione di ideologie di destra (conservatorismo sociale, autoritarismo di destra) e bassi livelli di contatto con i membri esterni al gruppo. In un’analisi su larga scala, a livello nazionale rappresentante del Regno Unito, abbiamo scoperto che più è bassa l’intelligenza generale durante l’infanzia, più razzismo si produce in età adulta, e questo effetto è stato in gran parte mediato attraverso una ideologia conservatrice. Un’analisi secondaria di un set di dati degli Stati Uniti ha confermato un effetto predittivo di scarsa capacità di ragionamento astratto-omofobico sul pregiudizio, un rapporto parzialmente mediato sia da autoritarismo e bassi livelli di contatto con l’intergruppo. Tutte le analisi hanno tenuto conto dell’istruzione e dello status socioeconomico. I nostri risultati suggeriscono che le abilità cognitive svolgono un ruolo fondamentale, anche se sottovalutato, nel determinare il pregiudizio. Di conseguenza, si consiglia una accresciuta attenzione sulla capacità cognitiva nel campo della ricerca sul pregiudizio e una migliore integrazione delle capacità cognitive nei modelli di pregiudizio.”

Tutti i lettori di destra, prima di sentirsi offesi da questa ricerca, dovrebbero leggersi questo articolo.

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Sindrome dell’ape regina: quando le donne odiano ed invidiano le altre donne

sindrome ape reginaUomini che odiano le donne è un famoso libro di Stieg Larsson, che ha avuto tanto successo da meritarsi una versione cinematografica omonima uscita nel 2009, noto primo capitolo della trilogia “Millennium”. Citazioni cinematografiche a parte, l’argomento di oggi è un fenomeno noto da sempre, che potrebbe invece essere alla base di un romanzo chiamato “DONNE che odiano le donne“.

L’uomo “l’ha capito”, le donne no

Il fenomeno è conosciuto fin dalla notte dei tempi, ma gli psicologi hanno iniziato a studiarlo soprattutto dagli anni 70: è la leggendaria incapacità di alcune donne, non tutte per fortuna, di allearsi per far fronte comune ad una situazione avversa, che porta ad una competizione spesso estrema e senza esclusione di colpi bassi e bassissimi. Mentre l’uomo, che si la natura ha reso competitivo ma anche logico, ha compreso che in molti casi la cooperazione della “Teoria dei giochi” è un concetto che può far felici tutti i contendenti (ogni uomo ottiene una “fetta di torta”, seppur piccola), invece la donna media sembra non aver del tutto compreso questo fatto e vuole necessariamente “tutta la torta” a scapito di tutte le concorrenti. E’ un comportamento che deriva dalla biologia umana: l‘uomo sano ha infatti una quantità sterminata e virtualmente infinita di gameti (gli spermatozoi) che gli permettono di trasmettere i propri geni fecondando possibilmente moltissime donne quindi è meno “selezionatore” e – salvo casi estremi – riesce a vivere pacificatamente con altri uomini, a patto che ognuno abbia una platea relativamente ampia di donne da fecondare. Al contrario le donne hanno a disposizione un numero limitato di gameti (gli oociti) e di tempo fertile, quindi sono portate dalla natura a dover iperselezionare i maschi con cui accoppiarsi, sbaragliando la concorrenza di tutte le altre donne.

Leggi anche: Perché l’uomo può avere figli per tutta la vita e la donna no?

Le donne preferiscono promuovere gli uomini

Il meccanismo biologico prima citato, porta a comportamenti talmente ben riconoscibili che gli psicologi hanno coniato l’espressione “sindrome dell’ape regina” (in inglese “queen bee syndrome”), ovvero l’odio della donna che ha raggiunto i vertici di una organizzazione verso i suoi subordinati femminili. Tale donna al potere finisce con l’avere una sorta di predisposizione ad aiutare gli uomini escludendo qualsiasi velleità di solidarietà femminile ed anzi tendendo ad ostacolare – anche con mobbing ed azioni non lecite – la promozione di altre donne, in modo da rimanere l’unica donna a cui potenziali partner maschili possano tendere nell’ambiente lavorativo. Il fenomeno è finito sotto la lente di ingrandimento di svariate ricerche, tra cui quella di alcuni studiosi dell’Università di Cincinnati che hanno intervistato circa duemila dipendenti di alcune aziende statunitensi e hanno scoperto che si registra un allarmante incremento dell’incidenza di questa sindrome. Nella pratica quotidiana di un’azienda, una donna a capo di un reparto afflitta dalla sindrome dell’ape regina, a parità di punteggio, ha la tendenza a promuovere un dipendente di sesso maschile rispetto ad uno di sesso femminile.

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Donna capo: salute addio

La sindrome dell’ape regina non crea solamente un clima lavorativo tossico, soprattutto per le donne subordinate che possono subire un vero e proprio mobbing, ma si ripercuote anche sulla salute della donna capo: uno studio tedesco di alcuni anni fa ha infatto scoperto che le donne che ricoprivano ruoli rilevanti in una socetà e che tendevano a prevaricare le colleghe, andavano soggette con maggiore frequenza ad emicranie, ansia, gastriti, insonnie e depressione. Inoltre un sondaggio condotto in Gran Bretagna ha svelato che due donne su tre preferiscono avere un capo di sesso maschile, proprio perché il rischio di dover interagire con una donna manager soggetta a sbalzi di umore, invidie e vessazioni sessiste è molto elevato.

Se credi di soffrire della Sindrome dell’aper regina, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riuscirai a risolvere definitivamente il tuo problema.
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Gli uomini “l’hanno capito”:

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Vivi accanto ad un fumatore? rischi demenza ed Alzheimer

MEDICINA ONLINE CIGARETTE SIGARETTA FUMO PASSIVO ATTIVO TERZIARIO DANNI DIFFERENZE NICOTINA SMETTERE DI FUMARE NO STOP SMOKING CANCRO POLMONE TOSSICODIPENDENZA VIZIO ARIA TUMOREIl fumo passivo può essere pericoloso tanto quanto quello attivo, Una ricerca internazionale condotta da scienziati provenienti da Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna è riuscita a trovare una correlazione tra il respirare il fumo espirato dagli altri e la demenza. La pericolosità del fumo passivo è ormai cosa nota. Basta pensare al forte rischio di imbattersi in malattie cardiache, vascolari e respiratorie. Ora il cerchio delle possibili conseguenze note, grazie a questa ricerca pubblicata sulla rivista di settore Occupational and Environmental Medicine, diventa più ampio, inserendo anche patologie come l’Alzheimer e la demenza come possibili conseguenze.

Continua la lettura con https://medicinalive.com/neurologia/fumo-passivo-favorisce-demenza/

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La metà di noi al liceo ha sofferto di onicofagia e molti ne soffrono tuttora senza saperlo, di che malattia si tratta?

MEDICINA ONLINE UNGHIE SMALTO MANO BELLEZZA DONNAL’onicofagia è un disturbo compulsivo che porta il paziente a mangiare le proprie unghie e, nei casi più gravi, anche le pellicine e le cuticole circostanti, con conseguenze nocive sia a livello fisico che psicologico. Questa malsana abitudine di rosicchiare le estremità delle dita si manifesta soprattutto in periodi di nervosismo, noia e stress, e può rappresentare semplicemente un sintomo di ansia, ma anche di disagio profondo.

Continua la lettura con https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/onicofagia.html#:~:text=L’onicofagia%20%C3%A8%20un%20disturbo,a%20livello%20fisico%20che%20psicologico.

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Mal di testa? combattilo col sesso

MEDICINA ONLINE UOMO TRISTE DOLORE MAL DI TESTA PENSIERI DEPRESSIONE STANCHEZZA STANCO BRUTTOIl sesso fa passare il mal di testa? Molto probabile. Lo rivela una ricerca scientifica tedesca che è stata pubblicata all’interno della prestigiosa rivista Cephalalgia, edita dalla Società internazionale delle cefalee.

Per giungere a questa conclusione, che di fatto renderebbe vana la classica frase “Stasera no, ho mal di testa” utilizzata per sottrarsi alle avances del proprio partner, i neurologi dell’Università di Munster hanno analizzato ben 400 pazienti affetti da emicrania e cefalea a grappolo, i quali erano in cura da più di due anni. Tra i volontari che avevano avuto rapporti sessuali durante un attacco di emicrania o cefalea, moltissimi hanno riferito che i sintomi apparivano del tutto alleviati. In un caso su cinque, poi, il dolore al capo sembrava del tutto scomparso, al punto che sopratutto gli uomini hanno spiegato di “utilizzare il sesso a mò di terapia”.

Sono varie le ipotesi messe in piedi al fine di spiegare questi risultati: una delle più accreditate, come dicono gli studiosi, assegna il merito al rilascio di endorfine nel corso dell’attività sessuale. Questi neurotrasmettitori sono agli antidolorifici naturali del nostro corpo e potrebbero agire sul sistema nervoso diminuendo o eliminando del tutto i sintomi del mal di testa. Gli studiosi dichiarano: “La maggior parte dei pazienti con emicrania o cefalea a grappolo non ha attività sessuale durante gli attacchi di mal di testa ma i nostri dati suggeriscono, tuttavia, che il sesso può portare a un alleviamento dei sintomi o alla loro scomparsa”

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