Differenza tra elettrone, fotone, protone e ione

MEDICINA ONLINE ATOMO ELETTRONE ORBITA ORBITALE LIVELLO ENERGETICO ELETTRONE NUCLEO PROTONE NEUTRONE FOTONE RAGGIO RADIAZIONE LUCE VELOCITA CHIMICA DIFFERENZA STRUTTURA BOHR RELATIVITA GENERALE RISTRETTA WALLPAPER SFONDOL’elettrone è una particella subatomica con carica elettrica negativa che si ritiene essere una particella elementare; ruota attorno al nucleo dell’atomo costituito da protoni e neutroni. Gli elettroni, insieme ai protoni e ai neutroni, sono componenti degli atomi e, sebbene contribuiscano alla massa totale dell’atomo per meno dello 0,06%, ne caratterizzano sensibilmente la natura e ne determinano le proprietà chimiche: il legame chimico covalente si forma in seguito alla condivisione di elettroni tra due o più atomi. L’elettrone, come altre particelle di materia, è dotato di massa e carica elettrica, ha una velocità v (rispetto ad un sistema di riferimento) che non raggiunge mai la velocità della luce e possiede energia e quantità di moto (calcolabili a basse velocità per mezzo delle relazioni della fisica classica e ad alte velocità mediante la fisica relativistica).

Il fotonequanto di energia, è una particella che che costituisce un’onda elettromagnetica ed al contrario dell’elettrone non possiede massa né carica elettricasi muove in qualsiasi sistema di riferimento a velocità c, possiede energia e quantità di moto.

Il protone è una particella subatomica composta dotata di carica elettrica positiva, formata da due quark up e un quark down che sono detti di valenza, in quanto ne determinano quasi tutte le caratteristiche fisiche. Costituisce il nucleo assieme al neutrone, con il quale si trasforma continuamente mediante l’emissione e l’assorbimento di pioni.

Lo ione è un’entità molecolare elettricamente carica: si forma quando un atomo (o una molecola o un gruppo di atomi legati tra loro) cede o acquista uno o più elettroni si trasforma in uno ione, positivo (se ha perso l’elettrone) o negativo (se ne ha acquisito uno)

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Quanto pesa un cervello umano?

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma CERVELLO 75% DI ACQUA Radiofrequenza Rughe Cavitazione Peeling Pressoterapia Linfodrenante Dietologo Cellulite Dieta Pancia Sessuologia Sessualità Sex Filler BotulinoIl peso è piuttosto variabile, normalmente non supera i 1500 grammi ed ha un volume compreso tra i 1100 e i 1300 cm³, tenendo presente la possibilità di significative variazioni tra individuo e individuo oltre al sesso (il cervello maschile è mediamente più grande di quello femminile) ed ovviamente all’età.

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Diabete: come comportarsi col paziente anziano

MEDICINA ONLINE ANZIANO VECCHIO NONNO NONNI TERZA ETA SOLITUDINE DIABETE PATOLOGIE AIUTO SUPPORTO.jpgIl 65% di chi ha il diabete ha più di 65 anni, una su cinque più di 80, mentre l’età media dei diabetici italiani è 68 anni. Ciò significa che chi cura il diabete ha spesso a che fare con persone nella terza o nella quarta età. E il trattamento del diabete nell’anziano e nel grande vecchio deve seguire delle regole particolari. L’Organizzazione Mondiale della Salute stima che entro il 2040 nel mondo una persona su dieci sarà affetta da diabete, con una maggiore incidenza negli uomini rispetto alle donne. Dopo ipertensione e tabagismo, l’iperglicemia è il terzo fattore di rischio più importante per la mortalità precoce: solo nel 2015 i decessi nel mondo sono stati 5.000.000.

La prevalenza del diabete aumenta con l’aumentare dell’età
Secondo gli ultimi dati ISTAT in Italia nel 2015 i diabetici erano il 5,4% della popolazione, ma tra i 65 e i 74 anni il diabete interessa il 15,2% delle persone e tra gli ultra75enni ne è colpita quasi una persona su cinque. Oltre il 65% dei diabetici si colloca nella fascia di età superiore ai 65 anni, e quasi un paziente su quattro ha un’età pari o superiore agli 80 anni. Ecco tutti i consigli

La valutazione nutrizionale
La valutazione nutrizionale deve avvenire di routine e deve essere fatta con uno strumento di valutazione standardizzato, come il ‘Mini Nutritional Assessment’, un questionario su aspetti fisici e comportamentali riguardanti lo stato nutrizionale dell’anziano. Per la compilazione bastano 10 minuti. L’anziano è più portato a mangiare male, una condizione che si somma ai cambiamenti legati all’età, come la riduzione della massa ossea e muscolare e l’aumento della massa grassa.

Attenzione a dieta e attività fisica
Tutti i pazienti anziani con diabete e i loro caregiver (le persone che se ne occupano, ndr) devono ricevere assistenza qualificata sull’importanza dell’alimentazione e dell’attività fisica. La dieta va personalizzata in base alle preferenze e alle abitudini individuali, lo stato di salute fisica e mentale e la terapia che si sta seguendo. La dieta mediterranea è quella da preferire. L’apporto proteico non deve superare il 10-20% delle calorie totali in presenza di insufficienza renale. Quando la dieta da sola non basta a garantire i fabbisogni nutrizionali, si può ricorrere a integratori proteici, di vitamina B12, di vitamina D e di calcio. Va garantito un adeguato apporto di liquidi – principalmente attraverso acqua, frutta e verdura – per evitare la disidratazione. Gli anziani con diabete in buone condizioni vanno inoltre incoraggiati a fare attività fisica: 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica di moderata intensità
suddivisa in tre giorni, associata ad esercizi di resistenza e di stretching. Dopo 90 minuti passati seduti o sdraiati è bene muoversi un po’.

Attenzione alle altre malattie dell’anziano
La persona anziana con diabete di tipo 2 dovrebbe essere sottoposto a una valutazione
multidimensionale geriatrica (misura delle funzioni globale/fisica, cognitiva e affettiva) e delle sindromi geriatriche. Un anziano con limitazioni potrebbe avere infatti difficoltà a gestire la terapia anti-diabete. Per lo stesso motivo bisogna vigilare sulla possibile comparsa del decadimento cognitivo (il diabete si associa ad un aumento del rischio di demenza del 47% e di Alzheimer del 39) o di depressione. Nella somministrazione dei farmaci va sempre tenuto presente il grado di funzionalità dei reni, sul quale va deciso il dosaggio dei farmaci. Lo screening annuale del diabetico anziano deve prevedere la ricerca dei sintomi di incontinenza e soprattutto di episodi di caduta a terra (che potrebbero anche essere dovuto a episodi di ipoglicemia, ma anche alla neuropatia periferica e ai disturbi della vista). Nei pazienti cosiddetti “fragili”, che sono un anziano su quattro, non vanno perseguiti obiettivi glicemici
troppo ambiziosi, per evitare il rischio di incorrere nell’ipoglicemia e nelle gravi
complicanze che può comportare (cadute, fratture, e così via).

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Obiettivi glicemici
Nei diabetici anziani, gli obiettivi glicemici da raggiungere con la terapia vanno modulati sulla base del farmaco utilizzato e il suo rischio di dare ipoglicemia.

  • Per i farmaci a basso rischio di ipoglicemia (metformina, DPP-4 inibitori, pioglitazone, SGLT-2 inibitori, GLP-1 agonisti e acarbosio) l’obiettivo di emoglobina glicata può essere minore del 7 per cento.
  • Nel caso in cui sia necessario somministrare farmaci a rischio di ipoglicemia (sulfoniluree, repaglinide, insulina o suoi analoghi), è bene avere un obiettivo meno restrittivo (emoglobina glicata 7,0/7,5 per cento) o anche più elevato (emoglobina glicata 7,5/8,0 per cento) in presenza di fragilità (complicanze gravi, decadimento cognitivo, demenza, pluripatologie).

Il glucometro
Il glucometro, ovvero l’apparecchio per l’automonitoraggio della glicemia, deve essere facile da usare e da leggere (caratteri di grandi dimensioni). Ne esistono alcuni con risposta vocale per i pazienti con problemi di vista. Va sempre sottolineata l’importanza del monitoraggio della glicemia. L’anziano deve sapere come gestire un’eventuale ipoglicemia e portare sempre con sé delle bustine di zucchero.

La terapia non insulinica
La metformina è il farmaco di prima scelta anche negli anziani, purché non vi sia un’insufficienza renale grave (filtrato glomerulare <30 ml/min), insufficienza cardiaca grave (classe III/IV NYHA), insufficienza respiratoria o epatica.

  • Chi non può assumere metformina, come prima linea di trattamento può ricorrere a un farmaco che non induca ipoglicemia (acarbosio, agonista del recettore GLP-1, inibitore DPP-4, inibitore SGLT-2 e pioglitazone). In caso di mancato controllo si può aggiungere un secondo, un terzo o un quarto farmaco.
  • Gli inibitori della DPP-4 sono da preferire a sulfoniluree e repaglinide nei pazienti anziani per la loro efficacia, l’elevata tollerabilità, la semplicità d’uso, il profilo di sicurezza cardiovascolare.
  • Attenzione invece oltre i 75 anni agli inibitori di SGLT-2 perché possono provocare una deplezione di liquidi.
  • Il pioglitazone va evitato in caso di rischio di fratture o di scompenso cardiaco. Sulfoniluree e repaglinide andrebbero evitate nell’anziano perché possono indurre ipoglicemia.
  • Nelle persone con pregresso evento cardiovascolare, è consigliabile scegliere un farmaco con documentati benefici cardiovascolari quali empagliflozin, liraglutide o pioglitazone.

La terapia insulinica
Quando è necessario passare all’insulina, la prima da prescrivere è un analogo basale (glargine U100 e U300, degludec, detemir). Nei pazienti con iperglicemia dopo i pasti può essere necessario iniziare anche una terapia insulinica ai pasti. Il paziente deve essere accuratamente istruito all’uso delle ‘penne’ o delle siringhe da insulina e alle modalità iniettive. L’automonitoraggio deve farsi più attento e va istruito a come gestire un’eventuale ipoglicemia.

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Fanno più male le sigarette o la marijuana?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma 10 MOTIVI SMETTERE FUMARE PALESTRA PESI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneOvviamente entrambe le sostanze sono assolutamente da evitare, perché provocano danni estremamente seri all’organismo, tuttavia, se proprio dovessimo fare una “gara” tra quale tra sigarette e marijuana faccia meno male, la risposta sarebbe relativamente semplice. O forse no?

Gli effetti ed i danni procurati dal fumo di sigaretta (e quindi dalla tossicodipendenza da nicotina), sono ormai a tutti ben noti; puoi trovare tutti i nostri articoli riguardando il fumo di sigaretta e lo smettere di fumare, a questo link.
Meno noti invece sono gli effetti di una tossicodipendenza cronica da THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) cioè il principio attivo della marijuana, quindi cerchiamo di comprendere a fondo cosa significa per l’organismo “farsi una canna”.

Cos’è la marijuana?
La marijuana è una miscela di foglie, semi, gambi e fiori di cannabis sativa ed è la droga illegale più utilizzata in Europa e negli Stati Uniti. Dalla resina della stessa pianta si ricava l’hashish. Come prima accennato il principio attivo nella marijuana e nell’hashish è il THC: quando viene fumato passa rapidamente dai polmoni al resto del corpo, cervello compreso, attraverso il flusso sanguigno.

Come agisce la marijuana sul cervello?
Il THC, una volta che viene immesso nel torrente circolatorio, si lega a neuroni specifici dotati dei recettori dei cannabinoidi, che regolano il movimento, la coordinazione motoria, la memoria e altre funzioni cognitive complesse.
Come la maggior parte delle droghe, quando entra in circolo produce euforia e benessere perché stimola il rilascio di dopamina. Colori e suoni sembrano più intensi, il tempo sembra passare più lentamente e, a volte, il tutto si accompagna con fame e sete. Passata la fase dell’euforia possono manifestarsi ansia, paura, diffidenza nei confronti degli altri e panico. Il THC si lega inoltre ad alcuni recettori del cervelletto che regolano la coordinazione motoria, l’equilibrio, la postura e il movimento quindi altri sintomi possono essere legati all’alterazione legati a questi meccanismi.

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Effetti sulla guida di veicoli
Mettersi alla guida fumando una sigaretta o uno spinello: una profonda differenza! Uno studio condotto nel 2001 su 907 neozelandesi tra i 18 e 21 anni, pubblicato dal Centro Europeo per il Monitoraggio delle Droghe, ha rilevato una significativa correlazione statistica tra l’uso di cannabis e il rischio di incidenti stradali: chi si è fatto più di 50 canne in un anno, praticamente una a weekend, ha provocato il 60% di incidenti in più rispetto ai non utilizzatori.

Effetti sulla memoria
L’uso abituale di hashish o marijuana accelera la perdita di neuroni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della memoria a breve termine, velocizzando ciò che accade nel normale processo di invecchiamento (è comune, negli anziani, ricordare fatti molto lontani nel tempo ma non ciò che hanno mangiato il giorno prima, per esempio). Esperimenti condotti sui ratti hanno evidenziato come la somministrazione quotidiana di THC per 8 mesi abbia prodotto una perdita di cellule nervose equivalente a quella di animali con il doppio della loro età. Anche in questo caso il THC batte la nicotina in fatto di pericolosità.

Cancerogenesi
Gli effetti di un joint (lo spinello) durano dalle 2 alle 3 ore: subito dopo l’inalazione del fumo il cuore accelera dai 70/80 battiti normali fino a 100/130 e più, gli occhi si arrossano per la dilatazione dei vasi sanguigni e le vie bronchiali si rilassano. Oltre agli effetti neurologici, fumare marijuana provoca al fisico più danni del consumo di tabacco: ai classici sintomi correlati all’inalazione di fumo che si verificano con le “semplici” sigarette (irritazione della gola, tosse, predisposizione a malattie respiratorie e infezioni polmonari) aumenta la percentuale di rischio di cancro ai polmoni e del tratto respiratorio, perché il fumo di marijuana contiene dal 50 al 70% in più di idrocarburi cancerogeni rispetto a quello di tabacco.

La marijuana fa più male del tabacco?
A conti fatti, e ricordando che ovviamente conta anche la quantità di sigarette o spinelli fumati, direi proprio che, quando vi dicono che “fumare canne fa meno male che fumare sigarette”, non gli dovete davvero credere! O forse no? Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports da Dirk Lachenmeier e Jurgen Rehm, della Klinische Psychologie & Pshychoterapie alla Techische Universitat Dresden, dice tutto il contrario. Gli scienziati hanno confrontato gli effetti della salute di sette stupefacenti (alcool, tabacco, cocaina, ecstasy, metamfetamina, eroina e marijuana), scoprendo che, per l’appunto, la marijuana è la più innocua della lista. Addirittura 114 volte meno pericolosa, in termini di mortalità, rispetto all’alcool. Nel dubbio… evitate entrambe le sostanze!

I migliori prodotti per il fumatore che vuole smettere di fumare
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, pensati per il fumatore che vuole smettere di fumare o che ha smesso da poco. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Sangue dal naso (epistassi) in bambini e adulti: cause, rimedi naturali, cosa fare e cosa NON fare

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma SANGUE DAL NASO EPISTASSI BAMBINI ADULTI RIMEDI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari.jpgE’ capitato a tutti noi almeno una volta nella vita, specie da bambini: sto parlando dell’epistassi nasale o rinorragia o – più semplicemente – della fuoriuscita di una quantità più o meno grande di sangue dal naso. La prima domanda che ci facciamo è… Perché esce sangue dal naso? Tecnicamente si tratta di un problema di fragilità della mucosa nasale, in particolare della membrana superficiale che le riveste: sotto questo strato sottile ci sono numerosi piccoli capillari e la loro rottura comporta il sanguinamento. L’epistassi può verificarsi senza causa apparente (epistassi essenziale) o come sintomo di una patologia locale o sistemica (epistassi secondaria).
Allergie e raffreddori da fieno favoriscono l’epistassi anche nell’adulto e per le persone allergiche è fondamentale condizionare il livello di umidità degli ambienti in cui vivono: riscaldamento eccessivo e scarsa umidità sono i primi aggravanti. Per prevenire l’epistassi è anche importante evitare gli sbalzi pressori (tipici quelli da rapida risalita in superficie nell’immersione subacquea) e tenere sotto controllo eventuali malattie che causano il sanguinamento dal naso. Qualora questo si verifichi è bene mantenere la calma poiché l’ansia determina un aumento di frequenza cardiaca e pressione arteriosa che possono peggiorare ulteriormente l’epistassi.

Leggi anche: Sinusite: cause, sintomi e cure di una malattia del freddo molto diffusa

Cause di sanguinamento dal naso in giovani ed adulti

Molto spesso, specie in bambini ed in pazienti giovani, l’emorragia è dovuta a rottura spontanea dei piccoli vasi della muscosa nasale, in seguito a irritazione o a piccoli traumi (raffreddore, manovre maldestre con le dita, riniti, secchezza della mucosa, modificazioni ormonali tipiche della pubertà ecc.). In questi casi si ha epistassi anteriore, la più comune e facile da trattare: si risolve quasi sempre da sé. Più raramente, e soprattutto negli adulti e negli anziani, il sanguinamento dal naso – specie se gli episodi si verificano frequentemente – può essere sintomo di un malessere severo. In questo caso è possibile una epistassi posteriore, più difficile da trattare e più pericolosa.

Patologie e condizioni de determinano sanguinamento dal naso
Sono innumerevoli le situazioni patologiche che possono determinare epistassi:

  • fragilità dei vasi sanguigni fisiologica in pazienti anziani,
  • fragilità dei vasi sanguigni dipendente da una patologia che interessa le pareti dei vasi,
  • cardiopatie,
  • allergie,
  • raffreddore,
  • ipertensione,
  • malattie infettive (come scarlattina, febbre tifoide, morbillo),
  • avvelenamento,
  • alterazioni o patologie della coagulazione,
  • arteriosclerosi,
  • deficienze nutrizionali, specie vitaminiche,
  • colpi di calore;
  • patologie renali,
  • patologie epatobiliari,
  • varici del setto,
  • polipi nasali,
  • deviazioni del setto,
  • neoplasie,
  • ulcera perforante del setto,
  • morbo di Rendu-Osler,
  • fibroma rinofaringeo,
  • irritazione chimica da sostanze inalate come la cocaina.

Leggi anche: Naso chiuso (congestione nasale): cause, rimedi naturali e farmaci

Epistassi: cosa fare?

Se l’emorragia dei vasi sanguigni presenti nelle cavità nasali non è correlata ad un trauma cranico, occorre mettere il soggetto in posizione seduta, con il capo leggermente chinato in avanti; questa operazione, unitamente all’invito di sputare il sangue eventualmente presente nel cavo orale, ha lo scopo di evitare l’insorgenza di nausea o vomito con la sua ingestione o di soffocamenti. Slacciare gli abiti intorno al collo e comprimere la narice sanguinante con un dito per qualche minuto; utile (se il soggetto NON è un bimbo piccolo) il raffreddamento con ghiaccio o acqua fredda alla radice del naso: la soluzione migliore è la classica pezza con acqua fredda premuta forte sul naso. E’ inoltre importante, ad emorragia cessata, evitare di soffiare o strofinare il naso; nei giorni successivi vanno evitati sforzi fisici importanti.

Epistassi: cosa NON fare?

In caso di epistassi bisogna ricordare le regole fondamentali:

  • Evitare di piegare la testa all’indietro: questo rimedio della nonna evita di sporcarsi i vestiti ma crea un reflusso che spinge il sangue indietro, verso la bocca e le orecchie.
  • Evitare il cotone emostatico: la rimozione toglie e strappa eventuali crosticine ed il sanguinamento può ricominciare.
  • Attenzione all’uso del ghiaccio ghiaccio che potrebbe evocare mal di testa nei bimbi già sensibili alla cefalea.

Quando chiamare il medico?

E’ opportuno rivolgersi al medico se:

  • l’emorragia è copiosa;
  • l’emorragia non si arresta da sola o con i metodi visti nel paragrafo precedente;
  • epistassi ricorrente.

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Se il sanguinamento dal naso non si arresta, il medico provvederà al tamponamento (introduzione nella fossa nasale di un cilindro di cotone imbevuto di acqua ossigenata o di una garza iodoformica) o, nelle emorragie più severe e recidivanti, alla galvanocausticazione.
Se l’epistassi è ricorrente, è importante recarsi dal medico in modo da eseguire tutti gli accertamenti necessari per scoprirne le cause e curare l’epistassi a monte.

Quando chiamare il medico con urgenza?

Allertare tempestivamente il Numero Unico per le Emergenze 112 quando l’epistassi è molto abbondante, non cessa e/o è associata ad un trauma cranio-facciale: in quest’ultimo caso potrebbe essersi verificata una frattura delle ossa nasali, da sospettarsi specie se il naso si presenta tumefatto e dolente. In questo caso è bene evitare qualsiasi manovra, poiché interventi impropri o maldestri potrebbero causare danni funzionali, anatomici ed estetici permanenti. Se il paziente perde conoscenza in seguito al trauma va messo in posizione laterale di sicurezza sul lato dell’emorragia (onde evitare che il sangue si raccolga nel retrobocca e vada ad ostruire le vie respiratorie); tale operazione andrebbe eseguita con l’ausilio di un compagno per evitare inopportuni movimenti del collo. Il passo successivo sarà chiamare immediatamente assistenza medica.

L’arnica montana

Un buon rimedio naturale contro l’epistassi è l’arnica montana, che favorisce la coagulazione. L’arnica in gel deve essere distribuita con un semplice cotton fioc sulla mucosa interna del setto nasale. Ne basta uno strato sottile. Le virtù di questa pianta antisanguinamento rafforzeranno la membrana capillare proteggendo dalla rottura i piccoli vasi ed è utile anche quando il sanguinamento riguarda le gengive (anche se in quel caso è meglio cambiare le setole dello spazzolino e sceglierle morbide). Un ottimo prodotto, consigliato dal nostro Staff, è il seguente: https://amzn.to/3CSBWGV

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Conigli: cosa non devono mangiare e cibi tossici per loro

CONIGLI COSA DEVONO NON POSSONO MANGIARE CIBI CIBO TOSSICO ALIMENTAZIONE CIOCCOLATO DOLCI BERE.jpgEsistono moltissimi cibi non adatti ai conigli ma che troviamo regolarmente perfino nei negozi specializzati. Partiamo dalle granaglie: alimento che avvelena lentamente il coniglio, a partire dall’intestino, che non sa e non può assorbire e ritrasformare quei carboidrati in elementi utili, oltre al fatto che il coniglio deve masticare FIBRA assolutamente non presente nelle granaglie, in conseguenza c’è un danno anche ai denti e nel breve periodo. NO al pane: vedi sopra, è un carboidrato e NON serve a limare i denti anzi, li danneggia. Così le patate: sono carboidrati, non sono verdura. Le erbe aromatiche in genere si possono dare, ma in minima quantità poiché tantissime sono ricche di calcio. Non interrogatevi dunque troppo a riguardo e nel dubbio, evitate. Ogni tanto ci domandiamo: “ma questo potrà mangiarlo”? Ecco, se avete dei dubbi evitate, e attenetevi alle liste specifiche delle associazioni accreditate in adozione di conigli. Non improvvisate chissà che alimenti che possono fare danni al coniglio.

L’alimento migliore: erba, non trattata e sicura. Ovviamente questo sarebbe l’alimento top per il coniglio ma è chiaro che non tutti hanno un giardino privato o erba pulita a disposizione (no, quella nei parchi non è adatta: chi ci è passato? L’hanno trattata? I cani ci hanno urinato?). In sostituzione fieno, fieno e ancora fieno, oltre ad una dieta di verdure ben bilanciata. TUTTI I GIORNI: sedano in abbondanza, finocchio in abbondanza (sono verdure fibrose che fanno benissimo al coniglio), radicchio rosso, e a rotazione pan di zucchero, catalogna, belga, insalata romana, scarola, riccia, qualche tocchetto di carota (con parsimonia!), radicchio variegato, canasta etc etc. Per carità non buttate soldi in stecche di granaglie e miele, drops, caramelline colorate, dolcetti, o peggio cioccolato che è tossico per i conigli.

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Differenza tra BPCO ed asma: terapia e sintomi comuni e diversi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA INSPIRAZIONE ESPIRAZIONE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneI sintomi che presenta il paziente con asma bronchiale persistente di grado severo sono molto simili a quelli di un paziente con BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), per cui la distinzione tra le due malattie alcune non è sempre facile, anche perché sono entrambe malattie infiammatorie croniche delle vie aeree che provocano difficoltà respiratorie.

BPCO

  • insorgenza nelle età medie della vita;
  • sintomi lentamente progressivi;
  • storia di abitudine al fumo;
  • dispnea (mancanza di respiro) da sforzo;
  • limitazione al flusso nelle vie aeree scarsamente reversibile o irreversibile;
  • impatto economico sul PIL italiano: circa 9 miliardi di euro;
  • in Italia è la causa del 50% circa delle morti per malattie respiratorie, la mortalità è quasi 3 volte maggiore nel sesso maschile. Il Global Burden of Disease Study prevede che nel 2030 la BPCO diverrà la terza causa di morte a livello mondiale.

Asma bronchiale

  • insorgenza nelle prime età della vita (spesso nell’infanzia);
  • sintomi variabili di giorno in giorno, prevalenti di notte o nel primo mattino;
  • presenza di allergia, rinite e/o eczema, predisposizione familiare;
  • crisi dispnoiche (di mancanza di respiro) acute;
  • limitazione al flusso nelle vie aeree ampiamente reversibile;
  • impatto economico sul PIL italiano: circa 5 miliardi di euro;
  • mortalità non elevata, diffusa ugualmente in entrambi i sessi ed in riduzione negli ultimi decenni.

Per approfondire:

Quali sono i principali sintomi dell’asma?
Nei pazienti con asma bronchiale i sintomi insorgono fin dall’età più giovanile, i pazienti hanno spesso una condizione di “atopia” (facilità a produrre anticorpi IgE cioè allergia) ed una familiarità per asma. I sintomi dell’asma variano da persona a persona e, nella stessa persona, possono variare di giorno in giorno e anche nella stessa giornata e si presentano soprattutto durante il periodo notturno o nelle prime ore del mattino.
Spesso coesiste una condizione di iperreattività bronchiale, anche se essa non è del tutto specifica, in quanto può essere presente, seppure meno frequentemente, anche nella bronchite cronica ed in altre condizioni morbose respiratorie. In genere, le crisi del respiro insorgono in modo improvviso, al contrario di quello che avviene nella BPCO. La reversibilità completa o quasi completa dell’ostruzione bronchiale (cioè l’aumento significativo del valore di FEV1 > del 12% e > 200 ml rispetto al valore di base) dopo somministrazione di broncodilatatori a rapida azione depone in favore di una diagnosi di asma bronchiale.

Livelli di gravità dell’asma bronchiale
La gravità dell’asma viene inquadrata in vari “step”:

  • step 1 (intermittente);
  • step 2 (lieve persistente);
  • step 3 (moderato persistente);
  • step 4 (grave persistente).

Leggi anche:

Spirometria nell’asma bronchiale

  • reversibilità dell’ostruzione (>VEMS 12% o 200 ml basale);
  • test di bronco-provocazione positivo (Metacolina – PC20; PD20; < VEMS 20% basale);
  • generalmente la capacità di diffusione del CO (DLCO) è normale.

Leggi anche: Asma bronchiale: spirometria e diagnosi differenziale

Quali sono i principali sintomi della BPCO?
La BPCO ha una insorgenza più tardiva, nelle età medie della vita, con sintomi lentamente progressivi riferiti da pazienti che normalmente sono o sono stati fumatori. L’ostruzione, il rimodellamento delle vie aeree periferiche e l’enfisema, caratteristici della BPCO, sono dovuti a un’abnorme risposta infiammatoria delle vie aeree del parenchima polmonare e alla sistemica inalazione del fumo di sigaretta o di altri fattori irritanti, come polveri, gas, vapori e infezioni ricorrenti.
Una caratteristica abbastanza tipica di questi malati è dapprima la tosse cronica produttiva, poi un aumento progressivo della difficoltà di respiro, prima in occasione di sforzi più o meno intensi e, quindi, nelle fasi più avanzate della malattia, anche a riposo. In genere, le crisi del respiro non insorgono in modo improvviso come in chi ha l’asma. La BPCO, se non adeguatamente trattata ha, sempre, un decorso peggiorativo, cosa che non accade di regola con l’asma, in particolare se seguita e trattata in maniera opportuna.
Nella maggioranza dei casi di BPCO la spirometria indica un’ostruzione bronchiale irreversibile o scarsamente reversibile (il valore del FEV1, dopo somministrazione di broncodilatatore a rapida azione, non si modifica o aumenta in misura non significativa).

Livelli di gravità della BPCO
La BPCO è stata classificata in quattro diversi livelli di gravità:

  • stadio 0: soggetto a rischio, che presenta tosse cronica e produzione di espettorato. La funzionalità respiratoria risulta ancora normale alla spirometria
  • stadio I: malattia lieve, caratterizzata da una leggera riduzione della capacità respiratoria
  • stadio II: malattia moderata, caratterizzata da una riduzione più consistente della capacità respiratoria e da dispnea in caso di sforzo
  • stadio III: malattia severa caratterizzata da una forte riduzione della capacità respiratoria oppure dai segni clinici di insufficienza respiratoria o cardiaca.

Spirometria nella BPCO

  • FEV1e FEV1/FVC (<70% dopobroncodilatatore);
  • ostruzione non reversibile dopo somministrazione di broncodilatatore (salbutamolo);
  • volumi polmonari: aumento del VR, CFR e TLC ( intrappolamento gassoso alveolare e iperdistensione polmonare;
  • DLCO è ridotta.

Terapia nell’asma bronchiale e nella BPCO
Non esistono cure capaci di guarire definitivamente l’asma, ma è possibile gestire i sintomi garantendo a chi ne soffre una vita del tutto normale. Il trattamento più efficace per l’asma può essere determinato dopo aver identificato i fattori scatenanti, come il fumo di sigaretta, la presenza di animali domestici o l’assunzione di particolari sostanze, ed eliminando quindi l’esposizione ad essi. Se ciò non fosse sufficiente, si consiglia l’uso di farmaci selezionati in base alla gravità della malattia e alla frequenza dei sintomi e l’uso di broncodilatatori. Farmaci specifici per l’asma sono classificati in categorie ad azione rapida e prolungata, e sono principalmente corticosteroidi a basso dosaggio per via inalatoria o, in alternativa, si consiglia un antagonista dei leucotrieni orale o uno stabilizzatore dei mastociti.
La terapia farmacologica per la BPCO si basa sull’utilizzo delle seguenti classi di medicinali:

  • broncodilatatori: particolarmente utili nella fase acuta, quando cioè insorge una dispnea (difficoltà respiratoria) importante. In caso di BPCO lieve vengono utilizzati solo al momento del bisogno e rappresentano l’unico trattamento farmacologico necessario. Esistono broncodilatatori a durata d’azione lunga (salmeterolo, formeterolo) ed ultralunga (indacaterolo) per l’utilizzo quotidiano in caso di BPCO moderata e severa. I broncodilatatori più utilizzati appartengono alla categoria dei beta 2-agonisti; meno utilizzati sono invece le metilxantine (teofillina) e gli anticolinergici (o antimuscarinici);
  • antibiotici: utilizzati per prevenire e per curare le infezioni batteriche; si rendono spesso necessari in caso di peggioramento della tosse e della quantità di espettorato (catarro);
  • cortisonici: assunti esclusivamente sotto controllo medico (possono causare alcuni importanti effetti collaterali, soprattutto se assunti per via orale) vengono associati ai broncodilatatori nei casi più gravi di BPCO;
  • vaccino antinfluenzale: particolarmente utile nell’evitare possibili aggravamenti della condizione.

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E’ più difficile e pesante nuotare a mare o in piscina?

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E’ più faticoso nuotare a mare o in piscina? Dipende. Il primo fattore da considerare è il galleggiamento, ed in questo l’acqua salata del mare parte decisamente in vantaggio.

Perché nell’acqua salata si galleggia meglio?

Il fenomeno è legato al principio di Archimede, secondo cui “un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l’alto equivalente al peso del volume del fluido spostato”. In pratica, quando ci immergiamo spostiamo un volume di acqua equivalente al nostro volume corporeo. Il peso della massa d’acqua spostata dipende dalla quantità di materiali in essa disciolti, e quindi dalla sua densità. L’acqua salata, essendo più densa di quella dolce, a parità di volume pesa di più. In base al principio di Archimede, dunque, la spinta verso l’alto conferita dall’acqua salata è maggiore rispetto a quella conferita dall’acqua dolce e permette di galleggiare meglio.

Non tutti i mari fanno galleggiare allo stesso modo

Nel Mar Morto, il lago salato situato fra Israele e Giordania, la salinità dell’acqua (e quindi la sua densità ed il suo peso specifico) è talmente elevata che per galleggiare non serve neppure nuotare. In un litro di acqua del Mar Morto ci sono 365 grammi di sale, contro i 35 presenti mediamente nell’acqua degli oceani. Questo per farvi capire che il galleggiamento è facilitato in modo diverso in base al mare in cui state nuotando.

“Spessore” dell’acqua

Quindi è più facile nuotare al mare che in piscina? Non esattamente. Fin qui abbiamo parlato di galleggiamento, ma il muoversi in acqua è un po’ diverso. Il mare, grazie alla sua spinta dal basso verso l’alto, facilita certamente lo stare a galla, ma nuotando il nostro corpo andrà a scontrarsi con una resistenza maggiore in mare in virtù della sua maggiore densità. Questa resistenza è più bassa in piscina: ciò aiuta gli spostamenti rapidi.

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Condizioni del mare

Le condizioni del mare incidono? Certamente. Col mare mosso nuotare non solo è pericoloso, ma può essere molto faticoso perché non si riesce a prendere bene il ritmo ed i movimenti diventano più complessi, anche se si è molto abili. Si aumenta anche il rischio di infortunio, soprattutto alle spalle, che possono subire torsioni eccessive a causa delle onde impreviste e della forte corrente. Il mare è in genere calmo al mattino e peggiora verso sera. Se ci sono le barriere frangiflutti il mare è spesso sufficientemente calmo per nuotare, anche se al di là è abbastanza mosso. Anche l’eventuale presenza di sporcizia/immondizia nel mare può rendere più faticoso nuotarci: in piscina non c’è questo problema.

Temperature

Anche la temperatura può influire sulla fatica: nuotare in piscina è facilitato da temperature miti, mentre il nuoto al mare può risultare più faticoso in presenza di temperature basse.

Sale e sole

In piscina non ci sono problemi di sale e – se è al chiuso – di sole. L’acqua di mare, a causa del sale, è estremamente abrasiva. Chi nuota abitualmente per più di 30 minuti a sessione, dovrebbe spalmarsi della vaselina sotto le ascelle, per evitare fastidiosi arrossamenti, che alla lunga compaiono sempre. I nuotatori più bravi (a causa della tecnica di nuotata evoluta) tendono a presentare abrasioni anche sul collo e dovranno spalmare vaselina anche in questa zona, e sui muscoli trapezi. Consiglio l’uso di vaselina in tubetto, quella densa dunque, non quella liquida, più difficile da gestire.
Mentre si nuota si prende il sole, soprattutto nella parte posteriore del corpo e sul viso: bisogna proteggere soprattutto le spalle e la schiena, e il viso, cioè le parti più sensibili alle scottature, con creme solari dotate di fattore di protezione adatto alla propria pelle.

Per approfondire, leggi anche: Differenze tra nuotare al mare ed in piscina

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