Differenza tra BPCO ed asma: terapia e sintomi comuni e diversi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA INSPIRAZIONE ESPIRAZIONE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneI sintomi che presenta il paziente con asma bronchiale persistente di grado severo sono molto simili a quelli di un paziente con BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), per cui la distinzione tra le due malattie alcune non è sempre facile, anche perché sono entrambe malattie infiammatorie croniche delle vie aeree che provocano difficoltà respiratorie.

BPCO

  • insorgenza nelle età medie della vita;
  • sintomi lentamente progressivi;
  • storia di abitudine al fumo;
  • dispnea (mancanza di respiro) da sforzo;
  • limitazione al flusso nelle vie aeree scarsamente reversibile o irreversibile;
  • impatto economico sul PIL italiano: circa 9 miliardi di euro;
  • in Italia è la causa del 50% circa delle morti per malattie respiratorie, la mortalità è quasi 3 volte maggiore nel sesso maschile. Il Global Burden of Disease Study prevede che nel 2030 la BPCO diverrà la terza causa di morte a livello mondiale.

Asma bronchiale

  • insorgenza nelle prime età della vita (spesso nell’infanzia);
  • sintomi variabili di giorno in giorno, prevalenti di notte o nel primo mattino;
  • presenza di allergia, rinite e/o eczema, predisposizione familiare;
  • crisi dispnoiche (di mancanza di respiro) acute;
  • limitazione al flusso nelle vie aeree ampiamente reversibile;
  • impatto economico sul PIL italiano: circa 5 miliardi di euro;
  • mortalità non elevata, diffusa ugualmente in entrambi i sessi ed in riduzione negli ultimi decenni.

Per approfondire:

Quali sono i principali sintomi dell’asma?
Nei pazienti con asma bronchiale i sintomi insorgono fin dall’età più giovanile, i pazienti hanno spesso una condizione di “atopia” (facilità a produrre anticorpi IgE cioè allergia) ed una familiarità per asma. I sintomi dell’asma variano da persona a persona e, nella stessa persona, possono variare di giorno in giorno e anche nella stessa giornata e si presentano soprattutto durante il periodo notturno o nelle prime ore del mattino.
Spesso coesiste una condizione di iperreattività bronchiale, anche se essa non è del tutto specifica, in quanto può essere presente, seppure meno frequentemente, anche nella bronchite cronica ed in altre condizioni morbose respiratorie. In genere, le crisi del respiro insorgono in modo improvviso, al contrario di quello che avviene nella BPCO. La reversibilità completa o quasi completa dell’ostruzione bronchiale (cioè l’aumento significativo del valore di FEV1 > del 12% e > 200 ml rispetto al valore di base) dopo somministrazione di broncodilatatori a rapida azione depone in favore di una diagnosi di asma bronchiale.

Livelli di gravità dell’asma bronchiale
La gravità dell’asma viene inquadrata in vari “step”:

  • step 1 (intermittente);
  • step 2 (lieve persistente);
  • step 3 (moderato persistente);
  • step 4 (grave persistente).

Leggi anche:

Spirometria nell’asma bronchiale

  • reversibilità dell’ostruzione (>VEMS 12% o 200 ml basale);
  • test di bronco-provocazione positivo (Metacolina – PC20; PD20; < VEMS 20% basale);
  • generalmente la capacità di diffusione del CO (DLCO) è normale.

Leggi anche: Asma bronchiale: spirometria e diagnosi differenziale

Quali sono i principali sintomi della BPCO?
La BPCO ha una insorgenza più tardiva, nelle età medie della vita, con sintomi lentamente progressivi riferiti da pazienti che normalmente sono o sono stati fumatori. L’ostruzione, il rimodellamento delle vie aeree periferiche e l’enfisema, caratteristici della BPCO, sono dovuti a un’abnorme risposta infiammatoria delle vie aeree del parenchima polmonare e alla sistemica inalazione del fumo di sigaretta o di altri fattori irritanti, come polveri, gas, vapori e infezioni ricorrenti.
Una caratteristica abbastanza tipica di questi malati è dapprima la tosse cronica produttiva, poi un aumento progressivo della difficoltà di respiro, prima in occasione di sforzi più o meno intensi e, quindi, nelle fasi più avanzate della malattia, anche a riposo. In genere, le crisi del respiro non insorgono in modo improvviso come in chi ha l’asma. La BPCO, se non adeguatamente trattata ha, sempre, un decorso peggiorativo, cosa che non accade di regola con l’asma, in particolare se seguita e trattata in maniera opportuna.
Nella maggioranza dei casi di BPCO la spirometria indica un’ostruzione bronchiale irreversibile o scarsamente reversibile (il valore del FEV1, dopo somministrazione di broncodilatatore a rapida azione, non si modifica o aumenta in misura non significativa).

Livelli di gravità della BPCO
La BPCO è stata classificata in quattro diversi livelli di gravità:

  • stadio 0: soggetto a rischio, che presenta tosse cronica e produzione di espettorato. La funzionalità respiratoria risulta ancora normale alla spirometria
  • stadio I: malattia lieve, caratterizzata da una leggera riduzione della capacità respiratoria
  • stadio II: malattia moderata, caratterizzata da una riduzione più consistente della capacità respiratoria e da dispnea in caso di sforzo
  • stadio III: malattia severa caratterizzata da una forte riduzione della capacità respiratoria oppure dai segni clinici di insufficienza respiratoria o cardiaca.

Spirometria nella BPCO

  • FEV1e FEV1/FVC (<70% dopobroncodilatatore);
  • ostruzione non reversibile dopo somministrazione di broncodilatatore (salbutamolo);
  • volumi polmonari: aumento del VR, CFR e TLC ( intrappolamento gassoso alveolare e iperdistensione polmonare;
  • DLCO è ridotta.

Terapia nell’asma bronchiale e nella BPCO
Non esistono cure capaci di guarire definitivamente l’asma, ma è possibile gestire i sintomi garantendo a chi ne soffre una vita del tutto normale. Il trattamento più efficace per l’asma può essere determinato dopo aver identificato i fattori scatenanti, come il fumo di sigaretta, la presenza di animali domestici o l’assunzione di particolari sostanze, ed eliminando quindi l’esposizione ad essi. Se ciò non fosse sufficiente, si consiglia l’uso di farmaci selezionati in base alla gravità della malattia e alla frequenza dei sintomi e l’uso di broncodilatatori. Farmaci specifici per l’asma sono classificati in categorie ad azione rapida e prolungata, e sono principalmente corticosteroidi a basso dosaggio per via inalatoria o, in alternativa, si consiglia un antagonista dei leucotrieni orale o uno stabilizzatore dei mastociti.
La terapia farmacologica per la BPCO si basa sull’utilizzo delle seguenti classi di medicinali:

  • broncodilatatori: particolarmente utili nella fase acuta, quando cioè insorge una dispnea (difficoltà respiratoria) importante. In caso di BPCO lieve vengono utilizzati solo al momento del bisogno e rappresentano l’unico trattamento farmacologico necessario. Esistono broncodilatatori a durata d’azione lunga (salmeterolo, formeterolo) ed ultralunga (indacaterolo) per l’utilizzo quotidiano in caso di BPCO moderata e severa. I broncodilatatori più utilizzati appartengono alla categoria dei beta 2-agonisti; meno utilizzati sono invece le metilxantine (teofillina) e gli anticolinergici (o antimuscarinici);
  • antibiotici: utilizzati per prevenire e per curare le infezioni batteriche; si rendono spesso necessari in caso di peggioramento della tosse e della quantità di espettorato (catarro);
  • cortisonici: assunti esclusivamente sotto controllo medico (possono causare alcuni importanti effetti collaterali, soprattutto se assunti per via orale) vengono associati ai broncodilatatori nei casi più gravi di BPCO;
  • vaccino antinfluenzale: particolarmente utile nell’evitare possibili aggravamenti della condizione.

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E’ più difficile e pesante nuotare a mare o in piscina?

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E’ più faticoso nuotare a mare o in piscina? Dipende. Il primo fattore da considerare è il galleggiamento, ed in questo l’acqua salata del mare parte decisamente in vantaggio.

Perché nell’acqua salata si galleggia meglio?

Il fenomeno è legato al principio di Archimede, secondo cui “un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l’alto equivalente al peso del volume del fluido spostato”. In pratica, quando ci immergiamo spostiamo un volume di acqua equivalente al nostro volume corporeo. Il peso della massa d’acqua spostata dipende dalla quantità di materiali in essa disciolti, e quindi dalla sua densità. L’acqua salata, essendo più densa di quella dolce, a parità di volume pesa di più. In base al principio di Archimede, dunque, la spinta verso l’alto conferita dall’acqua salata è maggiore rispetto a quella conferita dall’acqua dolce e permette di galleggiare meglio.

Non tutti i mari fanno galleggiare allo stesso modo

Nel Mar Morto, il lago salato situato fra Israele e Giordania, la salinità dell’acqua (e quindi la sua densità ed il suo peso specifico) è talmente elevata che per galleggiare non serve neppure nuotare. In un litro di acqua del Mar Morto ci sono 365 grammi di sale, contro i 35 presenti mediamente nell’acqua degli oceani. Questo per farvi capire che il galleggiamento è facilitato in modo diverso in base al mare in cui state nuotando.

“Spessore” dell’acqua

Quindi è più facile nuotare al mare che in piscina? Non esattamente. Fin qui abbiamo parlato di galleggiamento, ma il muoversi in acqua è un po’ diverso. Il mare, grazie alla sua spinta dal basso verso l’alto, facilita certamente lo stare a galla, ma nuotando il nostro corpo andrà a scontrarsi con una resistenza maggiore in mare in virtù della sua maggiore densità. Questa resistenza è più bassa in piscina: ciò aiuta gli spostamenti rapidi.

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Condizioni del mare

Le condizioni del mare incidono? Certamente. Col mare mosso nuotare non solo è pericoloso, ma può essere molto faticoso perché non si riesce a prendere bene il ritmo ed i movimenti diventano più complessi, anche se si è molto abili. Si aumenta anche il rischio di infortunio, soprattutto alle spalle, che possono subire torsioni eccessive a causa delle onde impreviste e della forte corrente. Il mare è in genere calmo al mattino e peggiora verso sera. Se ci sono le barriere frangiflutti il mare è spesso sufficientemente calmo per nuotare, anche se al di là è abbastanza mosso. Anche l’eventuale presenza di sporcizia/immondizia nel mare può rendere più faticoso nuotarci: in piscina non c’è questo problema.

Temperature

Anche la temperatura può influire sulla fatica: nuotare in piscina è facilitato da temperature miti, mentre il nuoto al mare può risultare più faticoso in presenza di temperature basse.

Sale e sole

In piscina non ci sono problemi di sale e – se è al chiuso – di sole. L’acqua di mare, a causa del sale, è estremamente abrasiva. Chi nuota abitualmente per più di 30 minuti a sessione, dovrebbe spalmarsi della vaselina sotto le ascelle, per evitare fastidiosi arrossamenti, che alla lunga compaiono sempre. I nuotatori più bravi (a causa della tecnica di nuotata evoluta) tendono a presentare abrasioni anche sul collo e dovranno spalmare vaselina anche in questa zona, e sui muscoli trapezi. Consiglio l’uso di vaselina in tubetto, quella densa dunque, non quella liquida, più difficile da gestire.
Mentre si nuota si prende il sole, soprattutto nella parte posteriore del corpo e sul viso: bisogna proteggere soprattutto le spalle e la schiena, e il viso, cioè le parti più sensibili alle scottature, con creme solari dotate di fattore di protezione adatto alla propria pelle.

Per approfondire, leggi anche: Differenze tra nuotare al mare ed in piscina

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Oftalmodinia solare: il dolore agli occhi che dipende dalla luce

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma OFTALMODINIA SOLARE DOLORE OCCHI LUCE SOLRiabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgCon “oftalmodinia” in medicina si intende “dolore all’occhio”. Qualora siamo di fronte ad dolore agli occhi che interviene o peggiori con l’esposizione alla luce solare e/o all’illuminazione artificiale intensa, allora si parla di “oftalmodinia solare“.

Cause e fattori di rischio

L’oftalmodinia (e quella solare in particolare) si può riscontrare soprattutto in caso di alcune patologie che riguardano l’occhio, come uveiti (ed altre infiammazioni), abrasioni della cornea, infezioni, congiuntiviti, cheratiti e glaucoma acuto. L’oftalmodinia solare, inoltre, può essere correlata a meningite, cefalea e vari stati febbrili. In altri casi, è conseguenza di irritazioni secondarie all’uso errato delle lenti a contatto.

Leggi anche: Ulcera corneale (lesione della superficie oculare trasparente): cause, sintomi e cure

Sintomi e segni

L’oftalmodinia è essa stessa un sintomo. Sintomi e segni associati all’oftalmodinia, possono essere:

  • rossore all’occhio;
  • lacrimazione;
  • emissione di materiale purulento dall’occhio;
  • orzaiolo;
  • difficoltà visive.

Leggi anche: Occhi rossi, forse è congiuntivite

Diagnosi

Per diagnosticare una oftalmodinia, e soprattutto la causa a monte che la determina, è importante rivolgersi all’oftalmologo per eseguire una visita oculistica. Ogni visita oculistica può comprendere vari step diversi. In tutti i casi vengono eseguiti:

  • anamnesi: il medico, tramite alcune domande, raccoglie di informazioni di carattere generale, sulle patologie del paziente e suoi parenti (non solo oculistiche) e sulla tipologia di sintomi avvertiti. Il medico inoltre visiona eventuale documentazione su esami precedentemente svolti o su altre patologie;
  • esame obiettivo: il medico osserva direttamente del paziente ed i suoi segni nella sua totalità, con particolare attenzione alla testa ed ovviamente agli occhi. Si esamina ad esempio l’allineamento degli occhi e la loro motilità, lo stato delle palpebre e la loro motilità, l’eventuale presenza di alterazioni macroscopiche correlabili a patologie orbitarie e dell’apparato lacrimale, la mobilità e la statica pupillare per notare eventuale nistagmo.

A tali indagini diagnostiche si associano vari altri test, tra cui:

Ovviamente non tutti gli esami elencati sono sempre necessari al medico per capire la causa a monte dell’oftalmodinia. Per approfondire, leggi anche: Visita oculistica: in cosa consiste e come si svolge?

Cura e prevenzione

In caso di oftalmodinia – soprattutto se grave e persistente – è importante una valutazione clinico-strumentale da parte dell’oftalmologo (oculista), in modo da individuare la causa a monte che la determina. Determinata la causa, il medico potrà decidere se e quali strumenti terapeutici usare. Antibiotici o antivirali sono prescritti quando il dolore all’occhio sia causato da infezioni batteriche o virali. Colliri antistaminici possono contribuire ad alleviare l’oftalmodinia associata alla congiuntivite allergica. In caso di lesioni corneali, possono essere indicati corticosteroidi e anestetici locali. Un semplice FANS (come l’ibuprofene), può temporaneamente diminuire il dolore. Importante poi capire se il paziente sta sbagliando qualcosa nell’applicazione e nella gestione delle lenti a contatto: se presenti errori, questi devono essere corretti. Nei bambini, i traumi e le infezioni rappresentano le cause più frequenti di oftalmodinia; è importante prestare attenzione ad alcuni comportamenti, come lo sfregarsi gli occhi frequentemente soprattutto dopo che il bambino ha toccato materiali inquinati, come la terra. In questo caso è importante ricordare ai genitori l’importanza di lavare accuratamente le mani del bimbo, prima che egli le porti al viso. Per alleviare l’oftalmodinia, può essere utile distendersi al buio con gli occhi chiusi, anche applicando un impacco con acqua fredda e dopo aver instillato colliri decongestionanti od a base di camomilla ed eufrasia. Per prevenire l’oftalmodinia solare nello specifico, è possibile utilizzare lenti schermanti, a norma di legge, che filtrino la maggior parte dei raggi UVA ed UVB (ultravioletti), soprattutto durante l’estate.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Qual è la differenza tra lentiggini ed efelidi?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE LENTIGGINI EFELIDI VISO FACCIARiabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgAll’apparenza sono molto simili, tuttavia hanno caratteristiche diverse: sto parlando di lentiggini ed efelidi. Vediamo oggi quali sono queste differenze.

Cosa sono le efelidi?

Le efelidi sono piccoli puntini brunastri, più o meno rotondeggianti, piatte (non rilevate e non infiltrate) rispetto la superficie cutanea. La loro formazione è associata ad un aumento della concentrazione di melanina in alcuni punti dell’epidermide, a causa di una produzione irregolare di pigmento sotto l’azione dei raggi ultravioletti presenti nelle radiazioni solari. La tendenza alle efelidi si eredita dai genitori. Queste chiazzette pigmentate fanno solitamente la loro comparsa fin dalla giovane età e sono comuni nei soggetti con pelle chiara e capelli biondi o rossi (fototipo 1 e 2). Le efelidi compaiono soprattutto nelle zone esposte alla luce (volto, parti alte del torace e degli arti superiori e décolleté). Rispetto alle lentiggini, le efelidi presentano un colorito più chiaro e una variazione stagionale, cioè si accentuano tipicamente in estate, con l’esposizione al sole, e tendono ad attenuarsi durante la stagione invernale (non sono, quindi, permanenti). L’aspetto delle efelidi può migliorare con l’applicazione di creme schiarenti e peelings leggeri.

Cosa sono le lentiggini?

Le lentiggini sono discromie cutanee di tipo ipercromico, dovute ad un aumento del numero di melanociti negli strati basali dell’epidermide; la melanina prodotta in quantità superiore, quindi, si concentra in alcune cellule. Le lentiggini si presentano come macchiette piane o leggermente rilevate, di un colore che varia dal marrone chiaro a quello scuro e forma irregolare. Le lentiggini possono manifestarsi in diverse parti del corpo, indipendentemente dall’esposizione della pelle alla luce del sole: in genere, sono evidenti a livello di viso, spalle, arti superiori e dorso delle mani, ma possono comparire anche in zone nascoste alla luce ed a livello delle mucose. Essendo delle iperpigmentazioni dovute ad un accumulo di melanina, le esposizioni intense e prolungate al sole possono accentuare e rendere più numerose queste macchiette. A differenza delle efelidi, non scompaiono nel periodo invernale (sono permanenti); nel caso delle lentiggini, poi, il cambiamento di colore dall’estate all’inverno avviene, ma in maniera meno intensa. Le lentiggini possono essere asportate dal medico con il laser o la diatermocoagulazione.

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Orecchio interno: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE ANATOMIA ORECCHIO ESTERNO MEDIO INTERNO SORDITA IPOACUSIA SISTEMA UDITIVO NERVO 8 VIII CRANICO VESTIBOLO COCLEARE LIEVE PROFONDA DECIBEL TIPI GRADI APPARECCHI ACUSTICI SENSO UDITOL’orecchio interno è la componente più profonda dell’orecchio.
Situate in una cavità dell’osso temporale, il cui nome è labirinto osseo, le parti che costituiscono l’orecchio interno sono sostanzialmente due: l’apparato vestibolare (o sistema vestibolare) e la coclea.
In anatomia, il complesso “apparato vestibolare – coclea” prende il nome di labirinto membranoso.
All’interno, così come all’esterno, dell’apparato vestibolare e della coclea, circola un fluido caratteristico: il fluido all’esterno prende il nome di perilinfa, mentre il fluido all’interno è la già citata endolinfa.
Interponendosi tra il labirinto osseo e il labirinto membranoso, la perilinfa agisce da cuscinetto ammortizzante, che impedisce gli urti tra una delle strutture dell’orecchio interno e le pareti ossee circostanti.
L’endolinfa, invece, gioca un ruolo fondamentale nel processo di percezione dei suoni e nei meccanismi di equilibrio.

  • Apparato vestibolare. Struttura dell’orecchio specificatamente deputata al controllo dell’equilibrio, consta di due elementi: il vestibolo e i canali semicircolari.
    Il vestibolo comprende due vescicole caratteristiche: una superiore, chiamata utricolo, e una inferiore, denominata sacculo. L’utricolo possiede forma allungata, è strettamente connesso alle ampolle dei canali semicircolari e comunica con la staffa, attraverso la finestra ovale. Il sacculo, invece, ha forma sferica ed è strettamente connesso alla coclea.
    Per quanto concerne invece i canali semicircolari, questi sono tre condotti ricurvi, che prendono posto sopra il vestibolo, rappresentando in questo modo la parte superiore dell’intero apparato vestibolare. Alla base di ciascun canale semicircolare c’è una piccola dilatazione, che prende il nome di ampolla.
    L’orientamento dei canali semicircolari è particolare; ogni canale, infatti, forma un angolo retto con ciascuno degli altri due.
    All’interno di vestibolo e canali semicircolari, dispersi nell’endolinfa, ci sono i cosiddetti otoliti (cristalli di carbonato di calcio) e degli elementi cellulari particolari, forniti di ciglia (cellule ciliate).
    Insieme all’endolinfa, gli otoliti e le cellule ciliate di vestibolo e canali semicircolari giocano un ruolo centrale nei meccanismi di regolazione dell’equilibrio.

Coclea e Vestibolo

  • Coclea. Simile a una chiocciola – somiglianza a cui deve il suo secondo nome – è la struttura dell’orecchio specificatamente deputata alla percezione dei suoni.
    All’interno della coclea, sono riconoscibili tre camere, il cui nome è: scala vestibolare, dotto cocleare e scala timpanica.
    Di queste tre camere – tutte e tre molto importanti – si segnala in particolare il dotto cocleare, per il fatto che contiene un elemento fondamentale per il processo di percezione uditiva: il cosiddetto organo del Corti. L’organo del Corti è un insieme di cellule ciliate molto particolari, deputate all’interazione con l’endolinfa.
    Si segnala, infine, che l’area della coclea connessa alla finestra rotonda risiede al confine con il vestibolo, nelle immediate vicinanze dell’utricolo.

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Innervazione dell’orecchio interno

L’innervazione dell’orecchio interno spetta al nervo vestibolococleare (o ottavo nervo cranico). Il nervo vestibolococleare è un importante struttura nervosa con funzione sensitiva, che origina a livello del ponte di Varolio (tronco encefalico) e si divide in: nervo vestibolare superiore, nervo vestibolare inferiore e branca cocleare (o nervo cocleare).
I nervi vestibolare superiore e vestibolare inferiore hanno il compito di trasmettere i segnali nervosi dall’apparato vestibolare – con il quale comunicano e al quale devono il nome – all’encefalo.
Il nervo cocleare, invece, ha la funzione di trasmettere i segnali nervosi dalla coclea – alla quale è collegato e al quale deve il nome – all’encefalo.

Vascolarizzazione dell’orecchio

Orecchio esterno, orecchio medio e orecchio interno possiedono, ciascuno, una propria rete di vasi arteriosi, la quale fornisce loro il sangue ossigenato necessario alla sopravvivenza dei diversi elementi anatomici costituenti.
L’afflusso di sangue ossigenato all’orecchio interno spetta a: la branca timpanica anteriore dell’arteria mascellare, la branca stilo-mastoidea dell’arteria auricolare, la branca petrosa dell’arteria meningea media e l’arteria labirintica.

Funzione dell’orecchio interno

L’orecchio interno ha la funzione di interpretare – grazie alle cellule ciliate – i movimenti dell’endolinfa presente nella coclea, in impulsi elettrici da inviare al lobo temporale del cervello, tramite il nervo cocleare. Nel lobo temporale del cervello ha luogo la finale rielaborazione degli impulsi nervosi e la generazione della percezione dell’udito. L’orecchio interno è anche il centro dell’equilibrio grazie all’apparato vestibolare in esso contenuto.

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Farmaco per diabete ritirato dalle farmacie: ecco i lotti interessati

MEDICINA ONLINE FARMACO MEDICINALE PRINCIPIO ATTIVO FARMACIA PILLOLA PASTIGLIA DINITROFENOLO DNP DIMAGRIRE DIETA FARMACI ANORESSIZANTI MORTE EFFETTI COLLATERALI FOGLIO FOGLIETTO ILLUSTRAL’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha disposto il ritiro di alcuni lotti della specialità medicinale METFORMINA MYLAN GENERICS della ditta Mylan Spa nelle seguenti confezioni: METFORMINA MY*30CPR RIV 500MG – AIC 039846023; METFORMINA MY*30CPR RIV 850MG – AIC 039846086; METFORMINA MY*60CPR RIV 1000MG – AIC 039846175.

Il provvedimento, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello ‘Sportello dei Diritti’, si è reso necessario a seguito della notifica di allerta rapida e della dichiarazione di non conformità alle norme di ‘Buona Fabbricazione’ del sito di produzione, entrambe emesse dall’agenzia portoghese.

METFORMINA MYLAN GENERICS è utilizzato per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, particolarmente nei pazienti in sovrappeso quando il regime alimentare e l’esercizio fisico da soli non danno risultati per un controllo adeguato della glicemia. I lotti in questione non potranno essere utilizzati e la ditta Mylan dovrà assicurarne l’avvenuto ritiro entro 48 ore dalla ricezione del provvedimento.

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Diabete: 5 regole per gestire la glicemia durante le vacanze estive

MEDICINA ONLINE SOLE MARE COPPIA AMORE UOMO DONNA USTIONE SOLARE RADIAZIONE ABBRONZATURA PISCINA ACQUA NUOTO NUOTARE SPIAGGIA NUVOLEIl diabete non va in vacanza. Anzi, in estate, le temperature più elevate, i cambiamenti negli abitudinari stili di vita, la mancata aderenza alla terapia vissuta come un peso da ricordare anche nei luoghi di villeggiatura e la sottovalutazione di alcune possibili condizioni climatiche o ambientali, sono tutti fattori che possono scompensare il diabete, avverte Francesco Giorgino, professore ordinario di endocrinologia e malattie metaboliche all’Università di Bari Aldo Moro, ricordando che “oltrepassare le soglie di guardia significa incorrere in pericoli invece evitabili”.

Il diabete non è una ‘controindicazione’ o un limite per una buona vacanza – spiega l’esperto – Tuttavia è importante mantenere comportamenti corretti anche in estate, senza cioè dimenticare la malattia, che va monitorata e curata con l’adeguata terapia per tutto il periodo della villeggiatura”.

“Un atteggiamento responsabile verso il diabete – prosegue – consente di concedersi un soggiorno senza rischi, beneficiando di tutti i vantaggi che la vacanza apporta all’organismo e anche alla malattia stessa”.

Per l’esperto, “bastano cinque facili regole comportamentali per tenere sotto controllo diabete e glicemia” in vacanza. Eccole:

Disidratazione, un rischio dietro l’angolo. Caldo, aumento della sudorazione e perdita di liquidi ‘prosciugano’ il fisico di chiunque, ma soprattutto di anziani e diabetici. Questi ultimi sono più esposti a tale rischio anche per l’uso di farmaci che possono aumentare la perdita di liquidi: i diuretici, utili a controllare la pressione alta, oppure le gliflozine, terapie di ultima generazione che controllano la glicemia favorendo l’eliminazione di glucosio con le urine. Fondamentale è monitorare con maggiore frequenza la pressione arteriosa, facendo attenzione ai primi campanelli di allarme di una possibile disidratazione: bocca asciutta, pelle secca o prurito, sensazione di mancamento e testa vuota, stanchezza. Il rimedio per prevenire la disidratazione è bere molta acqua, anche oltre due litri al giorno, mentre va limitata l’assunzione di altre bevande che, apparentemente prive di zucchero, possono contenere sostanze zuccherine con impatto negativo sulla glicemia.

Fedeltà alla tavola. Significa attenersi anche in vacanza al proprio stile alimentare, senza trasgredire, soprattutto quando si frequentano alberghi e ristoranti. Alimenti nuovi, esotici o non assunti abitualmente possono dare adito a una ‘reazione’ glicemica imprevista o provocare anche ipoglicemie; dunque se si mangiano cibi insoliti o strani, la raccomandazione è effettuare un autocontrollo più frequente della glicemia. Occorre però anche fare attenzione agli orari dei pasti: variazioni importanti potrebbero avere implicazioni sulla terapia farmacologica. Per esempio, chi assume insulina prandiale, cioè prima dei pasti, deve osservare un corretto intervallo temporale fra la colazione e il pranzo e fra questo e la cena per non incorrere in problemi di sovrapposizione di dosi di insulina.

Sport sì, ma con saggezza. L’estate e l’aria aperta inducono a fare maggiore esercizio fisico. Attenzione, però, a non lasciarsi tentare da sport estremi o da un impegno fisico troppo intenso, che possono favorire l’aumento eccessivo della glicemia. Con il diabete è bene privilegiare attività moderate, di tipo aerobico, che di norma contribuiscono a ridurre la glicemia. E’ consigliato comunque monitorare sempre la glicemia per prevenire picchi o cali glicemici, alimentarsi prima con degli snack e bere più frequentemente (ogni 20-30 minuti), anche durante l’allenamento.

Farmaci e dispositivi da conservare al fresco. Le più alte temperature, tipiche dell’estate, possono alterare le caratteristiche dei farmaci, riducendone l’efficacia: l’insulina, ma anche terapie orali come capsule e compresse o iniettive come gli analoghi del Glp-1, devono essere di norma conservati in frigorifero e non esposti al sole. Stessa raccomandazione vale anche per i device, sia i glucometri ma soprattutto le strisce reattive che contengono l’enzima per determinare il valore della glicemia.

Mai a piedi scalzi. Il diabete, specie in persone che ne sono affette da molti anni, può comportare problemi di neuropatia, con perdita della sensibilità tattile, dolorifica e termica. Camminare a piedi nudi non è una buona pratica perché può esporre il diabetico a traumi, microferite, contusioni, ustioni senza avvertire dolore. Queste lesioni, a lungo andare, possono innescare una serie di complicanze fino al piede diabetico. La raccomandazione è, quindi, di indossare ciabatte o altre calzature comode per proteggere il piede.

“Non basta solo attenersi a queste cinque raccomandazioni – afferma Giorgino – Occorre soprattutto non dimenticarsi delle terapie, la cui aderenza è spesso messa a repentaglio proprio dalla vacanza, ma che vanno seguite con attenzione e regolarità anche in estate”.

“Oggi, per le persone con diabete di tipo 2, sono disponibili farmaci, come alcuni analoghi del GLP-1 – spiega – che possono favorire proprio l’aderenza alla terapia, perché si somministrano soltanto una volta alla settimana e facilmente”, come il dulaglutide. Indipendentemente dalla terapia seguita, la raccomandazione che lo specialista vuole rivolgere a tutte le persone con diabete è “di non lasciare la ‘cura’ in valigia, a garanzia di una vacanza rilassante e in salute”.

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Lacrime: di che sono fatte, a che servono e cosa le produce?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERCHE SI PIANGE LACRIME Riabilitazione Nutrizionista Dieta Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Seno Pulsata Macchie Capillari Pressoterapia Linfodrenaggio 1Da cosa sono prodotte le lacrime?
La lacrima (o pellicola lacrimale) è una struttura liquida che ricopre fisiologicamente la congiuntiva palpebrale bulbare e la cornea e viene prodotta dall’apparato lacrimale. Tale apparato, come si può intuire dalla foto, è formato da due parti:
1) porzione secretoria (ghiandola lacrimale e dotti secretori) che secerne la lacrima,
2) porzione escretoria che ha il compito di drenare la lacrima verso il naso (sacco lacrimale, canalini e dotti).

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A che servono le lacrime?
Le funzioni principali della pellicola lacrimale sono cinque:
1) Pulizia: attraverso la pellicola lacrimale defluiscono verso la componente escretoria delle ghiandole lacrimali, le impurità provenienti dall’ambiente esterno.
2) Lubrificazione: la componente mucotica della pellicola lacrimale svolge funzione lubrificante, nei confronti dell’epitelio corneale.
3) Nutrizione: la componente acquosa della pellicola lacrimale funge da veicolo per numerose sostanze disciolte nella lacrima; ossigeno, ioni, anidride carbonica, mucine, lipidi; sostanze indispensabili all’eutrofismo della superficie oculare e alla sua nutrizione.
4) Trasparenza ottica: lo strato mucoso della pellicola lacrimale migliora la trasparenza ottica della superficie corneale. I microvilli dell’epitelio corneale fungono da base alla mucina, che viene assorbita dalle villosità corneali, consentendo una migliore uniformità superficiale.
5) Difesa: la pellicola lacrimale rappresenta la principale difesa alle infezioni batteriche corneali e congiuntivali, assieme alla palpebra. Diffondendosi uniformemente sull’epitelio corneale, funge da barriera protettiva agli agenti batterici esterni ed ha un potente potere disinfettante.

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Di cosa sono fatte le lacrime?
Le lacrime sono formate al 98% di acqua, il restante 2% è composto principalmente da elettroliti, numerose proteine (albumina, lattoferrina, immunoglobuline…) e glucosio. Il potere disinfettante prima citato è dovuto a varie componenti lacrimali: cloruro di sodio, urea e un enzima battericida, il lisozima. Non tutte le lacrime sono uguali: quelle prodotte durante pianti emozionali (da gioia o tristezza) presentano una composizione chimica diversa dagli altri tipi di lacrime: contengono infatti un quantitativo significativamente più alto di ormoni prolattina, ormoni adrenocorticotropo, leu-encefalina (un oppioide endogeno e potente anestetico), potassio e manganese.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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