Clausola rescissoria di un contratto di un calciatore: cos’è ed che serve?

MEDICINA ONLINE CRISTIANO RONALDO REAL MADRID MONEY RICH GOL GOAL CORNER FLY EMIRATES FOOT TALL WEIGHT HEIGHT SHORT SOCCER PORTOGALLO EUROPE MONDIALE PALLONE CALCIO FOOTBALL LEGEND WALLIn ambito calcistico con “clausola rescissoria” si intende la possibilità da parte di un calciatore di recedere unilateralmente dal contratto con la propria società di appartenenza, dietro il pagamento di una determinata cifra.

Se un calciatore se ne vuole andare prima della fine del contratto deve quindi pagare la clausola rescissoria alla sua squadra, anche se ovviamente sono le squadre compratori che la pagano al posto del calciatore.

Ad esempio: Messi gioca nel Barcellona ma un giorno, quando il suo contratto non è ancora scaduto, decide che vuole andare al Bayern, ma ha una clausola rescissoria di 50 milioni.
Il Bayern fa l’offerta di 200 milioni al Barcellona (per pagare Messi) ma deve aggiungere altri 50 per pagargli la clausola rescissoria. Altrimenti o se la paga Messi di tasca propria (se proprio vuole andarsene) o resta al Barcellona fine a fine contratto.

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Allenamento con le ripetute (interval training): cos’è ed a che serve?

runner's high  sballo del corridore endorfine droga endogenaL’allenamento con le ripetute, o allenamento frazionato (o interval training) è un tipo di allenamento ad alta intensità, in genere rivolto all’atleta già abbastanza esperto, che desidera evolvere ulteriormente. Proprio a causa dell’intensità elevata, in genere è sconsigliabile per coloro che sono ancora principianti: nel caso della corsa e del ciclismo, sto parlando di coloro che ancora non hanno superato il fit-test.
C’è da dire, tuttavia, che negli ultimi anni il cosiddetto HIIT (High-Intensity Interval Training), nelle sue varie declinazioni, è stato utilizzato anche nei soggetti poco allenati o sedentari, ottenendo risultati paragonabili, o additittura superiori, rispetto al tradizionale allenamento basato sullo sforzo continuo e prolungato, ad intensità moderate.
L’allenamento con le ripetute è stato ideato da Emil Zatopek, l’atleta cecoslovacco vincitore di quattro medaglie d’oro e una d’argento alle olimpiadi, nonché primo atleta a scendere sotto i 29 minuti sui 10000 metri nel 1954.
Le ripetute vengono utilizzate in tutti gli sport di resistenza, e quindi anche nel nuoto, nel ciclismo e nella corsa. Nel nuoto le ripetute vengono utilizzate sempre, anche negli allenamenti di intensità media, ma per una questione squisitamente pratica, dovuta al fatto che l’allenamento si svolge in piscina, e quindi per controllare il ritmo e i tempi di percorrenza l’atleta si deve necessariamente fermare.

A cosa servono le ripetute?
L’idea alla base dell’allenamento con le ripetute è quello di dividere la distanza di allenamento in frazioni, da eseguire ad una intensità che sarebbe molto difficile mantenere in modo costante per la distanza totale dell’allenamento. Inserendo dei periodi di recupero tra le frazioni, è così possibile aumentare il volume di allenamento, a parità di intensità. L’allenamento con le ripetute viene utilizzato principalmente per gli allenamenti di alta intensità, tuttavia questo tipo di approccio può essere utilizzato anche a basso livello: pensiamo ai vari step per arrivare a correre per un’ora consecutiva che è strutturato esattamente in ripetute, con lo scopo di far correre per un tempo totale molto superiore rispetto a quanto il principiante potrebbe correre in modo continuativo. In questo modo si riescono ad accelerare i miglioramenti e si velocizza il raggiungimento degli obiettivi.

Il recupero nelle ripetute
Il recupero, nelle ripetute, serve a ripristinare le condizioni metaboliche ottimali per riuscire a ripetere la prova all’intensità richiesta dal tipo di allenamento che si sta svolgendo.
Dal punto di vista fisiologico, durante il recupero avvengono principalmente tre cose: il ripristino della fosfocreatina, la conversione del glucosio 6-P a glicogeno, e quella del lattato a glucosio (nel fegato, tramite il ciclo di Cori, ma anche nei muscoli e in altri organi). In parole povere: l’organismo cerca di ripristinare le scorte energetiche.

La durata del recupero dovrà essere sufficiente per eseguire la prova all’intensità richiesta, ma non dovrà essere così lungo da consentire un recupero completo. Un recupero troppo lungo non comporta, tuttavia, il fallimento dell’efficacia dell’allenamento, ma solo una riduzione del tempo totale di azione dello stimolo allenante. Mi spiego meglio con un esempio: supponiamo di eseguire delle ripetute all’intensità di soglia anaerobica. Per raggiungere la soglia occorrono circa due minuti, partendo da riposati. Ma con un recupero adeguato, tale tempo di latenza scenderà a un minuto o meno, mentre con un recupero troppo prolungato, occorreranno sempre due minuti per arrivare alla soglia anaerobica. A parità di durata delle ripetute, sbagliando il tempo di recupero si perderà un minuto di effetto allenante per ogni ripetuta e si avrà quindi una minor efficacia complessiva dell’allenamento, ma non l’annullamento completo della sua utilità.
La durata del recupero è proporzionale all’intensità dello sforzo, e sarà quindi tanto più lunga quanto più intensa è la prestazione.
Recupero attivo o passivo?
Il recupero può essere attivo, cioè continuando lo sforzo, ma ad intensità inferiore; oppure passivo, cioè da fermi.
Diversi studi hanno dimostrato che il recupero attivo è più efficace per lo smaltimento del lattato, grazie alla maggior perfusione muscolare e dall’utilizzo del lattato come substrato energetico da parte delle fibre lente. Altri studi hanno tuttavia dimostrato che quando lo sforzo supera un certo livello (dal VO2Max in su) le ripetute con recupero da fermo consentono di sostenere tale sforzo per una durata maggiore, probabilmente perché quando ci si avvicina ad uno sforzo massimale, l’organismo necessita di tutto l’ossigeno disponibile per rigenerare le scorte di energia nel minor tempo possibile e il recupero attivo sottrarrebbe parte dell’ossigeno disponibile.
Il recupero nelle ripetute, dunque, dovrebbe essere attivo per le intensità inferiori al VO2Max, e passivo per le intensità superiori a tale valore.

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Differenza tra distorsione, distrazione, strappo e contusione

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA TRAUMA MUSCOLO OSSO FRATTURA LUSSAZIONE DISTORSIONE STRAPPO DISTRAZIONE  MOVIMENTO ROTTURA MUSCOLARE ATTIVITA FISICA SPORT MOVIMENTO GAMBA PIEDE GINNASTICA SCARPE CORRERE CRAMPI MIOCLONIE SPASMO.jpgLa “distorsione” è una lesione della capsula e dei legamenti, a volte  con lacerazione, ma senza rottura; provoca una fuoriuscita di sangue nella sede articolare per cui si verifica gonfiore e tumefazione. Ci può essere anche dolore intenso e il movimento è bloccato. Interessa di solito la caviglia, il ginocchio e il polso, è favorita da un tono muscolare insufficiente ed è provocata da un movimento brusco che sposta l’articolazione portando temporaneamente i capi articolari al di là dei limiti fisiologici. E’ più frequente negli adulti che nei bambini e la sua gravità è estremamente variabile  in quanto può comportare danni di varia entità alle componenti dell’articolazione: capsula, legamenti, tendini e menisco. La distorsione a carico della caviglia può portare a distorsioni recidivanti anche per tutta la vita, a causa di disfunzioni permanenti e mancanza di risposta muscolo-tendinea. In caso di distorsione è necessario mettere l’arto in posizione sollevata, applicare una borsa del ghiaccio e rivolgersi al medico, anche per escludere la presenza di fratture.

Lo “strappo muscolare” (anche chiamato “rottura muscolare”) è una lesione di uno o più fasci di fibre muscolari causata da uno stiramento improvviso che determina la rottura delle fibre del muscolo. Solitamente si manifesta a seguito di violente contrazioni o scatti improvvisi ed è molto frequente soprattutto fra coloro che praticano degli sport dove è richiesto un movimento muscolare di tipo esplosivo ad esempio nel calcio, nel body building, nelle gare di salto, ect. A volte invece colpisce le persone non allenate oppure coloro che non si sono sufficientemente riscaldati prima di affrontare un allenamento. Gli strappi muscolari interessano soprattutto i muscoli della coscia (flessori, adduttori, quadricipite) e della gamba (tricipite surale), mentre è più raro che colpiscano i muscoli addominali o dorsali. In generale però lo strappo muscolare può colpire qualsiasi muscolo del corpo. Il disturbo può coinvolgere un diverso numero di fibre muscolari e, sulla base al numero di fibre interessate,  sono stati individuati 3 gradi:

  • Strappo muscolare di primo grado: si manifesta quando si lesionano poche fibre muscolari;
  • Strappo muscolare di secondo grado: si manifesta quando si lesionano parecchie fibre a seguito di una contrazione muscolare;
  • Strappo muscolare di terzo grado: si manifesta quando si lesionano quasi tutte le fibre e si verifica anche una lacerazione muscolare.

Il termine “distrazione” è sinonimo di strappo muscolare.

La “contusione” infine  è un trauma prodotto da un urto con un corpo contundente, senza lacerazione della cute. Dopo il trauma sulla cute compare un’ecchimosi, una macchia inizialmente rossa e poi violacea che con il tempo assume una colorazione giallognola, prima di scomparire. È il risultato di una rottura di capillari che versano il sangue nei tessuti superficiali; se il travaso di sangue è più abbondante si ha invece un ematoma, più esteso, gonfio e scuro. In caso di ematomi ed ecchimosi è consigliabile applicare degli impacchi di ghiaccio per indurre una vasocostrizione ed eventualmente un bendaggio non stretto. Si possono inoltre applicare delle apposite pomate. Se la contusione non interessa zone a rischio, come ad esempio la testa o zone ove sono presenti organi interni, non c’è da preoccuparsi: ecchimosi ed ematomi regrediscono spontaneamente in poco tempo.

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Prediabete (intolleranza glucidica): sintomi, dieta e valori ematici

MEDICINA ONLINE CIBO DIETA ALIMENTAZIONE PASTA RISO SUGO DIABETE CIBI GLICEMIA CARBOIDRATI PRANZO CUCINA CENA RICETTAIl prediabete è una condizione che precede il diabete di tipo 2: nel prediabete la glicemia (il livello di glucosio nel sangue) è maggiore del normale (iperglicemia), ma non è così alta da permettere al medico di diagnosticare il diabete mellito, inoltre i sintomi del diabete conclamato non sono ancora apparsi. Ad oggi le ultime linee guida invitano ad usare il termine intolleranza glucidica, anzichè pre-diabete, per sottolineare l’idea che la situazione è ancora reversibile; nell’articolo si intenderà con questi 2 termini la stessa condizione, anche se sarebbe più corretto usare solo la nuova terminologia.

Ogni anno l’11 per cento circa dei pazienti colpiti da prediabete esaminati nel Diabetes Prevention Program sviluppa il diabete di tipo 2 in media tre anni, mentre altre ricerche dimostrano che molti pazienti affetti da prediabete sviluppano il diabete di tipo 2 nel giro di 10 anni. L’espressione prediabete è un modo chiaro per spiegare che la patologia consiste in un valore della glicemia più alto del normale; indica inoltre che il paziente rischia di sviluppare il diabete e probabilmente soffre già degli effetti collaterali del diabete. Chi ne soffre corre un rischio maggiore del normale di soffrire anche di patologie cardiovascolari, il rischio è una volta e mezza maggiore rispetto a chi ha una glicemia normale. Chi soffre di diabete, invece, ha un rischio di soffrire di patologie cardiovascolari da doppio a quadruplo rispetto alle persone sane.

Come già affermato all’inizio dell’articolo, il prediabete è una condizione silente, cioè il paziente può non essere consapevole di esserne affetto perché ancora non manifesta i sintomi del diabete conclamato. La buona notizia, però, è che la limitazione delle calorie e dei grassi, l’esercizio fisico e la perdita di peso possono far guarire il prediabete e quindi ritardare o prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2. Il prediabete è reversibile. Il diabete, quando compare, diventa una malattia cronica, quindi è meglio prevenirlo, anziché cercare di tenerlo sotto controllo.

Sintomi

Sono a rischio per il prediabete?

Invecchiando, soprattutto se si è in sovrappeso, aumenta il rischio di soffrire di intolleranza glucidica. Il medico dovrebbe prescrivervi un esame della glicemia se:

  • avete più di 45 anni e siete in sovrappeso,
  • avete meno di 45 anni, siete in sovrappeso e presentate altri fattori di rischio per il diabete.

Se, invece, avete più di 45 anni e il vostro peso è normale, il controllo della glicemia è facoltativo: vi consigliamo di parlarne comunque con il vostro medico.

Sono a rischio per il diabete?

Siete a rischio di soffrire di diabete se:

  • siete in sovrappeso,
  • non fate attività fisica,
  • avete un genitore, un fratello o una sorella che soffre di diabete,
  • avete avuto un figlio che al momento della nascita pesava più di 4 chilogrammi oppure avete sofferto di diabete gestazionale,
  • soffrite di ipertensione (pressione massima maggiore di 140/90 mmHg),
  • avete il colesterolo HDL basso (pari o inferiore a 35 mg/dl) o i trigliceridi alti (pari o superiori a 250 mg/dl).

Gravidanza

Una condizione di intolleranza glucidica in gravidanza espone più facilmente al rischio di sviluppare il diabete gestazionale, con pericolose conseguenze sia per la madre che per il bambino.

Diagnosi

Se siete in sovrappeso e avete più di 45 anni, vi consigliamo caldamente di chiedere al vostro medico di prescrivervi gli esami per il prediabete. Se il vostro peso è normale e avete più di 45 anni, potete chiedere al medico se nel vostro caso è opportuno fare l’esame. Se avete meno di 45 anni ma siete in sovrappeso, il medico potrà consigliarvi di fare gli esami qualora presentiati altri fattori di rischio:

  • ipertensione,
  • colesterolo HDL basso associato ai trigliceridi alti,
  • precedenti familiari di diabete,
  • precedenti personali di diabete gestazionale,
  • aver messo al mondo un figlio che alla nascita pesava più di 4 chilogrammi,
  • appartenenza a un gruppo etnico a rischio per quanto riguarda il prediabete.

Se la glicemia è normale, vi consigliamo di fare gli esami ogni tre anni. Se invece soffrite di prediabete, dovreste fare gli esami ogni anno oppure ogni due anni dopo la diagnosi. Il prediabete non provoca alcun sintomo, per la diagnosi è quindi indispensabile eseguire un esame della glicemia. Il medico vi prescriverà uno o più di questi tre esami:

  • L’esame della glicemia a digiuno misura la glicemia dopo alcune ore di digiuno. Raggiunge la massima efficacia se eseguito al mattino, dopo una notte intera di digiuno. Il medico diagnostica intolleranza glucidica se il valore della glicemia a digiuno è compreso tra 100 e 125 mg/dl, valore sopra la norma ma non sufficientemente alto da essere definito come diabete. Un valore della glicemia a digiuno pari o superiore ai 126 mg/dl significa che soffrite di diabete.
  • Il test orale di tolleranza al glucosio (curva da carico) misura la glicemia dopo un digiuno protratto per tutta la notte e dopo due ore dall’assunzione di un liquido dolcificato somministrato dal medico o dal personale del laboratorio. Si può diagnosticare il prediabete se, due ore dopo aver bevuto il liquido, la glicemia è compresa tra 140 e 199 mg/dl. Questi valori della glicemia sono sopra la norma ma non sufficientemente alti da essere definiti come diabete: se fossero pari o superiori ai 200 mg/dl si potrebbe diagnosticare il diabete.
  • L’esame dell’emoglobina glicata può essere fatto in qualsiasi momento della giornata, non necessariamente a digiuno; un valore compreso fra 5.7 e 6.4% permette al medico la diagnosi di prediabete, valori superiori portano invece alla diagnosi di diabete.

Ciascun esame deve essere confermato almeno due volte.

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Cura e terapia

Per riportare la glicemia alla normalità è possibile:

  • diminuire le calorie e la quantità di grassi nella dieta,
  • aumentare l’attività fisica.

In questo modo aumentano le probabilità di dimagrire. Se siete in sovrappeso, perdere dal 5 al 7 per cento del vostro peso può essere fondamentale per la vostra salute; ad esempio, se pesate circa 90 chili, potete provare a perdere dai 5 ai 7 chilogrammi.

Diminuire le calorie e i grassi

  • Diminuire le porzioni a cui siete abituati,
  • Quando si mangia fuori, ordinare la porzione più piccola oppure condividere l’antipasto,
  • Scegliere l’acqua o le bevande ipocaloriche, anziché le bevande normali o i succhi di frutta,
  • Scegliere le versioni light degli alimenti preferiti. Controllare le etichette per vedere se le calorie diminuiscono proporzionalmente,
  • Cuocere al forno, alla griglia o al vapore: usare padelle e pentole antiaderenti,
  • Mangiare più verdure e più alimenti integrali.

Aumentare l’attività fisica

Aumentare l’attività fisica è molto semplice, se seguirete questi semplici consigli.

  • Provate a fare le scale anziché prendere l’ascensore,
  • Parcheggiate l’automobile non proprio vicino al luogo in cui dovete recarvi,
  • Trovate un’attività che vi piaccia e vi soddisfi, come ad esempio il giardinaggio o il ciclismo,
  • Abituatevi a fare una passeggiata al giorno, fino a raggiungere mezz’ora di passeggiata veloce 5 giorni a settimana. In alternativa, suddividete i 30 minuti in due o tre passeggiate di durata inferiore,
  • Provate a fare un allenamento per la forza, sollevando pesi leggeri diverse volte al giorno.

Farmaci

Ad oggi non è stato approvato alcun farmaco per la cura del prediabete, tuttavia diversi farmaci con obbligo di ricetta, in vendita per curare il diabete o per dimagrire, sono stati usati nelle ricerche. Alcuni farmaci sembrano efficaci per ritardare la comparsa del diabete o per prevenirlo, tuttavia non sono certamente utili come le modifiche alla dieta, l’esercizio fisico e il dimagrimento.

Attualmente gli esperti sono convinti che

  • mangiare di meno,
  • aumentare l’attività fisica,
  • perdere peso,

sono metodi utili per curare l’intolleranza glucidica, più efficaci rispetto ai soli farmaci.

Prevenzione

Le ricerche hanno dimostrato che chi soffre di prediabete può prevenire o ritardare il decorso del diabete di tipo 2 fino al 58 per cento dei casi, unicamente modificando il proprio stile di vita, ad esempio dimagrendo anche di poco o facendo attività fisica regolare. Gli esperti consigliano a chi soffre di prediabete di perdere dal 5 al 10 per cento del proprio peso e di fare qualsiasi attività fisica di intensità moderata per mezz’ora al giorno. In alcuni pazienti intervenire con tempestività può addirittura far diminuire la glicemia, riportandola a livelli normali. Non preoccupatevi se non riuscite a raggiungere il peso forma: perdere anche soltanto da 5 a 7 chilogrammi può essere fondamentale! Se soffrite di prediabete avete il 50 per cento di rischio in più di soffrire di patologie cardiache o ictus, quindi il vostro medico probabilmente vi darà consigli per evitare o cercare di curare i fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, come il fumo, l’ipertensione e il colesterolo alto. Una ricerca recente ha dimostrato che un gruppo di pazienti ad alto rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 è riuscito a diminuire considerevolmente il rischio mangiando di meno, aumentando l’attività fisica e dimagrendo.

I pazienti:

  • hanno diminuito la quantità di grassi nella dieta,
  • hanno ridotto l’apporto calorico della dieta,
  • hanno fatto attività fisica per almeno mezz’ora al giorno, 5 giorni alla settimana, di solito con una passeggiata a passo veloce,
  • sono dimagriti, in media di quasi sette chilogrammi nel corso del primo anno della ricerca.

Queste strategie si sono dimostrate ugualmente efficaci sia per gli uomini sia per le donne, e particolarmente utili per gli over 60. Anche diverse altre ricerche hanno dimostrato che è possibile ritardare la comparsa del diabete di tipo 2 oppure prevenirlo.

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Si può vivere di sola aria senza mangiare né bere? Per quanto tempo?

MEDICINA ONLINE CIBO MANGIARE DIETA QUANTO SI PUO VIVERE SOLA ARIA CIBO ACQUA TAVOLA DIGESTIONE UVA FRUTTA DIETA CALORIE DIMAGRIRE CONSIGLI NUTRIZIONE VITAMINE SALI MINERALI DONNA VERDURA.jpgSi può vivere senza mangiare né bere, di sola aria? Domanda apparentemente banale che però – visto le ultime stravaganti mode in fato dietologico – diventa attuale. La risposta è NO, non è possibile vivere di sola aria. Il corpo dispone di riserve energetiche e liquide a cui attingere e può mettere in atto sofisticati sistemi per sopravvivere il più a lungo possibile in assenza di cibo e acqua, tuttavia, ad un certo punto, il nostro organismo cesserà di vivere senza questi preziosi carburanti?

Un adulto sano, di età media e con sforzi fisici quotidiani limitati, può arrivare a vivere mediamente ben un mese senza mangiare, tuttavia, se contemporaneamente viene privato dell’acqua, difficilmente raggiungerà questo traguardo temporale, dal momento che senza bere riuscirà a sopravvivere per una sola settimana.

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Orecchio medio: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE ORECCHIO UDITO TIMPANO OSSICINI ANATOMIA ESTERNO MEDIO INTERNO COCLEA NERVO CRANICO 8 VIII VESTIBOLARE COCLEARE UDITIVO ESAME AUDIOMETRICO IPOACUSIA SORDITA CORPO TAPPO CERUME LAVAGGIOL’orecchio medio è la componente dell’orecchio compresa tra l’orecchio esterno e l’orecchio interno. Le sue principali parti costituenti sono: la membrana timpanica (o timpano), la cavità timpanica, in cui prendono posto i cosiddetti tre ossicini, la tuba uditiva, la finestra ovale e la finestra arrotondata.

  • Timpano. Situato al termine del condotto uditivo esterno e subito prima della cavità timpanica, è una sottile membrana di forma ovale e trasparente, che ha il compito di trasmettere le vibrazioni sonore, penetrate attraverso l’orecchio esterno, alla catena dei tre ossicini.
    La membrana timpanica è suddivisibile in due regioni: la cosiddetta pars flaccida e la cosiddetta pars tensa.
    Molto spesso gli anatomisti la descrivono come il punto di confine tra l’orecchio esterno e l’orecchio interno.
  • Cavità timpanica. Nota anche come cavo del timpano o cassa timpanica, è una zona cava che prende origine a livello della cosiddetta rocca petrosa dell’osso temporale del cranio. In altre parole, la cavità timpanica è un incavo osseo appartenente all’osso temporale del cranio.
    Nella cavità timpanica prendono posto i tre ossicini dell’orecchio medio, ossia: il martello, l’incudine e la staffa.
    Situati in modo da tale da poter comunicare tra loro, martello, incudine e staffa hanno l’importante funzione di ricevere le vibrazioni sonore dal timpano, amplificarle e trasmetterle all’orecchio interno.
    Dei tre ossicini del’orecchio medio, quello che ha rapporti diretti con il timpano e riceve per primo le vibrazioni sonore è il martello. Nel martello, il punto di contatto con il timpano è in una regione nota come manubrio del martello.
    Nel loro insieme, i tre ossicini prendono anche il nome di “catena degli ossicini”. Il termine “catena” richiama all’attivazione in sequenza dei elementi ossei in questione, nel momento in cui giungono le vibrazioni sonore al timpano: il primo a muoversi è il martello, poi l’incudine, su stimolo del martello, e infine la staffa, dopo l’interazione con l’incudine.
  • Tuba uditiva. Forse più nota come tromba di Eustachio, è il condotto che mette in comunicazione la cavità timpanica con la faringe e le cosiddette cellule d’aria della mastoide (o cellule mastoidee).
    La tromba di Eustachio ha diversi compiti, tra cui: garantire la giusta pressione a livello del timpano e impedire ai normali rumori corporei (quelli per esempio derivanti dalla respirazione o dalle deglutizioni) di andare a sbattere direttamente sul timpano.
  • Finestra ovale e finestra rotonda. Sono due membrane molto simili al timpano, situate al confine tra orecchio medio e orecchio interno.
    Il compito della finestra ovale e della finestra rotonda è trasmettere le vibrazioni sonore dalla staffa a un liquido particolare – l’endolinfa – presente all’interno delle due strutture principali dell’orecchio interno, ossia: l’apparato vestibolare e la coclea.
    A voler essere più precisi, la finestra ovale interagisce con l’endolinfa dell’apparato vestibolare, mentre la finestra rotonda interagisce con l’endolinfa della coclea.
    Per quanto concerne la posizione delle membrane in questione, la finestra ovale risiede sopra la finestra rotonda.

All’orecchio medio appartengono due muscoli, che hanno il compito promuovere il movimento degli ossicini a cui sono collegati. I muscoli in questione sono il muscolo stapedio e il muscolo tensore del timpano. Il primo è collegato alla staffa, mentre il secondo è unito al martello.

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Finestra ovale e finestra rotonda: orecchio medio od orecchio interno?

In alcuni testi di anatomia, la finestra ovale e la finestra rotonda rientrano tra gli elementi che costituiscono l’orecchio interno. Si tratta di un punto di vista diverso, rispetto a quello secondo cui le finestre ovale e rotonda farebbero parte dell’orecchio medio, ma ugualmente corretto.

Innervazione dell’orecchio medio

I nervi che hanno rapporti con o attraverso l’orecchio medio sono:

  • La cosiddetta corda del timpano. È una branca del settimo nervo cranico (o nervo facciale). Ha funzione sensitiva e, tra le varie funzioni che svolge, ha anche il compito di innervare la mucosa della cavità timpanica.
  • Il nervo auricolotemporale, la branca auricolare del nervo vago e il nervo timpanico (o nervo di Jacobson o branca timpanica del nervo glossofaringeo). Sono i nervi sensitivi della membrana timpanica.
  • I nervi caroticotimpanici superiore e inferiore. Passanti per la cavità timpanica, contribuiscono al cosiddetto plesso timpanico, una complesso reticolare di diversi nervi sensitivi che hanno il compito di innervare l’orecchio medio.
  • Il nervo piccolo petroso. È la continuazione del nervo timpanico e ha funzioni sensitive. Fa parte del plesso timpanico.
  • Il nervo grande petroso. È una branca del settimo nervo cranico e ha funzioni sensitive. Contribuisce al plesso timpanico.
  • La branca motoria del nervo facciale deputata al controllo del muscolo stapedio.
  • Il nervo pterigoideo interno. È una branca motoria del nervo mandibolare, il quale a sua volta fa parte del cosiddetto nervo trigemino. Il compito del nervo pterigoideo interno è innervare il muscolo tensore del timpano.

Vascolarizzazione dell’orecchio medio

Orecchio esterno, orecchio medio e orecchio interno possiedono, ciascuno, una propria rete di vasi arteriosi, la quale fornisce loro il sangue ossigenato necessario alla sopravvivenza dei diversi elementi anatomici costituenti.
L’irrorazione sanguigna dell’orecchio medio dipende, in prima istanza, dalla branca stilo-mastoidea dell’arteria auricolare posteriore e dall’arteria auricolare profonda e, in secondo luogo, dall’arteria meningea media, l’arteria faringea ascendente, l’arteria carotidea interna e l’arteria del canale pterigoideo.

Funzione dell’orecchio medio

L’orecchio medio ha la funzione di trasportare le vibrazioni del timpano fino alla coclea, grazie alla catena degli ossicini. Essi consentono alle vibrazioni del timpano di trasmettersi senza riduzione di forza alla finestra ovale. Le funzioni degli ossicini non si fermano qui: i loro movimenti sono controllati da alcuni muscoli ad essi connessi (il tensore timpanico e lo stapedio) e si ritiene che questi muscoli possano contrarsi per smorzare la vibrazione degli ossicini, in modo da proteggere l’orecchio interno da un eccessivo rumore e che diano una migliore risoluzione a frequenze più elevate (più utili alle attività dell’essere umano) riducendo la trasmissione delle basse frequenze, meno utili.

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Dopo una broncoscopia: cosa può succedermi? Quando chiamare il medico?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma BRONCOSCOPIA POLMONARE BIOPSIA FA MALE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneBroncoscopia: come devo comportarmi dopo aver fatto l’esame?
Al termine dell’esame la sensazione di anestesia alla gola con difficoltà alla deglutizione durerà ancora per qualche ora e poi sparirà spontaneamente, pertanto non bisogna assolutamente né bere né mangiare per almeno 2 ore dalla fine della broncoscopia. Dopo qualche ora si potrà ritornare a casa. Nel caso di esecuzione di prelievi polmonari è comunque consigliabile una dieta fredda per il giorno in cui si esegue la broncoscopia. Poiché i farmaci usati per rendere l’esame meno fastidioso possono provocare un rallentamento dei riflessi e della vigilanza, è bene che il/la paziente si faccia accompagnare da una persona di fiducia in grado di riaccompagnarlo/a a casa. Per lo stesso motivo è bene evitare, nel corso della giornata, di prendere decisioni importanti o usare macchinari che richiedano un elevato livello di attenzione.

Broncoscopia: cosa può succedermi nei giorni successivi?
E’ possibile, nei giorni immediatamente successivi alla broncoscopia, accusare un leggero mal di gola, notare piccole quantità di sangue nell’espettorato, avere un rialzo della temperatura: sono fenomeni comuni che non devono destare alcuna preoccupazione.

Broncoscopia: quando chiamare il medico?
Se nelle ore successive all’esame si dovesse avvertire dolore acuto al torace o tosse insistente con emissione cospicua di sangue occorre mettersi subito in contatto con il presidio dove è stata eseguita la broncoscopia.

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Fischio all’orecchio (acufene): significato, cure, quando è pericoloso

MEDICINA ONLINE ORECCHIO UDITO TIMPANO OSSICINI ANATOMIA ESTERNO MEDIO INTERNO COCLEA NERVO CRANICO 8 VIII VESTIBOLARE COCLEARE UDITIVO ESAME AUDIOMETRICO IPOACUSIA SORDITA CORPO TAPPO CERUME LAVAGGIOIn medicina si usa il termine acufene (o tinnito) per indicare la situazione in cui viene percepito un rumore in una o in entrambe le orecchie, oppure nella testa, anche se dall’esterno non proviene alcun suono.

Si stima che la condizione sia piuttosto frequente e in grado di interessare circa 10% ÷ 15% delle persone; nella maggior parte dei casi viene tollerato ragionevolmente bene, mentre nell’1-2% degli individui può causare problemi di adattamento al disturbo particolarmente significativi. Circa 2.5-5 milioni di italiani convivono con l’acufene, ma il disturbo ha caratteristiche diverse a seconda del paziente. Alcune persone percepiscono tintinnii o altri suoni immediatamente dopo l’esposizione a rumori molto forti, come ad esempio dopo un concerto, ma il rumore percepito dopo un po’ sparisce. Altre persone, invece, dicono di sentire un rumore flebile ogni volta che prestano attenzione, ma la maggior parte di esse non può distinguere il rumore tra gli altri suoni ambientali. Altri fattori possono influire sulla gravità del disturbo a seconda del paziente, come ad esempio la diversa gravità dei problemi di udito e i diversi tipi di suoni che vengono percepiti. È interessante notare che il volume dell’acufene, se misurato con strumenti da laboratorio, non è correlato alla gravità dell’acufene percepita dagli stessi pazienti. Ogni persona ha il proprio livello di tolleranza al rumore prodotto dall’acufene. Si tratta di un’esperienza molto personale.

Curiosità: secondo una credenza popolare si dice che quando sentiamo un leggero fischio nell’orecchio sinistro, vuol dire che qualcuno sta parlando bene di noi, al contrario, quando il fischio si avverte nell’orecchio destro, significa che stanno parlando male di noi. Ovviamente è solo una credenza popolare che non fa riferimento a nessuna ricerca scientifica.

Età di insorgenza

L’acufene non fa distinzioni: può colpire a qualsiasi età, anche se non si tratta di una malattia diffusa tra i bambini, che riferiscono la patologia più raramente rispetto agli adulti, in parte perché è più probabile che i bambini affetti da acufene abbiano problemi di udito fin dalla nascita. Potrebbero quindi non notare l’acufene e non preoccuparsi, proprio perché sono abituati a questo problema fin dalla nascita. I bambini, come del resto le persone di ogni età, possono essere a rischio di acufene se esposti a rumori molto forti. Alcune occasioni del tempo libero, come le sagre, i concerti, le corse automobilistiche o gli eventi sportivi possono essere attività molto rumorose che potrebbero danneggiare le orecchie dei bambini. Vi consigliamo di proteggere le orecchie, di mettere in guardia i bambini dai pericoli dei rumori forti e di valutare la possibilità di non far partecipare i bambini all’evento o di farli allontanare dalla fonte di rumore. Se viene individuata una causa scatenante un trattamento mirato può portare a miglioramenti, diversamente si agisce sullo stile di vita per ridurne l’intensità ed eventualmente alla psicoterapia per aiutare il soggetto colpito a conviverci.

Acufene pulsante

L’acufene pulsante è un suono ritmico e pulsante, che nella maggior parte dei casi va a tempo con il battito cardiaco. Di solito, ma non sempre, può essere udito con un esame obiettivo appoggiando lo stetoscopio sul collo del paziente, oppure mediante un microfono collocato all’interno del condotto uditivo.

Nonostante non sia una forma frequente di acufene alcune delle sue cause sono note:

  • ipertensione,
  • soffio al cuore,
  • patologie a carico delle trombe di Eustachio,
  • tumore glomico,
  • anomalie in una vena o in un’arteria, …

Molto spesso questo genere di acufene può essere curato. In caso di comparsa di acufene pulsante si raccomanda una visita medica.

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Cause

La causa esatta dell’acufene è tuttora sconosciuta, ma potrebbe essere legato al modo in cui i suoni vengono percepiti a livello dell’orecchio e/o interpretati dal cervello; in alcuni casi potrebbe non essere legato a una causa unica, ma a una combinazione di diversi fattori. Di fatto il tinnito è quindi un sintomo e non una malattia. Tra le diverse cause probabili,in grado di scatenare peggiorare l’acufene individuiamo:

  • Problemi di udito provocati dal rumore. L’esposizione a rumori molto forti può danneggiare e persino distruggere le cellule dotate di filamenti (le cellule ciliate) che si trovano nell’orecchio interno. Una volta danneggiate le cellule ciliate non possono essere ricostruite o sostituite. Tra i soggetti colpiti da acufene circa due su tre hanno difficoltà di udito, questa sembra quindi essere la causa più comune.
  • Accumulo di cerume nel condotto uditivo. La quantità di cerume prodotta dalle orecchie varia da persona a persona. A volte si produce una quantità di cerume tale da compromettere l’udito o da far sembrare più forte l’acufene; se vi accorgete di un eccesso di cerume chiedete al vostro medico di famiglia di farvelo togliere manualmente: quest’operazione non può essere effettuata con un semplice cotton fioc (che può anzi peggiorare la situazione), ma deve essere eseguita da un otorinolaringoiatra (medico specialista che si occupa delle orecchie, del naso e della gola) o dal medico stesso.
  • Alcuni farmaci. Alcuni farmaci sono ototossici, cioè pericolosi per l’orecchio. Altri farmaci, invece, provocano l’acufene come effetto collaterale, senza danneggiare l’orecchio interno. Gli effetti collaterali, che possono dipendere dal dosaggio del farmaco, possono essere temporanei oppure permanenti. Prima di assumere un qualsiasi farmaco, assicuratevi che il medico che ve lo prescrive sappia che soffrite di acufene e informatevi sulle terapie alternative che potrebbero essere adatte nel vostro caso.
  • Infezioni dell’orecchio o sinusite. Molte persone, compresi i bambini, possono soffrire di acufene durante un’infezione dell’orecchio o una sinusite. Una volta curata l’infezione, di solito l’acufene diminuisce fino a scomparire gradualmente.
  • Disordini temporo-mandibolari. Alcune persone hanno i muscoli o le articolazioni della mascella non correttamente allineate: questo non provoca soltanto l’acufene, ma può anche influire negativamente sui muscoli e sui nervi cranici e sulle strutture incaricate di ammortizzare i colpi, che si trovano all’interno dell’articolazione della mascella. Molti dentisti sono specializzati nella cura dei disordini temporo-mandibolari e mascellari e potranno consigliarvi efficacemente nella scelta della terapia.
  • Malattie cardiovascolari. Una piccola percentuale di persone affette da acufene soffre di acufene pulsante: di solito in questo caso si avverte una pulsazione ritmica, che spesso va a tempo con il battito cardiaco. L’acufene pulsante può indicare la presenza di una malattia cardiovascolare (cioè di una compromissione del normale flusso sanguigno nelle vene e nelle arterie), come ad esempio soffio al cuore, ipertensione o arteriosclerosi (indurimento della parete esterna delle arterie).
  • Alcuni tipi di tumore. Succede molto raramente, ma a volte si può essere affetti da un tumore benigno che cresce lentamente nei nervi acustici, vestibolari o facciali. Questi tumori possono causare: acufene, sordità, paralisi facciale e problemi di equilibrio.
  • Traumi alla testa e al collo. Anche i traumi alla testa e al collo possono provocare l’acufene. Tra gli altri sintomi troviamo: mal di testa, vertigini e amnesie.
  • Alcune malattie, come ad esempio l’ipotiroidismo o ipertiroidismo, la malattia di Lyme, la fibromialgia, la malattia di Ménierè e la sindrome di presa toracica, possono presentare l’acufene come sintomo.

Quando l’acufene è un sintomo di un’altra malattia, la cura di questa può contribuire ad alleviare anche l’acufene. Nonostante tutte queste possibilità, in molti casi lo sviluppo del disturbo avviene senza alcuna ragione (almeno apparente).

Un rumore molto forte è sufficiente a causare acufene?

Molte si chiedono se un’esposizione non ripetuta a un rumore forte, avvenuta magari molti anni prima, può provocare l’acufene. Si può parlare di un danno vero e proprio se:

  • vi devono parlare a voce alta perché voi sentiate,
  • le orecchie vi fanno male,
  • oppure se il vostro udito è peggiorato immediatamente dopo l’esposizione al rumore.

L’esposizione al rumore può essere unica oppure ripetuta per mesi o per anni. Il volume del rumore può influire sul livello della perdita di udito, ad esempio i rumori di 100 decibel percepiti per più di un quarto d’ora possono provocare la sordità, come i rumori di 110 decibel, uditi anche solo per più di un minuto. Ricordiamo però che l’esposizione non ripetuta a un rumore di forte intensità non provoca automaticamente l’acufene o la sordità permanente, poiché la sensibilità uditiva varia da persona a persona. È anche possibile che il danno dovuto all’esposizione al rumore non venga notato per molti anni.

Acufene ed ereditarietà

Potrebbe esserci una qualche predisposizione ereditaria per alcune persone, ma non si sa con certezza se l’acufene sia già scritto nei nostri geni. Gli scienziati che lavorano alla mappatura del genoma umano, ad esempio, non hanno ancora scoperto nessun gene dell’acufene, ma hanno identificato i geni responsabili di alcuni problemi d’udito molto rari, della disfunzione temporo-mandibolare, della sindrome di Ménière e del neurinoma acustico. Queste patologie spesso comprendono l’acufene come effetto collaterale e questo indica che ci potrebbe essere un qualche collegamento, ma l’argomento è ancora lontano dall’essere esplorato sufficientemente.

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Sintomi

Spesso l’acufene viene definito “ronzio nelle orecchie”, ma alcune persone percepiscono rumori come:

  • sibili,
  • rombi,
  • fischi,
  • stridori,
  • tintinnii,
  • ronzii,
  • fruscii,
  • crepitii,
  • soffi,
  • pulsazioni.

L’acufene può essere intermittente oppure costante, può generare un rumore unico oppure diversi rumori e il suo volume può variare da appena percettibile a estremamente alto. È infine interessante la seguente classificazione:

  • Acufene soggettivo: Si tratta dei più comuni e individuano i casi in cui il suono/rumore viene percepito dall’individuo, ma non può essere ascoltato da un osservatore esterno.
  • Acufene oggettivo: Decisamente rari, descrivono i casi in cui il suono è di fatto generato nell’organismo (per esempio dal flusso sanguigno) e può quindi essere ascoltato anche dal medico.

Pericoli

Raramente l’acufene è sintomo di una condizione grave e nella maggior parte dei casi è fondamentalmente solo una causa di fastidio. In alcuni casi è tuttavia possibile che l’impatto sul quotidiano sia tale da influire su concentrazione e qualità del sonno, fino a diventare una vera e propria causa di depressione; può interferire con la normale vita di relazione e con le altre attività quotidiane e tutto questo fa sì che il malato, specie se è già predisposto, possa scivolare verso uno stato depressivo, ansia, stanchezza e stress. In letteratura si trovano le prove che la maggior parte delle persone affette da acufene non è depressa e nemmeno seriamente disturbata dal sintomo, ma i pazienti che già erano depressi, al contrario, si sentono molto più danneggiati dal problema rispetto ai pazienti non depressi. Nei soggetti predisposti è quindi assolutamente raccomandabile un supporto psicologico.

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Cura e terapia

Ad oggi non esiste alcuna cura definitiva per l’acufene, non esiste cioè nessuna bacchetta magica che permetta ai milioni di persone che ne soffrono di non sentire più quel rumore nelle orecchie e nella testa, ma tendenzialmente il sintomo tende a migliorare nel tempo e in alcuni casi si può trovare sollievo dall’acufene, soprattutto quando sia possibile individuare esattamente la causa scatenante. Ad esempio alcune persone producono cerume in eccesso che impedisce ai rumori provenienti dall’esterno di penetrare nell’orecchio: quando il cerume o un qualsiasi oggetto esterno (come un capello) toccano il padiglione auricolare può prodursi come risultato l’acufene. Facendo rimuovere il cerume dal medico o dall’otorino, si rimuove anche la causa che provoca il disturbo. Alcune persone con gravi problemi di udito hanno sperimentato che un impianto cocleare li aiuta a sentire il mondo intorno a loro e questo in parte rende l’acufene nella loro testa meno fastidioso. Nessuno di questi esempi rappresenta una cura rapida e definitiva, ma tutti indicano con certezza che esistono metodi per alleviare il disturbo.

Stile di vita

Anche se spesso si tende a sottovalutare l’impatto di un corretto stile di vita, sono numerose le testimonianze di pazienti che hanno trovato un enorme sollievo correggendo alcuni aspetti come:

  1. Smettere di fumare.
  2. Bere almeno 1.5-2 l di acqua al giorno.
  3. Ridurre drasticamente l’uso del sale e degli alimenti salati (attenzione ai cibi industriali!).
  4. Evitare gli alcolici.
  5. Evitare la caffeina (caffè, cola, bibite energetiche, …).
  6. Evitare pasti troppo ricchi di grassi, piccanti, …

Terapie disponibili

Esistono diverse terapie contro l’acufene, ma vi consigliamo comunque di sentire il vostro medico, audiologo o specialista per scoprire la migliore terapia nel vostro caso. L’acufene è un disturbo che varia molto da persona a persona, quindi terapie diverse hanno effetti diversi a seconda del paziente.

Le terapie dell’acufene, proprio come le cause del disturbo, sono svariate, e ciò che funziona per un paziente potrebbe non funzionare in tutti i casi. Anche la ricerca clinica controllata è limitata, e quindi non ci sono dati che affermino con certezza che una terapia è nettamente migliore delle altre.

I mascheratori e i generatori di rumore sono per molti versi simili, il protocollo di entrambe le terapie introduce rumori estranei nella vita del paziente. I mascheratori spesso rappresentano una valida opzione per gestire l’acufene, perché il loro scopo è quello di alleviare immediatamente la percezione del disturbo. Gli ausili per l’udito, gli apparecchi combinati e diversi tipi di generatori di suoni possono realizzare un mascheramento totale o parziale. Nello specifico i mascheratori posti all’interno dell’orecchio emettono rumori che coprono parzialmente o totalmente l’acufene. Generalmente vengono impostati per emettere un rumore ad alta frequenza.

Emettendo un rumore poco intenso i generatori di rumore permettono a chi soffre di acufene di continuare a udirlo. L’intenzione è quella di permettere al paziente di abituarsi all’acufene, mescolando il rumore prodotto dall’acufene con quello emesso dal generatore di rumore. Questi apparecchi spesso sono usati insieme a quello che viene definito counseling direttivo. Lo scopo dell’unione di queste due terapie è quello di riabituare il cervello ed aiutare il paziente ad abituarsi al rumore dell’acufene fino quasi a non sentirlo più.

Mentre il mascheramento di solito è efficace fin da subito, i generatori di rumore impiegano più tempo ad alleviare il disturbo in maniera significativa e misurabile: il periodo può variare da alcuni mesi fino a uno, a volte due, anni.

L’inibizione residua è la scomparsa temporanea dell’acufene nel momento in cui viene spento il mascheratore. A volte, dopo aver acceso il mascheratore, averlo indossato per pochissimo tempo e averlo spento, si può scoprire che l’acufene si è molto ridotto oppure è scomparso totalmente. Il lasso di tempo in cui l’acufene può scomparire dopo il mascheramento può variare da alcuni minuti ad alcuni giorni. Le persone che sperimentano l’inibizione residua devono avere un acufene che può essere mascherato, cioè il mascheramento deve essere una terapia valida per il vostro acufene.

In commercio non esiste alcun farmaco specifico per curare l’acufene, tuttavia ci sono diversi farmaci che hanno alleviato l’acufene nel caso di molti pazienti. Ovviamente ci sono delle precauzioni da osservare quando li si usa, ad esempio alcuni farmaci che alleviano l’acufene possono causare dipendenza e dovrebbero essere usati solo sotto supervisione di un medico specializzato.

Se avete delle domande su una cura naturale potete consultare un medico naturopata della vostra zona per avere ulteriori informazioni, è comunque consigliabile mantenere un sano scetticismo nei confronti di tutti i prodotti che pretendono di curare l’acufene e, in generale, di tutte le terapie per questo disturbo. Da un altro punto di vista, se davvero c’è qualcosa che non fa male e può migliorare la qualità della vita o il benessere generale, vale la pena di parlarne con il vostro medico e magari di provarlo.

Da un punto di vista scientifico non ci sono inoltre evidenze che multivitaminici e prodotti simili possano condurre a miglioramenti.

Psicoterapia

La psicoterapia cognitivo comportamentale è un approccio che ha dimostrato di permettere grandi risultati in pazienti affetti da ansia e depressione; è basato sull’idea che i pensieri del paziente influiscano in modo determinante sui modi in cui poi agisce e percepisce le emozioni.

Questa tecnica può essere efficacemente applicata anche allo stress e all’ansia connessi alla percezione dell’acufene; ad esempio, se conoscenze del paziente su questo fenomeno sono limitate, è molto probabile che possa diventare ansioso e stressato, emozioni in grado di peggiorare l’entità del sintomo (o almeno di come viene percepito).

Cambiare il modo di pensare al disturbo può contribuire a ridurre l’ansia e consentire di accettare più facilmente il rumore, che nel tempo diventerà così meno evidente e invasivo.

Prevenzione

Per prevenire gli acufeni la strategia più importante è proteggere il proprio udito, sia in ambito ricreativo che professionale: indossare i tappi per le orecchie o le cuffie, limitare il periodo di tempo trascorso nell’ambiente rumoroso e attenzioni simili possono davvero fare la differenza sia in termini di prevenzione che riduzione del rischio di peggioramento del disturbo.

Anche il rumore durante il tempo libero può avere ripercussioni sul vostro udito. La prossima volta che vi ritrovate nel bel mezzo di un rumore che vi dà fastidio (per esempio durante un evento sportivo, un concerto o mentre siete a caccia) indossate una protezione per le vostre orecchie, che può ridurre il rumore da 15 a 20 decibel. Per le situazioni in cui il rumore è davvero eccessivo, potrebbe essere necessario indossare le cuffie sopra i tappi per le orecchie. Fate attenzione anche alle altre attività che provocano rumori forti, come asciugarvi i capelli o usare il tosaerba. Ricordatevi di proteggervi le orecchie: lasciate le cuffie appese alle maniglie del tosaerba, oppure tenete i tappi per le orecchie in bagno vicino al phon. L’esposizione ripetuta ai rumori forti può avere un effetto complessivo dannoso per il vostro udito.

Cosa può far peggiorare l’acufene?

L’esposizione ai rumori forti, come già detto in precedenza, può avere un effetto negativo sul vostro udito e far peggiorare l’acufene. Fate attenzione a proteggervi con tappi per le orecchie o cuffie, oppure evitando di partecipare a eventi particolarmente rumorosi.

Anche alcuni farmaci possono far peggiorare l’acufene. Comunicate al vostro medico di famiglia (e non solo al vostro otorino) tutti i farmaci con e senza obbligo di ricetta che state assumendo o avete assunto di recente.

Molte persone trovano che l’alcool, la nicotina e la caffeina, come pure alcuni alimenti, possono far peggiorare l’acufene. Altri, invece, trovano che gli alimenti con un alto contenuto di zucchero o con una quantità qualsiasi di chinino (acqua tonica) possono far sembrare più forte l’acufene. Controllate la vostra risposta a diversi stimoli e trovate un giusto compromesso: evitate di eliminare tutti gli alimenti che vi piacciono, ma anche di far peggiorare l’acufene senza un buon motivo.

Da ultimo ricordiamo che anche lo stress e la fatica possono avere ripercussioni sull’acufene. Fate delle pause per rilassarvi, ricordate che gli eventi della vita possono manifestarsi nel vostro organismo sotto forma di peggioramento dell’acufene.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine